skip to Main Content
LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Come cambia la partecipazione generazionale e cosa può fare la cultura per intercettarla. La partecipazione giovanile non è solo questione culturale o sociale: è una sfida eminentemente politica. Senza un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni, ogni pratica generativa rischia di restare episodica
© Foto di Simon Maage su Unsplash

UNA GENERAZIONE CHE VUOLE CONTARE

In un contesto globale segnato da mobilitazioni universitarie, attivismo transnazionale e nuove forme di cittadinanza digitale, la presenza giovanile negli spazi pubblici non può essere letta come semplice reazione emotiva. È una domanda di riconoscimento: essere considerati soggetti politici, generativi, presenti.

Alessandro Rosina ha scritto: «Ai giovani viene chiesto di costruire il proprio futuro in uno scenario con coordinate incerte e condizioni deboli» [1]. Allo stesso modo, Alessandro Baricco ha osservato: «Oggi che centinaia di migliaia di persone, in tutto il mondo, scendono in piazza con quella bandiera addosso, bisogna ammettere che quei ragazzi erano un quarto d’ora davanti a tutti: ed è molto importante capire in cosa hanno anticipato gli altri, e qual è il salto concettuale che hanno fatto con una velocità di cui nessun altro è stato capace» [2].

Il Rapporto Giovani 2025 lo conferma: il 72% dei giovani tra i 18 e i 34 anni desidera contribuire al cambiamento sociale, ma solo uno su tre sente di avere strumenti adeguati. Il 60% considera importante la partecipazione civica e politica, ma percepisce i canali tradizionali come distanti. Solo il 37,8% ritiene che la politica offra uno spazio reale di azione [3]. La fiducia nelle istituzioni è bassa, ma cresce l’interesse per forme di attivazione locale, digitale, collaborativa. I giovani chiedono una scuola che valorizzi le specificità, un lavoro che li realizzi, e ambienti dove contribuire al bene comune.

Questi dati non raccontano soltanto un disagio generazionale: mettono in luce una frattura di rappresentanza. Non è la disponibilità dei giovani a mancare, ma la capacità della politica di riconoscerli come interlocutori. Se le istituzioni non aprono spazi reali di co-decisione, la distanza rischia di trasformarsi in perdita di legittimità democratica.

MENO GIOVANI, MENO FUTURO?

La domanda di futuro espressa dalle nuove generazioni si scontra con un dato strutturale: i giovani sono sempre meno. Secondo ISTAT, entro il 2050 il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3, e la popolazione in età lavorativa scenderà dal 63,8% al 53,3% [4].

Nel Mezzogiorno, il tasso di dispersione scolastica supera il 15% in regioni come Campania (16,4%), Calabria (15,8%) e Puglia (15,1%): nelle Isole si registrano i livelli più alti: Sardegna (17,3%) e Sicilia (17,1%) [5]. Secondo l’Osservatorio Con i Bambini, oltre 2,2 milioni di minori vivono in povertà relativa, con forti limitazioni nell’accesso a opportunità educative, culturali e relazionali [6]: Solo il 59% degli studenti raggiunge i traguardi in italiano, il 56% in matematica, il 20% abbandona precocemente la scuola, e il 12% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora, non si forma (NEET).  La povertà educativa non è solo scolastica: è un ostacolo alla cittadinanza futura. Non si tratta soltanto di indicatori sociali, ma di scelte di priorità.

Se la questione generazionale non viene assunta come asse strategico delle politiche pubbliche, il Paese rischia di compromettere la propria sostenibilità democratica ed economica. Come sottolinea l’Osservatorio della Fondazione Feltrinelli: «Riabilitare il potenziale educativo dei territori significa renderli contesti di cittadinanza attiva, capaci di dare impulso alla qualità della vita e promuovere esperienze di crescita per le fasce giovanili» [7].

LA CULTURA COME SPAZIO ABILITANTE

In molte aree del Paese, la disuguaglianza generazionale si traduce in assenza di spazi, opportunità e ambiente di riconoscimento.

La cultura può agire come driver generativo, linguaggio condiviso e ambiente di riconoscimento. Perché questa funzione si realizzi, serve un ripensamento collettivo: pubblico, privato sociale, imprese, istituzioni culturali e attori economici devono riconoscere la partecipazione giovanile come leva generativa.

Come scrivono Venturi e Zandonai, «le infrastrutture civiche non sono semplici spazi, ma sistemi di relazioni, scambi e significati capaci di generare valore sociale, economico e culturale. Sono habitat che ricompongono il valore di legame con il valore d’uso, trasformando luoghi in piattaforme generative [8]».

In questo quadro, il privato sociale può agire come spazio di attivazione, se supera il coinvolgimento episodico e costruisce percorsi di responsabilità condivisa. «La cultura – sostiene Sacco – non è più solo produzione di contenuti, ma ambiente abilitante per l’innovazione sociale, la coesione, la partecipazione [9]».

Sul piano pubblico, manca in Italia una politica organica per le nuove generazioni. Come evidenzia il Rapporto Giovani 2024, «i giovani sono spesso destinatari di interventi episodici, non inseriti in una visione strategica di lungo periodo [10]». Il risultato è che molti scelgono di partire: oltre 300.000 under 35 hanno lasciato l’Italia negli ultimi cinque anni, spesso con titoli di studio elevati. La “fuga dei cervelli” non è solo un problema economico: è un fallimento di riconoscimento.

Il privato sociale può agire come spazio generativo: significa ripensare i modelli organizzativi, valorizzare le competenze giovanili, aprire spazi di governance, investire in dispositivi di crescita e impatto. La partecipazione non si attiva con lo storytelling, ma con ambienti negoziabili dove si esercita potere, non solo adesione¹. Come scrive Crescenzi: «Se il Terzo Settore vuole continuare a rimanere incisivo e competitivo, deve mettersi profondamente in discussione e applicare strategie adeguate di talent intelligence, acquisition e management. È necessario dare vita a un ecosistema generativo del talento e di nuovi leader, da cui attingere le nostre persone e da sviluppare con cura [11]». Le Imprese Culturali e Creative (ICC) possono diventare presidi civici capaci di integrare cultura, welfare e partecipazione – una prospettiva che ho sviluppato nel mio contributo per AgenziaCULT [12]. Non solo luoghi di produzione artistica, ma ambienti di attivazione generazionale. Laboratori, residenze civiche, call pubbliche, archivi narrativi: formati che non si limitano a coinvolgere, ma abilitano.

Se la cultura può agire come infrastruttura civica, la politica deve assumere la responsabilità di renderla tale. Non basta riconoscere le pratiche giovanili: occorre trasformarle in politiche pubbliche, in diritti esigibili, in spazi di potere condiviso. La sfida non è culturale soltanto, ma eminentemente politica.

INTERROGARCI, NON INTERPRETARE

La partecipazione giovanile non si attiva per invito, ma per condizioni abilitanti. Come scrive Mario Calderini: «La partecipazione non è una predisposizione individuale, ma il risultato di condizioni abilitanti. È il prodotto di ambienti che riconoscono, valorizzano e mettono in circolo le capacità generative delle persone [13]».

Se la cultura vuole agire come infrastruttura civica, deve offrire spazi negoziabili, dove si costruisce senso, si esercita cittadinanza, si genera impatto. Non si tratta di interpretare bisogni, ma di rendere praticabile la presenza giovanile.

Alcune traiettorie mostrano come la cultura possa diventare ambiente abilitante. Non modelli da replicare, ma formati generativi che riconoscono, formalizzano e rilanciano la partecipazione.

Riconoscere la partecipazione informale. Pratiche artistiche, attivismo digitale, relazioni di cura: non sempre istituzionalizzati ma capaci di generare legami, senso e impatto. A Bologna, MACbo ha trasformato uno spazio comunale in un laboratorio urbano, dove adolescenti e giovani co-progettano attività culturali e civiche [14]. A Torino, Spazi di Quartiere ha integrato arte urbana e micro-eventi, valorizzando l’attivismo non codificato [15].

Costruire ambienti abilitanti. Case di quartiere, community hub, festival civici: la cultura come spazio di esercizio civico. A Catania, Officine Culturali ha riattivato l’ex Monastero dei Benedettini come centro partecipato, coinvolgendo i giovani nella gestione del patrimonio [16]. A Milano, la Casa della Cultura ospita forum e laboratori civici con governance condivisa. In entrambi i casi, la cultura non è offerta da consumare, ma ambiente dove si esercita potere e si costruisce legame [17].

Integrare cultura e politiche giovanili. Co-progettazione tra enti culturali, imprese sociali e giovani per generare agency. In Trentino, il Piano Giovani integra cultura, formazione e cittadinanza attiva, con centinaia di progetti sostenuti ogni anno [18].

Rendere visibile il contributo generazionale. Documentare, narrare, archiviare la partecipazione: non per celebrarla, ma per riconoscerla come memoria civica. La Fondazione Fitzcarraldo valorizza il ruolo dei giovani nei processi di rigenerazione [19]. Il format Generazione Bellezza di RAI Cultura narra storie di giovani che rigenerano territori attraverso arte, impegno e visione civica [20].

Attivare alleanze generative. La partecipazione giovanile non si costruisce in compartimenti separati: serve una alleanza educativa tra cultura, scuola, welfare e territorio. Quando questi mondi si parlano, si attivano ambienti capaci di generare cittadinanza. A Reggio Emilia, il progetto Fare Scuola Fuori ha coinvolto scuole, enti culturali e imprese sociali per ripensare gli spazi educativi come luoghi di relazione e attivazione civica [21]. A Bergamo, Moltiplica ha messo in rete musei, cooperative e gruppi giovanili per progettare percorsi di cittadinanza attraverso arte, lavoro e territorio [22]. In entrambi i casi, la cultura non è decorazione educativa, ma dispositivo generativo.

La partecipazione giovanile non è una categoria da analizzare, ma una pratica da rendere strutturale. Ogni spazio che rende visibile il contributo generazionale è già cittadinanza. Ogni dispositivo che attiva futuro è già cultura. Ma senza un’assunzione di responsabilità politica, tutto questo rischia di restare frammento.

Come ricorda Alessandro Rosina, «le nuove generazioni chiedono spazi e opportunità reali per contribuire al miglioramento del presente tenendo viva la speranza di un futuro più sostenibile e giusto» [23].

Il compito della politica è istituzionalizzarli, trasformandoli in politiche pubbliche stabili e garantendo equità territoriale.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Rosina A., Il mondo riparte sempre dalle nuove generazioni. Se possono esprimersi, Avvenire, 2 ottobre 2025. Link

[2] Alessandro Baricco, L’addio al Novecento dei ragazzi nelle piazze, pubblicato originariamente su Substack e ripreso da diverse testate, tra cui ADIF – Associazione Diritti e Frontiere, 9 ottobre 2025. Link

[3] Istituto G. Toniolo, Rapporto Giovani 2025, Il Mulino. Link

[4] ISTAT, Report Previsioni Demografiche, novembre 2021. Link

[5] Spaggiari, La dispersione scolastica in Italia: un’analisi approfondita tra progressi e sfide strutturali, 2024. Link

[6] Osservatorio Con i Bambini, Previsioni sulla condizione dei giovani in Italia nel 2030. Link

[7] Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Osservatorio sulle Povertà Educative. Link

[8] Venturi, P., Zandonai, F. (2019), Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società, Egea, p. 45.

[9] Sacco, P.L. (2011), Culture 3.0: A New Perspective for the EU 2014–2020 Structural Funds Programming, European Expert Network on Culture (EENC), p. 3.

[10] Consiglio Nazionale dei Giovani, Agenzia Italiana per la Gioventù, EURES (2024), Giovani 2024: Bilancio di una generazione, settembre 2024, pp. 6, 12. Link

[11] Crescenzi M. (2023), Giovani, talento e Terzo settore: come attrarre i giovani e gestire meglio le nostre persone?, Rivista Impresa Sociale. Link

[12] Vairani D. (2025), Ecosistemi ibridi: traiettorie culturali per l’impresa sociale del futuro, AgenziaCULT. Link

[13] Calderini, M., Innovazione, sfide sociali e protagonismo dell’imprenditoria ad impatto: un ripensamento degli ecosistemi d’innovazione per una nuova generazione di politiche, in «Rivista Impresa Sociale», n. 3/2020. Link

[14] Arci Bologna, Fondazione Unipolis, UniBo, Ricerca Fammi Spazio, 2025. Link

[15] Culotta V. (2024), La partecipazione dei giovani alla res publica, Labsus. Link

[16] Officine Culturali, Catania. Link

[17] Casa della Cultura, Milano. Link

[18] Piani Giovani, Sportello Giovani Trentino. Link

[19] Fondazione Fitzcarraldo, Archivio dei Festival Civici. Link

[20] RAI Cultura, Generazione Bellezza. Link

[21] Fare Scuola – Enel Cuore / Fondazione Reggio Children. Link

[22] GAMeC Bergamo, La nuova GAMeC – progetto di rigenerazione urbana, 2023. Link

[23] A. Rosina, Introduzione. Le ragioni della speranza, in La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2025, a cura dell’Istituto Giuseppe Toniolo, Il Mulino, Bologna 2025, p. 15.

ABSTRACT

Youth participation is not an individual trait but the outcome of enabling environments. Amid demographic decline, educational poverty and institutional detachment, culture can act as civic infrastructure. This article outlines five operational pathways to recognise, formalise and amplify generational contribution—turning culture into a negotiable space and a generative civic device. Youth participation is not only a cultural or social matter: it is an eminently political challenge. Without a clear assumption of responsibility by institutions, every generative practice risks remaining episodic.

 

Clicca qui e leggi gli altri articoli della sezione “POLITICHE PER LA CULTURA” di LETTURE LENTE

Avatar

Davide Vairani

Davide Vairani è Open Innovation, esperto in politiche sociali e coprogettazione. Professionista con oltre 20 anni di esperienza nei servizi sociali e sociosanitari della Pubblica Amministrazione. Esperto in programmazione e valutazione delle politiche sociali, coordinamento di servizi per la non autosufficienza e coprogettazione con il Terzo Settore. Attualmente è Open Innovation presso Associazione Condivivere APS di Cremona, attiva nella disabilità adulta. È fondatore del progetto editoriale "Il Cantiere del Welfare".

© AgenziaCULT - Riproduzione riservata

Back To Top