skip to Main Content
LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Letture Lente presenta alle sue lettrici e ai suoi lettori la traduzione in italiano del contributo di Justin O’Connor, Professore di Economia della Cultura alla Adelaide University, pubblicato dal think tank europeo Culture Policy Room a conclusione della conferenza internazionale Mondiacult 2025, il principale evento a livello globale dedicato alle politiche culturali
© Foto di Marc Snailum su Unsplash

L’ARCO DELLA STORIA

Nel 2022, la conferenza Mondiacult dell’UNESCO a Città del Messico sembrava destinata a rilanciare una politica culturale globale, tracciando un arco storico di politiche progressiste che risaliva alla riunione epocale tenutasi nella stessa città quarant’anni prima. La pandemia era ormai alle spalle, la ragione era tornata alla Casa Bianca, si parlava di Green New Deal a Washington, Bruxelles e Pechino, e il Segretario Generale delle Nazioni Unite sembrava pronto a ridefinire la missione globale dell’ONU con un “Patto per il Futuro”. Così non è stato.

Sebbene commentatori di ogni orientamento politico abbiano parlato della “morte del neoliberismo” – quell’insieme di ideologia del mercato prima di tutto, globalizzazione win-win e gestione tecnocratica post-politica – ciò che lo sta sostituendo appare molto diverso da un rinnovamento ecologico della socialdemocrazia del dopoguerra. Come ha scritto di recente William Davies: “Se il primo mandato di Trump sembrava un’anomalia, un sintomo morboso di un mondo morente, il secondo sembra piuttosto un tentativo di imporre un nuovo paradigma” [1].

Mondiacult 2025 si svolge dunque in un mondo molto diverso. Il Washington Consensus è ormai morto da tempo. Le politiche industriali possono forse annunciare il ritorno della capacità e del coordinamento statale, ma questi strumenti vengono oggi utilizzati come armi in una crescente lotta geopolitica per l’accesso alle risorse, il controllo dei mercati, la promozione di “campioni nazionali” globali e un “realismo” basato sull’interesse nazionale [2]. Nel suo ottantesimo anniversario, l’ONU è stata lungamente rimproverata da un incoerente presidente statunitense, mentre la stampa internazionale di qualità discuteva se l’organizzazione fosse ormai diventata irrimediabilmente irrilevante, come la defunta Società delle Nazioni. Sebbene Trump non abbia annunciato l’uscita degli Stati Uniti dalle Nazioni Unite né la sua espulsione dal territorio americano, ha già interrotto i finanziamenti all’UNESCO, tagliato quelli all’USAID e ripudiato il processo dei Sustainable Development Goals (SDGs). Come ha osservato Adam Tooze, una lettera del governo statunitense indirizzata alle Nazioni Unite dichiarava:

“Sebbene redatta in linguaggio neutro, l’Agenda 2030 e gli SDGs promuovono un programma di governance globale ‘soft’ incompatibile con la sovranità degli Stati Uniti e dannoso per i diritti e gli interessi degli americani… Pertanto, gli Stati Uniti respingono e denunciano l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, e non li daranno più per scontati” [3].

Questa posizione rappresenta una sfida immediata a una delle principali aspirazioni di Mondiacult, ossia l’istituzione della “Cultura” come Sustainable Development Goal autonomo, così come al suo slogan – ancora poco definito – della “cultura come bene pubblico globale”. C’è una prospettiva allarmante non solo di assenza di un obiettivo culturale, ma forse di assenza di qualsiasi obiettivo.

La prima reazione è quella di andare avanti comunque. Sebbene vi siano chiaramente venti contrari, si presume che prima o poi passeranno. E in un mondo multipolare, altre alleanze restano possibili. Forse quindi coloro che, sia nel Nord che nel Sud globale, credono ancora nei valori universalistici continueranno silenziosamente a costruire e sperare in tempi migliori. Tuttavia, restano alcune domande difficili. Anche se un candidato democratico dovesse vincere le elezioni presidenziali statunitensi del 2028, ciò ritarderebbe inevitabilmente la data della rinegoziazione degli SDGs prevista per il 2030 – tanto più a fronte del probabile caos nelle istituzioni globali dopo altri quattro anni di Trump. In effetti, perché rischiare di aggiungere un obiettivo sulla cultura, invece di limitarsi a difendere lo status quo? E forse non ci saranno affatto nuovi obiettivi nella prossima versione – se mai ce ne sarà una. Durante il lancio a Barcellona, in vista di Mondiacult 2025, del nuovo documento della Culture2030Goal Campaign intitolato The Culture Goal: from Necessity to Reality, è stata avanzata la proposta di creare un “obiettivo ombra” (shadow goal), aggiunto e adottato volontariamente da una coalizione di volenterosi, per metterlo alla prova mentre il mondo supera la sua fase di follia [4].

Tuttavia, questa narrativa del “resistere e aspettare tempi migliori” non convince. Innanzitutto, quel presunto arco di progresso di quarant’anni attribuito all’UNESCO non affonda le sue radici nella stagione decoloniale e combattiva del Nuovo Ordine Economico Internazionale (NIEO), bensì in ciò che venne dopo: la sua sconfitta definitiva, all’inizio degli anni Ottanta, quando la sfida al Nord globale era ormai stata stroncata. In secondo luogo, l’idea di sviluppo sostenibile nasce con il Rapporto Brundtland del 1987, che collegava la continua crescita del PIL a una “transizione energetica” rinnovabile, e che coincideva temporalmente con il Washington Consensus, l’ordine neoliberale della globalizzazione che prese pienamente slancio dopo il 1990 [5]. A fare da motore non dovevano essere i governi, ma il libero commercio e i mercati deregolamentati. L’adesione dell’UNESCO allo sviluppo sostenibile — culminata nel 1996 con Our Creative Diversity [6] — mirava a collocare la cultura al cuore dello sviluppo, per umanizzarlo. Come scriveva allora Pérez de Cuéllar, “la cultura deve essere molto più di un semplice aspetto o mezzo dello sviluppo… essa è piuttosto il fine e lo scopo dello sviluppo, quando quest’ultimo è inteso come il pieno fiorire dell’esistenza umana nel suo insieme” [7]. Il problema non risiede nel sentimento espresso — che in larga parte condividerei — bensì nel fatto che non venne mai messo in discussione il sistema di sviluppo sostenibile guidato dal mercato che tale visione intendeva umanizzare.

L’UNESCO – e non era affatto la sola – condivideva l’idea che lo sviluppo globale avrebbe fatto progredire tutti, e anzi che il recupero del divario da parte del Sud globale fosse il principale obiettivo del nuovo ordine mondiale dello sviluppo. Inoltre, si riteneva che tale sviluppo potesse essere raggiunto in modo sostenibile, sia in termini ambientali sia di equità, un’aspirazione che sarebbe stata ulteriormente rafforzata se si fosse permesso alla cultura di “umanizzare” tale sviluppo. All’inizio degli anni Duemila, “la cultura come anima dello sviluppo” era stata sostituita da una visione più strumentale delle ‘industrie culturali e creative’. Queste ultime venivano presentate come ‘fattori abilitanti’ e ‘motori’ di crescita, ma anche come sostenibili perché basate sulla risorsa rinnovabile della creatività umana: non tanto il nuovo petrolio, quanto la nuova energia solare. Inoltre, erano considerate industrie intrinsecamente positive, capaci di generare effetti collaterali virtuosi in termini di sviluppo di competenze,

dal ridurre la povertà attraverso occupazione, competenze e lavoro nel settore culturale, al rafforzare un’istruzione di qualità per tutti e la giustizia sociale, fino a fornire risposte contestuali e pertinenti per promuovere la sostenibilità ambientale [8].

Promuovendo industrie così rinnovabili e “innocue”, l’UNESCO riusciva ad aggirare le profonde contraddizioni di questa narrativa: da un lato l’impegno esplicito del Goal 8 a promuovere la crescita economica globale complessiva, dall’altro gli obiettivi dedicati alla sostenibilità ambientale — come i Goal 6, 12, 13, 14 e 15 [9]. Allo stesso modo, si riusciva a ignorare il fatto che lo sviluppo dal 1950 in poi aveva comportato un’enorme esplosione nell’uso di combustibili fossili e di altre risorse — la cosiddetta “grande accelerazione” — soprattutto con l’ascesa della Cina negli anni Novanta. Le industrie culturali e creative erano invece, per lo più, pulite e, in quanto “buone”, contribuivano anche a promuovere una maggiore consapevolezza ambientale. Ciò di cui gli esperti di politiche culturali parlavano meno volentieri erano invece le disuguaglianze sistemiche radicate nell’economia globale, compresa l’economia culturale globale. Tuttavia, il loro impegno verso gli SDG rifletteva l’aspettativa che lo sviluppo mondiale avrebbe, alla lunga, potuto orientarsi verso una giustizia economica globale in un mondo sostenibile.

LA FINE DELLO SVILUPPO?

In un recente articolo, Adam Tooze sostiene che gli SDGs abbiano ridefinito lo sviluppo globale alla luce dei diritti umani universali, segnando così un allontanamento dalla tradizionale contestazione politica delle strutture diseguali dell’economia politica mondiale, portata avanti dal Sud globale. Questa riformulazione faceva parte del potere egemonico degli Stati Uniti e servì a trasformare il conflitto politico in una gestione tecnocratica dell’economia globale da parte delle stesse istituzioni che ne dettavano le regole.

Sam Moyn ha ricostruito una traiettoria secondo cui l’emergere, negli anni Settanta, di una visione del mondo unificata sotto la legge dei diritti umani universali procedeva di pari passo con il discredito dell’idea di sviluppo postcoloniale e della sua promessa di sovranità nazionale. Dopo la fine della Guerra fredda, l’ascesa dei diritti umani universali come standard aureo delle relazioni internazionali accompagnò la consacrazione dell’egemonia unipolare degli Stati Uniti…

Non fu dunque una coincidenza che la riconfigurazione dello sviluppo globale in chiave di diritti umani, portata a compimento dagli SDGs nel 2015, andasse di pari passo con la loro radicale depoliticizzazione. Gli SDGs rappresentarono una straordinaria riduzione del problema dello sviluppo, storicamente legato in modo organico a questioni di azione collettiva e sovranità, trasformandolo in una matrice di indicatori di performance [10].

Questa sostituzione della politica con la metrica è, naturalmente, uno dei tratti distintivi del neoliberismo tecnocratico, e gli SDGs,

accumularono un vasto insieme di obiettivi aspirazionali e ambizioni tecnocratiche, riassunti in 17 obiettivi e 169 traguardi… La speranza era che la politica e la geopolitica potessero essere superate da una griglia completa di obiettivi e da infografiche colorate. Ancora oggi, gli entusiasti indossano una spilla a ruota multicolore per segnalare la loro adesione [11].

A incrinare il sistema degli SDGs non furono tanto i loro fallimenti, quanto piuttosto i loro successi parziali ma significativi. Come gli Obiettivi del Millennio, essi nacquero nel prospero clima degli anni Novanta, quando la crescita della Cina contribuiva ad abbassare gli indicatori di disuguaglianza globale [12]. Tuttavia, a cavallo del nuovo millennio, divenne chiaro che lo sviluppo si era arrestato in gran parte del mondo. I Paesi dell’America Latina e dell’Africa sperimentavano una deindustrializzazione precoce, mentre la Cina e altri Stati dell’Asia orientale espandevano la propria produzione manifatturiera. Solo pochi Paesi — tra cui Vietnam e Cina — riuscirono a seguire il percorso delle “tigri asiatiche”, uscendo dalla povertà e raggiungendo il livello di reddito medio. Questo fenomeno era l’altra faccia della “stagnazione secolare” — una persistente mancanza di investimenti e crescita — vissuta dal Nord globale, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008-2012 [13]. Firmando gli SDGs, i Paesi ricchi promisero di mobilitare miliardi di dollari in fondi per lo sviluppo globale attraverso il settore privato, nel tentativo di riavviare lo sviluppo bloccato del Sud globale. Il poco attraente Obiettivo 17 rappresenta un inno tecnocratico alle partnership pubblico-private, con lo Stato impegnato a “ridurre il rischio” per gli investimenti privati, in quella che Daniela Gabor ha definito il “consenso di Wall Street” [14]. Ma, come osserva Tooze,

Invece di miliardi che generano trilioni, i risultati della finanza mista sono disastrosi. È raro vedere mobilitati più che pochi centesimi per ogni dollaro di denaro privato. In settori chiave dell’innovazione, come l’energia verde e l’intelligenza artificiale, il mondo in via di sviluppo, invece di recuperare terreno, rimane ancora più indietro [15].

Tuttavia, fu proprio l’ascesa della Cina, e la sua capacità di sfruttare l’ordine economico globale per incassare le promesse dello sviluppo — e realizzare un effettivo recupero — a mandare in crisi il sistema. Tooze sostiene che lo sviluppo è intrinsecamente politico: “Riguarda il potere — la capacità di agire. Un mondo più sviluppato è, per definizione, più multipolare e meno controllabile” [16]. La sfida posta dalla Cina — come anche quelle regionali provenienti da Stati africani ormai in grado di permettersi l’hardware della guerra, o la minaccia allo status quo rappresentata da un Messico ricco o da un Brasile in espansione — ha portato gli Stati Uniti a ritirarsi dall’“ordine basato sulle regole”. Biden ha annullato ben poco del lavoro di Trump 1.0. Trump 2.0 ha semplicemente abbandonato le pie illusioni universaliste che accompagnavano tale ordine, inclusi gli stessi SDGs. E quando le circostanze si fanno difficili — come nel caso dell’invasione russa dell’Ucraina — anche i ricchi Paesi europei tagliano i loro bilanci per gli aiuti, proprio come gli Stati Uniti.

CULTURA E SDGS

Sotto molti aspetti, l’impegno del settore culturale nei confronti degli SDGs è perfettamente comprensibile, poiché questo quadro sembrava rappresentare un impegno verso i diritti umani universali, in linea con i principi fondativi delle Nazioni Unite e con gli ideali universalisti radicati nella cultura umanistica.

Le preoccupazioni, già espresse negli anni Novanta, secondo cui tali diritti umani fossero profondamente intrecciati con l’ordine globale guidato dagli Stati Uniti, fondato su principi di market-first e su un “ordine basato sulle regole” fortemente sbilanciato a favore delle potenze dominanti, potevano essere eluse adottando la definizione più ampia possibile di cultura.

La cultura può ora essere intesa come l’insieme complesso delle caratteristiche spirituali, materiali, intellettuali ed emotive che distinguono una società o un gruppo sociale. Essa comprende non solo le arti e le lettere, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali dell’essere umano, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze.

Come ho cercato di sostenere altrove, questa definizione antropologica di “cultura come tutto”, una cultura che coincide integralmente con la società umana, si presta proprio a quelle forme di devozione acritica che Tooze critica [17]. Se accettiamo questa definizione ampia, dovrebbe essere chiaro che la politica culturale ha un’influenza estremamente limitata su questa “cultura”. Essa rivendica una rilevanza fondata sul presunto controllo di vaste aree dell’esistenza sociale su cui, in realtà, non esercita alcun potere: l’impatto delle politiche culturali passa in secondo piano rispetto a quello delle politiche economiche, sociali, urbane, ambientali e di altro tipo. Le politiche mirate a cambiare “interi modi di vita” — come lo stalinismo, il developmentalism del “terzo mondo” o la rivoluzione dei consumatori di Thatcher — raramente si realizzano attraverso la politica culturale, e anzi, hanno più effetto sul funzionamento del settore culturale che non il contrario. Oggi sono ben note le modalità con cui le tecnologie digitali vengono utilizzate per “indirizzare” e modificare in modo significativo i comportamenti online e offline. La politica culturale non “possiede” la cultura [18]: somiglia a uno di quei monarchi in esilio che continuano a rivendicare la legittimità su un regno che ormai li ha dimenticati. L’affermazione fatta al lancio del Culture Goal 2025 a Barcellona — secondo cui, se solo ci fosse stato un obiettivo sulla cultura, gli SDGs avrebbero raggiunto i loro traguardi — appare dunque eccessivamente fiduciosa e ottimista.

La svolta dei diritti umani nella sfera culturale, se da un lato ha aperto nuovi spazi per la diversità culturale e l’empowerment individuale entro la cornice unitaria degli Stati nazionali sovrani, dall’altro ha finito per accettare il modello di governance neoliberale dell’ordine economico globale [19]. La cosa risultò particolarmente chiara con la svolta delle “ICC”, quando si iniziò a ritenere che lo sviluppo equo potesse essere ottenuto attraverso il rafforzamento delle competenze culturali, mobilitando la creatività umana e affiancandola al know-how delle agenzie culturali del Nord globale. Questo nonostante tutte le evidenze mostrassero una disuguaglianza massiccia e crescente nel commercio globale dei servizi culturali, così come il dominio sempre più forte dei monopoli delle piattaforme digitali. L’unica eccezione è stata la Cina, che tuttavia non f mai presentata come un modello alternativo praticabile, perché appariva in aperto contrasto con i dogmi neoliberali dell’economia creativa.

Allo stesso modo, il settore culturale si è stato completamente sedurre dal sogno delle metriche. Come in molti Paesi, il settore ha creduto di poter conquistare il favore dei governi dimostrando il proprio valore economico — anche quando questo non sussisteva realmente — elaborando “modelli di business fittizi” basati su metriche di valore sempre più fantasiose. Ciò che Tooze afferma riguardo al “vastissimo insieme di obiettivi aspirazionali e ambizioni tecnocratiche” degli SDGs si applica pienamente anche al settore culturale.

Oggi l’UNESCO dispone di un’intera costellazione di metriche: obiettivi e indicatori, diagrammi e dashboard, rapporti di monitoraggio e compendi di politiche. Eppure, quasi non esistono spiegazioni convincenti per alcune delle questioni più urgenti:

  • il persistente ritardo del Sud globale,
  • la crescente egemonia delle piattaforme tecnologiche statunitensi,
  • l’evaporazione del Fondo Internazionale per la Diversità Culturale della Convenzione del 2005,
  • le restrizioni sempre maggiori alla mobilità dei professionisti della cultura,
  • il declino della libertà artistica,
  • l’erosione delle condizioni lavorative.

Come descrive Jonathan White nel suo libro In the Long Run, il dominio di metriche e indicatori mina attivamente il potere dell’immaginazione, la nostra capacità di pensare un futuro nuovo.

Nei discorsi sulla cultura e gli SDGs, vediamo un progresso incrementale e infinito da una metrica all’altra, che si dispiega davanti a noi senza offrire alcuna visione del mondo verso cui si tende. Una governance tecnocratica che fa scomparire il futuro, con ogni nuovo rapporto che annuncia “l’eterno ritorno dell’identico” — o, al massimo, del leggermente modificato.

Questo processo è evidente nella Convenzione del 2005, nata dal lavoro di attori della società civile altamente politicizzati, insieme a governi motivati a sfidare l’ordine globale guidato dal WTO, che avrebbe ridotto la cultura a una merce come le altre. Naturalmente, come in ogni accordo globale, essa rifletteva interessi complessi e spesso in conflitto, ma rappresentò una vera vittoria, testimoniando la forza del settore culturale come movimento sociale globalmente connesso. Tuttavia, gli obiettivi politici della Convenzione furono ridotti a un insieme sempre più dettagliato di metriche e rapporti di monitoraggio, volti a registrare i progressi su una griglia di indicatori. Le scelte politiche difficili necessarie per affrontare realmente un’economia culturale globale — la cui infrastruttura tecnologica, giuridica e finanziaria è controllata dal Nord globale (con poche eccezioni dell’Asia orientale) — vennero ridotte all’innocua nozione basata sui diritti, della “diversità delle espressioni culturali”.

Oscillando tra una visione antropologica — “la cultura è tutto” — e la promozione della cultura come motore di crescita delle ICC, le agenzie di politica culturale globale possono così proclamare valori universali, chiudendo però gli occhi sulla reale economia politica della cultura globale. Le barriere strutturali endemiche allo sviluppo culturale locale; il sistema squilibrato di produzione e distribuzione mondiale; le pratiche estrattive delle imprese del Nord globale nei confronti delle piccole realtà e comunità del Sud; l’indebolimento della capacità statale locale dovuto ad accordi commerciali ineguali; le pratiche predatorie del capitale dei fondi speculativi globali — tutto ciò riflette, in senso più ampio, quanto afferma Tooze sugli SDGs:

In prima linea c’erano le zanzariere, l’istruzione primaria e le relazioni di genere; assenti, invece, i ‘secoli di umiliazione’ e i trattati ineguali che avevano generato, in origine, la disuguaglianza e la povertà.

L’attuale risposta dell’UNESCO all’ascesa dell’intelligenza artificiale ne è un esempio emblematico. Sebbene i tech bros abbiano dovuto mostrare deferenza a Trump, sono riusciti ad allineare le proprie ambizioni di riconfigurare completamente le strutture economiche, sociali, culturali e politico-amministrative degli Stati Uniti, dell’Europa e della loro più ampia “sfera d’influenza”, con una forma atavica di impero statunitense, che oggi rifiuta qualsiasi principio universalista in quanto contrario ai propri interessi [20]. Di fronte a questo atto senza precedenti di imperialismo infrastrutturale, l’UNESCO ha elaborato un quadro etico [21]. Ma a fronte delle crescenti evidenze dei danni culturali provocati dall’IA, ci viene offerta soltanto una visione rassicurante del suo potenziale beneficio “se adeguatamente regolamentato”. Regolamentato da chi, esattamente? Da una piccola figura con una bandierina rossa che si para davanti a una locomotiva tecno-imperiale, sovvenzionata dagli imperi, lanciata a tutta velocità [22].

Una domanda simile può essere rivolta al concetto di “cultura come bene pubblico globale”, adottato dall’UNESCO come slogan al Mondiacult 2022. L’organizzazione lo ha usato, ancora una volta, per elencare tutti i benefici che la cultura può apportare al pianeta. Ma un bene pubblico globale si riferisce al problema dei servizi forniti a livello planetario — o “beni” — come la regolamentazione finanziaria, la protezione ambientale, la tutela del patrimonio, il mantenimento dei beni comuni della conoscenza, la pace e la sicurezza, la preparazione a pandemie globali e ad altri rischi sanitari.

Si tratta di beni pubblici globali che sono sempre stati difficili da garantire, e che oggi appaiono ancora più fragili. Come afferma Dani Rodrik, viviamo in uno stato di anarchia nelle relazioni internazionali, dove

“i mercati globali sono solo ‘debolmente integrati’. Non esiste un’autorità antitrust globale, né un prestatore di ultima istanza globale, né un regolatore globale, né reti di sicurezza globali e, naturalmente, nessuna democrazia globale… i mercati globali soffrono di una governance debole e quindi di una debole legittimità popolare” [23].

La Convenzione del 2005, come altri strumenti di tutela del patrimonio, costituisce un bene pubblico globale.

Aveva una sua autorità globale — forse politicamente debole e continuamente minacciata, ma dotata di una forte legittimità derivante dalle sue origini nella società civile — all’interno della quale era possibile affrontare questioni di equità globale e disuguaglianza strutturale nell’economia politica della cultura. Ma con il tempo è diventata uno strumento di monitoraggio per un’economia creativa in grado di creare benefici diffusi, e che si presumeva potesse garantire una crescita orientata al mercato. Come scrive ancora Adam Tooze:

Non viviamo in un mondo in cui il futuro è tracciato in termini di norme universali o di coloratissimi obiettivi SDG e infografiche accattivanti. L’imperativo più profondo e urgente che muove lo sviluppo, sia a livello individuale sia collettivo, non è tanto la ricerca dei diritti, quanto la volontà di potere — potere sulle risorse, potere d’acquisto, capacità di resistere all’influenza altrui, di garantirsi sicurezza e, se possibile, di affermare la propria zona di controllo. Lo sviluppo, in questo senso, non consiste nel barrare caselle o inseguire traguardi, ma è intrinsecamente e necessariamente politico e geopolitico [24].

La cultura deve certamente aspirare a ideali universalisti, ma se non riconosce quanto detto sopra — che il potere è presente nel campo della cultura come in ogni altro ambito, come ben sanno tutti gli operatori artistici e culturali — allora essa agisce in modo irresponsabile, se non addirittura avventato.

L’OBIETTIVO CULTURA

Che dire dell’Obiettivo Cultura, presentato qui a Barcellona durante il fine settimana? La logica che lo sostiene, così come è stata illustrata, non deriva dalla necessità di promuovere uno specifico ambito della vita sociale che potremmo chiamare “cultura”. Piuttosto, esso si fonda sulla definizione antropologica di cultura — “la cultura come tutto”: norme, valori, comportamenti, tradizioni, lingua, e così via —, che sottende tutti gli obiettivi, poiché tutto è culturale [25]. Un obiettivo specifico sarebbe dunque necessario per coordinare meglio il contributo della cultura a ciascun obiettivo e per rendere obbligatorio, per governi e agenzie, prestare attenzione alla cultura e, auspicabilmente, destinarvi risorse.

Articolato in otto traguardi, il progetto di obiettivo è, in sostanza, una proposta fondata sui diritti culturali, che però dice molto poco sul settore culturale reale o sulla sua economia politica globale. Pur menzionando la mobilità degli artisti e le condizioni lavorative dei professionisti della cultura, e pur preoccupandosi del patrimonio culturale, l’unica parte che si occupa del settore culturale in senso stretto è il Target n. 4, interamente redatto sotto il segno delle “industrie culturali e creative”. Il resto dei traguardi riguarda diritti culturali già sanciti da numerose convenzioni e accordi vincolanti delle Nazioni Unite, oppure obiettivi vaghi e indefiniti, come la promozione di “culture della pace e della cittadinanza globale”, o ancora nuove forme di governance ecosistemica “rigenerativa”. In altre parole, una combinazione di “buoni propositi e pie intenzioni” (la pace globale), concetti indeterminati (che cosa significa esattamente “cittadinanza globale”?) e ambizioni nebulose come “usare la cultura rigenerativa per ripensare la protezione ambientale, l’urbanizzazione sostenibile, la pianificazione del territorio, la gestione del paesaggio, la tutela della biodiversità, l’agricoltura e la gestione delle aree naturali”. La parola che viene in mente è hybris [ndr: ambizione smisurata].

Il quarto traguardo si propone di “sostenere lo sviluppo di settori culturali e creativi dinamici”, “salvaguardare il patrimonio immateriale” e “facilitare l’accesso a espressioni culturali diversificate negli ambienti digitali”.

Ma è proprio qui che si colloca la gran parte del settore culturale — commerciale e pubblico, digitale e analogico, produzione e consumo, arte e intrattenimento. Comprende cinema e televisione, videogiochi, radio, musica in streaming, spettacoli dal vivo, narrativa orale e scritta, festival, musei, le infrastrutture tecnologiche da cui dipendono, l’educazione e le competenze necessarie, gli accordi commerciali e contrattuali legati alla proprietà intellettuale. In breve, l’intero complesso del settore culturale. Ciò che la maggior parte delle persone intende quando si parla di “cultura” è qui relegato a un solo obiettivo, privo di qualsiasi specificazione se non la più pallida: “facilitare l’accesso a espressioni culturali diversificate negli ambienti digitali” — e questo proprio di fronte all’assalto globale dei tech bros.

Il proposto Obiettivo Cultura è, in sostanza, una lista dei desideri del settore culturale, distillata negli ultimi decenni e compressa nella forma di un SDG. L’approccio pragmatico è comprensibile: bisogna usare il linguaggio tecnocratico dei traguardi e degli indicatori, non spaventare nessuno, mantenere un tono neutro.

Tuttavia, ciò a cui si mira sarà di scarsa utilità per chi produce e fruisce cultura, poiché si parla della cultura come di ciò che sottende l’intera società umana. Al contrario, documenti come la Carta di Porto Santo [26] delineano in modo molto chiaro e concreto questioni fondamentali riguardanti la cultura così come la viviamo e la sperimentiamo [27]. Un obiettivo sulla cultura così ampio da trascurare il settore culturale reale non dovrebbe, dunque, meritare l’impegno globale del settore delle politiche pubbliche.

I mezzi proposti per raggiungere questa ampia politica culturale globale sono una serie di traguardi e indicatori generici, privi di una visione strategica su come attuarli. “Facilitare l’accesso a espressioni culturali diversificate negli ambienti digitali.” Come? Abolendo Facebook, Meta, Amazon, ecc.? “Introdurre uno sviluppo rigenerativo.” Come? Convincendo le industrie del cemento tedesche e cinesi a diventare ecologiche? È come presentarsi a una sparatoria armati di un foglio Excel.

Sotto molti aspetti, l’Obiettivo Cultura conferma i sospetti di Trump: un tentativo di infilare un’idea progressista di cultura sotto la copertura dello sviluppo sostenibile. Questa idea potrebbe anche essere positiva — io stesso la sottoscriverei — ma la partita è ormai chiusa. Gli SDGs sono stati smascherati. La cultura non potrà essere introdotta di nascosto travestita da serie di indicatori tecnici. C’è una forte possibilità che gli SDGs siano ormai al tramonto — e forse, è un bene così. Come scrive Tooze, “gli SDGs erano ipocriti”, e come recita il suo sottotitolo, “il modello di aiuti dell’Occidente è sempre stato un miraggio. È tempo di un’alternativa realistica”.

TEMPO DI RIPENSARE

Questo contributo potrà sembrare crudele, persino nichilista. Non sono né l’uno né l’altro, ma questi sono tempi duri. Forse i lettori penseranno che io sia sopraffatto dal momento storico — e lo sono — ma è indubbio che questo è il tempo “per un’alternativa realistica”. Non possiamo più legare le nostre speranze alla bandiera degli indicatori tecnocratici, a un processo depoliticizzato che non avrebbe mai potuto funzionare, e che infatti non ha mai funzionato. Un obiettivo per la cultura era una mossa strategica, forse razionale, poiché lo status della cultura — e i finanziamenti a essa destinati — non hanno fatto che diminuire nel tempo. Sembrava un’occasione per ricollocarla al cuore dello sviluppo sostenibile. Ma quella nave ormai è salpata. Qual è, allora, l’alternativa realistica?

Un approccio di questo tipo nascerebbe solo da uno sforzo collettivo, e richiederebbe un forum in cui tornare ad alcuni principi fondamentali, con nuovi dibattiti e idee al di fuori del mondo dello sviluppo sostenibile e delle burocrazie tentacolari che si sono moltiplicate intorno a esso. I forum della società civile sulle politiche culturali globali sono stati marginalizzati, gestiti in modo controllato, confinati. Che aspetto avrebbe oggi un movimento sociale globale per la cultura? Una coalizione per la diversità culturale in una nuova epoca? Magari guidata dall’Africa, dall’America Latina e Centrale, dal Sud e dall’Asia orientale. Non credo che tali forze si attiverebbero grazie a un obiettivo sulla cultura, ma grazie a una visione della cultura. E quale potrebbe essere questa visione?

Ho cinque idee generali, da cui iniziare.

Primo, svincolare la cultura dalla retorica dei “motori” e degli “abilitatori” dell’economia. La cultura non è un’industria, non è uno strumento o un propulsore, ma una parte delle fondamenta di società vivibili. Attenzione: una parte delle fondamenta, non la “pietra angolare”. Dobbiamo quindi affrontare la cultura come si fa con gli obiettivi relativi all’acqua, al genere, all’istruzione o alla salute: in modo chiaro, mirato, specifico, non trasversale e dispersivo. Il diritto alla cultura richiede risorse e infrastrutture che permettano l’accesso e le capacità necessarie per una piena partecipazione alla vita culturale della comunità. La giustificazione per fornire tali risorse non deve basarsi su un “settore ICC diversificato e dinamico”, bensì su un settore culturale diversificato e dinamico. Queste infrastrutture culturali di base dovrebbero essere presenti in qualsiasi comunità vivibile — e in molti luoghi sono del tutto assenti. Serve un programma di infrastrutture culturali di base mirato ai contesti più bisognosi, che vada ben oltre gli indicatori economici attualmente utilizzati per valutare la “salute” (ossia la redditività) del settore ICC.

Secondo, affermare con urgenza la sovranità culturale digitale [28]. Occorre fornire finanziamenti, competenze, strutture giuridiche e capacità ai Paesi in via di sviluppo — o a gruppi di Paesi — per resistere alla colonizzazione delle proprie infrastrutture digitali, così come all’estrazione delle risorse naturali (in particolare dell’acqua usata per il raffreddamento dei data center) che l’accompagna. Bisogna aiutarli a sviluppare infrastrutture digitali proprie. Non un nazionalismo digitale — impossibile per molti Stati isolatamente — ma una sovranità digitale collaborativa e democratica. Un’alleanza pragmatica con agenzie regionali come l’Unione Europea e, da esplorare, anche con la Cina, potrebbe favorire sviluppi vantaggiosi per entrambe le parti. Senza tale sovranità, i benefici di qualsiasi sviluppo digitale e indotto dall’intelligenza artificiale — inclusi quelli che riguardano le CCI — continueranno ad affluire agli Stati Uniti (e, in parte, alla Cina), rafforzando la dipendenza. Ciò significa identificare blocchi di attori in grado di costruire infrastrutture digitali pubbliche e aperte. Questo comporta non solo investimenti, ma anche una forte regolamentazione contro le piattaforme predatorie, per fornire infrastrutture digitali robuste che proteggano la sovranità culturale nazionale — non come proto-industrie esportatrici, ma come parte integrante della vita e dell’identità culturale del Paese.

Terzo, proteggere gli ecosistemi creativi dalle vere minacce che li colpiscono. Se conosciamo gli effetti devastanti dello sviluppo sul mondo naturale e non umano, l’impatto sugli ecosistemi creativi non trova alcuna traccia nell’obiettivo cultura. Promuovere “settori culturali e creativi diversificati e dinamici” non affronta minimamente le sfide reali che i settori artistici e culturali locali e regionali — tanto nel Nord quanto nel Sud del mondo — si trovano ad affrontare. Questi ecosistemi vengono devastati da aziende digitali estrattive, sviluppi immobiliari, peggioramento delle condizioni lavorative, piattaforme sfruttatrici, nonché dai grandi progetti culturali calati dall’alto, con cui i leader locali mostrano la propria adesione all’economia creativa e alla promessa di sviluppo globale. Le piccole e medie imprese non vanno valorizzate per la loro “scalabilità”, ma per il legame con il territorio, per la loro capacità di rendere possibile e significativa la fruizione culturale. Occorre sviluppare nuovi principi per definire cosa sia un ecosistema culturale sano, un vero impegno per la diversità culturale al di fuori delle formule di sviluppo del settore delle ICC.

Quarto, creare reti mirate di commercio, mobilità e cooperazione. Sì, anche per ampliare i mercati — poiché è così che molta cultura viene prodotta e fruita — ma come contributo a società fiorenti, non a un astratto “sviluppo sostenibile”. Dobbiamo sfruttare le opportunità offerte dal nuovo mondo multipolare. Gli ideali universali restano validi, ma non potranno realizzarsi attraverso un impegno generico verso un insieme di obiettivi aggregati, bensì tramite accordi multinazionali basati su obiettivi condivisi e specifici. Non si tratta di respingere i principi delle Nazioni Unite, ma di riconoscere che oggi esse non godono più dell’adesione che avevano in passato. Il settore culturale deve sviluppare partenariati nazionali e regionali attorno a priorità e progetti concreti, con le agenzie globali nel ruolo di mediatori. I Paesi del Nord globale ancora impegnati sul fronte della cultura e dello sviluppo dovrebbero creare programmi mirati a infrastrutture culturali di base, sovranità digitale, ecosistemi culturali sani e commercio equo. Forse non riusciremo ad avere un consenso globale, ma gli Stati nazionali (e l’UE) conservano un potere significativo, se solo vorranno esercitarlo, in un mondo ormai post-unipolare.

Quinto, riaffermare il ruolo centrale dello Stato — e delle associazioni di Stati — nello sviluppo del settore culturale, parte essenziale dei beni comuni dell’ecosistema culturale. Delegare il primato al mercato, alla finanza globale e alle ONG come attori principali dello sviluppo mondiale è stato un errore. Occorre riprendere il controllo dell’infrastruttura culturale e dei centri di comando dell’economia culturale in nome dell’interesse nazionale sovrano — una posizione spesso liquidata negli anni Novanta come protezionismo autarchico, ma che oggi deve tornare sul tavolo come opzione concreta. L’affermazione del ruolo dello Stato e dell’interesse nazionale non è in contraddizione con la collaborazione internazionale, né con la fornitura dei beni pubblici globali di una buona governance. Al contrario, essa ne costituisce una solida base.

CONCLUSIONE

Non sappiamo quale direzione prenderà lo “sviluppo globale”. Potrebbe evolvere in qualcosa di più complesso, specifico per ogni regione, coinvolgendo diverse combinazioni di attori. Si può sperare che altri Paesi — forse la Cina? — colmino il vuoto lasciato dai nichilisti di Washington, poiché ci sono popolazioni fortemente dipendenti dagli aiuti che un tempo provenivano dal Nord globale. Senza tali aiuti, molte persone muoiono o vivono in condizioni miserabili. Tuttavia, non possiamo aspettarci che questo processo si generi automaticamente attraverso un insieme di SDGs: richiederà un lavoro difficile, radicato a livello locale, e pretenderà una maggiore capacità statale, non soltanto ONG e finanza globale senza rischi. In una parola, richiederà politica.

Il rapporto tra cultura e politica è sempre complesso, e molti si sono “scottati” tentando di coniugarli. Ma tutte queste aspirazioni legate alla cultura richiedono volontà politica, non gestione tecnocratica. Dobbiamo quindi mostrare perché la cultura è importante per la politica, perché contribuisce a costruire società vivibili e cittadini consapevoli, invece di continuare a impiegare un esercito di consulenti incaricati di dimostrare — attraverso metriche — come essa contribuisca al PIL. Qualunque cosa emerga da questo momento di crisi, la fine della depoliticizzazione della cultura potrebbe rappresentare uno degli esiti positivi.

Fonte: Culture Policy Room.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] William Davies (2025) “Repeal the 20th Century” London Review of Books 47:17 25th September.

[2] Sergio Mariotti (2025) “Win-lose” globalization and the weaponization of economic policies by nation-states”, Critical Perspectives on International Business, https://www.emerald.com/insight/1742-2043.htm

[3] Adam Tooze (2025) “The End of Development”. Foreign Policy September 8th.

[4] https://culture2030goal.net/roadmap-2025

[5] Jean-Baptiste Fressoz (2025) More and More and More. An All-Consuming History. Penguin Books.

[6] https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000104415.locale=en

[7] See Justin O’Connor (2025) “Rethinking the Foundations: Global Cultural Policy at a Crossroads”. European Journal of Cultural Studies DOI: 10.1177/13675494251337934.

[8] UNESCO (2025) Culture and Sustainable Development https://www.unesco.org/en/sustainable-development/culture

[9] Jason Hickel (2019) “The contradiction of the sustainable development goals: Growth versus ecology on a finite planet” Sustainable Development DOI: 10.1002/sd.1947.

[10] Adam Tooze (2025) Chartbook 408: After the Last Utopia: China, the US, sustainable development and Hayek’s bastards. https://adamtooze.substack.com/p/chartbook-408-after-the-last-utopia. Cf. Sam Moyn (2010) The Last Utopia. Human Rights in History. Harvard University Press.

[11] Adam Tooze (2025) Foreign Policy.

[12] Branko Milanovic (2019) Global Inequality. A New Approach for the Age of Globalisation. Harvard University Press.

[13] https://larrysummers.com/category/secular-stagnation/page/2/

[14] Daniela Gabor (2021) “The Wall Street Consensus”. Development and Change 52:3 https://doi.org/10.1111/dech.12645

[15] Tooze (2025) Foreign Policy.

[16] Ibid.

[17] Justin O’Connor (2025) Crossroads.

[18] So too with the architectural metaphor of culture as the ‘fourth pillar’ of development, alongside economic, social and environmental development, which is not only is analytically and historically confused, but leaves an autonomous realm of “the economy” standing, as if it were not precisely “the economy” that needed to be radically reorganised under a social, environmental and cultural priorities.

[19] Phil Schlesinger (2016) “Whither the creative economy? Some reflections on the European case” in

A.E.L Brown and C. Waelde (eds) Research Handbook on Intellectual Property and Creative Industries, Cheltenham: Edward Elgar, 2018.

UNESCO’s 1996 Our Cultural Diversity made great reference to Amartya Sen’s Capability theory, which allowed a far deeper reading of cultural value than simply national representation and identity.

[20] https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/07/Americas-AI-Action-Plan.pdf

[21] https://www.unesco.org/en/artificial-intelligence/recommendation-ethics. See also https://lnkd.in/gfsje5ks

[22] Adam Tooze (2025) Chartbook 410: Malign coincidence – MAGA & the moment of hyperscaling. https://adamtooze.substack.com/p/chartbook-410-malign-coincidence

[23] Dani Rodrik (2008), “The death of the globalization consensus”, Project Syndicate, Jul 11.

[24] Tooze (2025) Foreign Policy.

[25] “every aspect of inclusive and sustainable development, including in all the policy areas specifically covered by the 17 SDGs, has an essential cultural dimension, reflecting human knowledge, beliefs, values, skills and practices” https://culture2030goal.net/sites/default/files/2025-09/culture2030goal_culture-goal-v10-eng.pdf

[26] a strategic framework launched in April 2021 during a conference held on Porto Santo Island, Madeira, under the Portuguese Presidency of the Council of the European Union.

[27] https://portosantocharter.eu/the-addendum/

[28] Cecelia Recap, Cedric Durand, Edemilson Paraná, Paolo Gerbaudo, Paris Marx (2025) Reclaiming Digital Sovereignty. Published by the Democratic and Ecological Digital Sovereignty Collective.

ABSTRACT

The piece argues that the proposed “Culture Goal” pushed at MONDIACULT 2025 — intended to embed culture as a stand-alone Goal in the post-2030 sustainable development agenda — risks becoming an over-broad wish list rather than a meaningful policy framework. While the draft includes 8 targets, only one (Target #4) truly addresses the actual cultural and creative sector; the others deal with broad cultural rights, global citizenship, peace, environmental regeneration and ecosystemic governance — without concrete mechanisms or accountability. In a world marked by geopolitical tension, digital monopolies and shrinking public commitment to cultural funding, the author argues that culture must be reframed as a foundational element of livable societies — akin to health or education — supported by targeted public policies, state capacity, fair infrastructures, and democratic governance. Without such clarity, the Culture Goal risks being empty rhetoric.

 

Clicca qui e leggi gli altri articoli della sezione “POLITICHE PER LA CULTURA” di LETTURE LENTE
Avatar

Justin O’Connor

Justin O’Connor, Professor of Cultural Economy at Adelaide University, Hallsworth Visiting Professor University of Manchester, and Visiting Professor at the Department of Cultural Management Shanghai Jiaotong University.

© AgenziaCULT - Riproduzione riservata

Back To Top