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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
La vitalità culturale nei territori e la povertà educativa come lenti di osservazione per misurare il disagio giovanile
© Foto di Michał Parzuchowski su Unsplash

Negli ultimi anni il tema della povertà educativa ha assunto sempre maggiore rilevanza nel dibattito politico e sociale in Italia. Tale concetto, comparso in letteratura negli anni novanta del secolo scorso, ha avuto diversi sviluppi e chiavi di lettura ed è ripreso periodicamente da governi e da associazioni non profit come uno dei punti cardine per il raggiungimento degli obiettivi di Sviluppo sostenibile presenti nell’Agenda 2030. In Italia una delle definizioni più utilizzate è quella di Save the Children che definisce la povertà educativa come “la privazione da parte dei bambini, delle bambine e degli/delle adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni” [1].

La povertà educativa è un concetto molto ampio e riguarda diverse dimensioni collegate alle opportunità culturali, scolastiche, relazioni sociali, attività formative, ecc. La dimensione culturale costituisce un aspetto importante da non trascurare nelle analisi e negli obiettivi di policy da mettere in campo. Quale relazione può insorgere tra la povertà educativa dei minori e la vitalità dell’offerta culturale presente nei diversi territori?

A livello statistico uno degli indicatori più rilevanti per misurare la povertà educativa è il tasso di abbandono scolastico [2]. L’abbandono scolastico, infatti, non rappresenta soltanto un ostacolo per la crescita economica e l’occupazione, frenando la produttività e la competitività e alimentando povertà ed esclusione sociale bensì raffigura anche un impedimento alla fruizione e partecipazione culturale nel nostro Paese. A proposito di questo: citando gli ultimi dati Istat sulla partecipazione culturale fuori casa nel 2022 vediamo proprio come di fronte ad un dato nazionale che si attesta al 23,1%, la forbice tra chi ha un titolo di studio alto (Accademia/Diploma universitario/Laurea/Specializzazione/Dottorato) ed uno molto basso (Licenza media/Elementare/Nessun titolo) è ampia: 47,1% i primi, 13,8% i secondi. Ergo la partecipazione culturale fuori casa è strettamente correlata ad un alto titolo di studio [3].

Allo stesso tempo, dal punto di vista dell’offerta culturale sicuramente i diversi dati e indicatori presenti sulla dotazione infrastrutturale presente in Italia in termini di luoghi della cultura (musei, biblioteche, librerie, ecc…) e dello spettacolo (teatri, cinema, sale concerto, ecc..) costituiscono una preziosa informazione per leggere e analizzare la distribuzione, i divari e le disparità territoriali dal punto di vista dell’offerta culturale presenti nel Paese. Tuttavia, la semplice presenza o meno di una “infrastruttura culturale” non è di per sé sinonimo di una reale offerta, né di qualità o di quantità, concetti questi ultimi probabilmente basilari nel voler capire quanto e come questa influisce sulla povertà educativa dei minori.

Un indicatore utile a misurare la vitalità dell’offerta culturale può essere quello di considerare l’offerta di spettacoli e intrattenimenti in Italia che si realizzano in ciascun comune non saltuariamente [4]. Utilizzando dati SIAE è possibile calcolare tale indicatore per qualsivoglia aggregato territoriale considerato (comunale, provinciale, regionale, aree interne, etc.) come: numero di eventi culturali (non stagionali) realizzati per (centinaia di) minori residenti. Questo indicatore, pur non misurando l’offerta di spettacoli rivolta specificamente ad un pubblico di bambini e ragazzi, rappresenta una proxy per misurare effettivamente il peso dell’offerta di spettacolo pro-capite al netto della popolazione adulta e anziana residente in un dato territorio.

I livelli territoriali da poter considerare in questo caso possono essere diversi, anzi più si scende nel dettaglio più si può cogliere l’eterogeneità territoriale e le divergenze centro-periferie. Tuttavia, per la formulazione di questa prima ipotesi di approfondimento il livello regionale\provinciale è già sufficiente per fornire un quadro sulle disparità territoriali presenti nel Paese.

QUALCHE DATO SU ABBANDONO SCOLASTICO E OFFERTA DI SPETTACOLO

Osservando gli ultimi dati disponibili sull’abbandono scolastico e sull’offerta culturale non stagionale per minore si ha subito la conferma come una delle consuete caratteristiche del nostro paese risulta essere quella di avere ampi divari geografici.

Dai dati sull’abbandono nel 2022 a livello regionale si possono notare forti squilibri che non rispecchiano solo le tradizionali disparità tra Mezzogiorno e Centro-nord. Le 5 regioni che hanno i tassi di uscita precoce dal percorso scolastico più elevati sono le 4 maggiori regioni del Mezzogiorno più la Valle d’Aosta: al primo posto troviamo la Sicilia con un tasso pari al 18,8 per cento, seguita da Campania con il 16,1. A seguire la Sardegna e la Puglia (rispettivamente con un tasso di abbandono del 14,7 e 14,6 per cento). Queste regioni si trovano al di sopra della media nazionale (11,5 per cento). Dall’altro lato invece in regioni quali Basilicata, Trento, Marche, Umbria, Lazio, Friuli-Venezia Giulia e Molise il tasso di abbandono si colloca al di sotto della soglia limite fissata dalla Ue del 9 per cento entro il 2030. Osservando i dati in serie storica si può osservare comunque come, a livello nazionale, il tasso di abbandono sta avendo una flessione (-2,8 p.p. rispetto al 2018) avvicinandosi alla soglia limite comunitaria [5].

Allo stesso tempo le 5 regioni nelle quali si concentra la maggiore offerta culturale per minore sono il Friuli Venezia Giulia e l’Umbria (rispettivamente con 47,7 e il 46,6 spettacoli per minore), seguite dalla Liguria (43,8 spettacoli) e le regioni Valle d’Aosta e Lazio (rispettivamente con 42,7 e il 41,1 spettacoli per minore). Questi valori si attestano molto sopra la media nazionale di 32,1 spettacoli per minore. Viceversa, le regioni più svantaggiate dal punto di vista di questa tipologia di offerta sono la Sicilia (23,3 spettacoli), il Trentino Alto-Adige (22,6), la Campania (20,19 e tra le più deprivate il Molise e la Calabria rispettivamente con 15,0 e 13,6 spettacoli per minore.

Questi dati visti così naturalmente rappresentano soltanto una prima ipotesi per rintracciare una possibile relazione o correlazione tra i due fenomeni (Tabella 1).

Tabella 1: Tasso di abbandono scolastico ed eventi culturali non stagionali per minore (da 0 a 17 anni) – Anno 2022

Fonte: nostre elaborazioni su dati SIAE per gli eventi culturali e ISTAT per la popolazione dei minori e tasso di abbandono scolastico

Da una stima effettuata a livello provinciale sull’abbandono scolastico nell’anno 2021 per contribuire ad analizzare la povertà educativa dei minori ad un maggior dettaglio territoriale [6], a “sostegno” della possibile relazione tra gli indicatori succitati, si può osservare una possibile correlazione. Dal grafico a dispersione sottostante sembra emergere una relazione negativa fra le due variabili, per cui in quelle province in cui vi è un maggior numero di eventi culturali per minore, vi è un tasso di abbandono scolastico minore e viceversa (Figura 1). Questa relazione che ovviamente non è sinonimo di causalità potrebbe essere influenzata da molti fattori sia di natura economica che sociale così come potrebbe avere una variabile sottostante ad entrambe che ne condizioni il risultato. Il reddito pro-capite oppure gli indicatori sull’incidenza della povertà potrebbero costituire dei fattori esplicativi che aiutano alla comprensione di tale relazione.

Figura 1: grafico a dispersione per provincia (anno 2022)

Fonte: nostre elaborazioni su dati SIAE per eventi culturali e Anagrafe nazionale degli studenti Ministero Istruzione

Per colmare le lacune sull’offerta di spettacolo rivolta verso la popolazione minorile in certi territori, un dato interessante è quello che emerge delle attività svolte dai musei e gli istituti similari, importanti soprattutto per la presenza diffusa e capillare nel territorio italiano che arriva a coprire anche le aree più svantaggiate.  Dai dati sul 2022 osserviamo come circa un museo su due, con differenze più o meno marcate nelle regioni italiane, dichiara di aver svolto attività di laboratori didattici (per bambini, ragazzi e scolaresche) così come di aver ospitato spettacoli dal vivo e/o iniziative di animazione culturale (Grafico 1). Pur con qualche eccezione, queste attività sono presenti in maniera rilevante anche nelle regioni con più alti tassi di abbandono e dispersione scolastica così come in quelle con bassa offerta di spettacolo non stagionale per minore [7]. Emerge in questo caso l’importanza delle istituzioni museali presenti nel territorio di poter svolgere una funzione di welfare culturale e di prossimità proprio nei contesti più vulnerabili.

Grafico 1: Musei e istituti similari per tipologia di attività svolta in presenza per regione (anno 2022)

Fonte: Istat, “Indagine sui musei e le istituzioni similari”, anno 2023

ALCUNE CONSIDERAZIONI

Per maggiore chiarezza occorre sottolineare come, oltre alla dimensione amministrativa, questi dati andrebbero senz’altro osservati anche per come si distribuiscono attraverso le ripartizioni funzionali presenti nelle rispettive regioni, quali ad esempio le aree interne e di comuni polo, così come attraverso le città, i piccoli paesi e gli insediamenti rurali. Sappiamo, infatti, come i divari e le disparità territoriali non sono solamente presenti tra le regioni o province, bensì anche all’interno di esse tra comuni interni e aree polo, così come tra comuni di medie-grandi dimensioni e comuni minori.

Alla luce di questi primi dati sopraggiungono quindi una serie di domande: che rapporto c’è tra tasso di abbandono scolastico e offerta culturale a disposizione della popolazione minorile residente in una data area territoriale? Si può parlare di una correlazione tra i due fenomeni? Quali sono le eccezioni? Ma soprattutto, la presenza di opportunità culturali nei termini di spettacolo e intrattenimento in determinate aree a forte disagio minorile, può costituire un fattore abilitante per incrementare le possibilità, per bambini e adolescenti, di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni? Se si, a quali condizioni?

Il comparto culturale legato allo spettacolo e l’intrattenimento, dopo il biennio critico durante l’emergenza pandemica, ha mostrato segni di una sua parziale ripresa. Tale ripresa sembrerebbe aver riperpetuato vecchi scenari e trend sulla partecipazione culturale del passato, riguardando solamente una fascia “privilegiata” di popolazione. La presenza di opportunità culturali nei territori, soprattutto in quelli più svantaggiati e deprivati da opportunità formative ed educative, rappresenta pertanto un presidio irrinunciabile per migliorare la qualità della vita e le prospettive di sviluppo delle fasce giovanili maggiormente esposte a vulnerabilità di tipo economico, sociale e culturale.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Per approfondimenti sugli interventi a contrasto della povertà educativa di Save the Children: https://www.savethechildren.it/blog-notizie/articoli/poverta-educativa

[2] Statistiche dei paesi europei sull’abbandono scolastico: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Early_leavers_from_education_and_training

[3] Istat, Rapporto Bes 2022. Il benessere equo e sostenibile in Italia 2.pdf (istat.it)

[4] Per determinare la non saltuarietà dell’evento culturale in un determinato luogo si è considerata la periodicità ad esempio non stagionale maggiore ad un trimestre. Gli eventi culturali considerati sono i seguenti: attività cinematografiche, attività teatrali, attività concertistica, attività di ballo e intrattenimenti musicali, attrazioni dello spettacolo viaggiante, mostre ed esposizioni, attività con pluralità di generi.  Per approfondire sui dati dello spettacolo: https://www.siae.it/it/cosa-facciamo/dati-dello-spettacolo/annuario-statistico-spettacolo/

[5] Istat, Noi Italia 2023. https://noi-italia.istat.it/pagina.php?id=3&categoria=5&action=show&L=0

[6] Per maggiori informazioni su come è stato calcolato il tasso di abbandono provinciale si rimanda all’articolo: https://eticaeconomia.it/abbandono-scolastico-e-territorio-una-misura-piu-dettagliata-utile-per-le-politiche/

[7] Istat, Statistiche culturali – Anno 2022, https://www.istat.it/it/archivio/292298

 

Le considerazioni esposte in questo articolo riflettono esclusivamente le opinioni degli autori e non impegnano la responsabilità dell’ente di appartenenza.

ABSTRACT

The cultural dimension is an important aspect that cannot be neglected in the analysis of educational poverty. Taking into account the possible use of some indicators on the supply of entertainments and shows in Italy, the article offers a key to read some phenomena related to educational poverty, such as school drop-outs, and to the vitality of the cultural supply present in certain areas. Identifying the relationship between these phenomena can help researchers and public decision-makers to identify measures to better promote cultural events for young audiences in the most disadvantaged areas. In this scenario, the widespread distribution of cultural institutions in territories is an indispensable factor that can help improve opportunities for cultural participation.

Alessandro Caramis. Sociologo del territorio (Sapienza Università di Roma) e Dottorato di Ricerca in Sviluppo Locale e Politiche Sociali (Università degli Studi di Teramo), lavora all’Istituto nazionale di statistica (Istat) come ricercatore dal 2013. Nell’ambito delle attività dell’Istituto si occupa di statistiche sulle istituzioni e attività culturali ed è responsabile dell’indagine sulla produzione libraria. É rappresentante dell’Istat per l’Osservatorio del libro e della lettura istituto presso il Centro per il libro e la lettura (Cepell) – Ministero della Cultura (MiC).

Massimo Armenise. Ricercatore presso l’ISTAT dove si occupa di valutazione delle politiche pubbliche e di indicatori territoriali per le politiche di sviluppo. Ha ottenuto un MA in International Economics presso l’Università di Roma Tor Vergata e un dottorato in Teorie e Metodi delle scelte individuali e collettive presso l’Università degli studi di Bari. Ha svolto attività di ricerca presso l’Ufficio Studi dell’Istituto Commercio Estero (ICE) e presso la Fondazione Manlio Masi.

 

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