skip to Main Content
LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento

Anche per il teatro, il 2023 ha segnato il ritorno alla normalità dopo la crisi pandemica, che aveva portato a lunghi periodi di sospensione dell’attività. Ha anche coinciso con il primo anno del governo guidato da Giorgia Meloni.

Ritornare alla situazione pre-pandemica sembra essere stata la parola d’ordine del teatro italiano, in primo luogo cercando di riportare il pubblico in sala, magari servendosi di nomi di richiamo cinematografico, televisivo o musicale (vedi Manuel Agnelli e Casadilego per Lazarus dal testo di David Bowie con la regia di Walter Malosti), oppure appoggiandosi al rapporto con la comunità degli spettatori coltivato con le attività in rete durante la pandemia. Nell’insieme, il pubblico è tornato a riempire le platee (anche se non ovunque), con qualche differenza: spettatori spesso un po’ più giovani e a volte meno “educati” al teatro (a cominciare dallo scrolling compulsivo degli smartphone, sempre più diffuso e fastidioso).

L’IPER-PRODUZIONE

La sosta pandemica – che in alcuni periodi ha sospeso le rappresentazioni ma non le attività di progettazione e le prove – ha accentuato un problema strutturale, innescato anche dai meccanismi di finanziamento del Ministero della Cultura: l’iper-produzione, con un eccesso dell’offerta in un mercato che non è in grado di assorbirla. Il teatro italiano allestisce troppi spettacoli che spesso restano in scena per pochissime repliche e poi scompaiono (con effetti di lungo termine sulla natura del lavoro di attori e attrici), sopravanzati dalle nuove produzioni, con diverse conseguenze: dubbia qualità di allestimenti frettolosi; scarsa capacità di immaginare e innovare, limitando il rischio culturale; teniture sempre più brevi nelle città in cui “bisogna andare” per motivi di immagine, attenzione critica e prestigio (Milano e Roma, dove cala del numero di repliche per spettacolo, a prescindere dalla qualità e dal successo della proposta); diminuzione della media di giornate lavorative annue per gli attori e le attrici (a fronte di un numero totale di giornate lavorative complessivo in aumento).

IL LAVORO NELLO SPETTACOLO

Il tema del lavoro nel settore, emerso con drammatica evidenza durante la pandemia, resta un nodo irrisolto: i lavoratori dello spettacolo sono sempre più numerosi, ma sempre più poveri e precari, e dunque spinti verso il dilettantismo. Il Governo ha inserito nella legge di bilancio per il 2024 un provvedimento sul tema (per finanziare il D.L. n. 175/ 30 novembre 2023, “Riordino e revisione degli ammortizzatori e delle indennità e per l’introduzione di un’indennità di discontinuità in favore dei lavoratori del settore dello spettacolo”), che però è stato giudicato inadeguato dalla categoria (vedi Debora Zuin, “Indennità o indeGNità di discontinuità?”, https://www.ateatro.it/webzine/2023/12/09/indennita-o-indegnita-di-discontinuita/).

IL TEATRO ITALIANO È DAVVERO IN DECLINO?

Nel corso dell’estate, ha fatto molto discutere la provocazione del critico teatrale del “Corriere della Sera” Franco Cordelli. Sul supplemento culturale del quotidiano (“La Lettura”, 11 giugno 2023), ha lamentato fin dal titolo “Il declino culturale del teatro italiano”. Salvo rare eccezioni, in Italia si fa un teatro brutto e inutile, che non interessa a nessuno – se non a una bolla in estinzione di aficionados, tenendo presente che più di quattro italiani su cinque non entrano in teatro nemmeno una volta all’anno.

La provocazione di Cordelli non è infondata. Si sono ormai esaurite le spinte innovative che nel secondo Novecento avevano rivoluzionato il linguaggio teatrale e il rapporto con il pubblico: la regia (con i maestri Visconti e Strehler, Ronconi e Castri, e poi Squarzina, Cobelli, Trionfo…), ma anche la sperimentazione del Nuovo Teatro e del Terzo Teatro e il teatro di civile e narrazione, che spesso sono diventati routine. Le nostre scene – a cominciare da Milano, l’unica città con un sistema teatrale degno di questo nome – faticano ad assimilare le novità dell’avanguardia internazionale, che si è aperta a forme partecipate, alla multimedialità, al teatro documentario (vedi Oliviero Ponte di Pino, Un teatro per il XXI secolo. Lo spettacolo dal vivo ai tempi del digitale, FrancoAngeli, 2023), utilizzando sempre più spesso, oltre che luoghi non teatrali, spazi ibridi, multidisciplinari e multifunzionali (vedi Cristina Carlini, Mimma Gallina, Oliviero Ponte di Pino, a cura di, Reinventare i luoghi della cultura contemporanea. Nuovi spazi, nuove creatività, FrancoAngeli, 2017, e la rete Lo stato dei luoghi https://www.lostatodeiluoghi.com/).

LA POLITICA OCCUPA I CDA MA NON FA IL CODICE DELLO SPETTACOLO

Le grandi istituzioni dell’area pubblica – gestite da CdA di nomina politica – spesso preferiscono ritornare all’antico. Oltre a figure di organizzatori/manager, i CdA spesso privilegiano la figura dell’autore-regista (e a volte anche impresario), quasi a recuperare un’antica visione capocomicale: Valerio Binasco (direttore artistico dello Stabile di Torino dal 2018 accanto a Filippo Fonsatti), Franco Però (direttore dello Stabile di Trieste dal 2014 al 2021), Pamela Villoresi (dal 2019 al vertice del Teatro Biondo), Walter Malosti (alla guida di ERT dal 2021), Filippo Dini (nominato nel 2023 direttore dello Stabile del Veneto)… Restano esclusi dalle direzioni dei teatri che costituiscono l’ossatura del sistema e assorbono buona parte delle risorse pubbliche a livello nazionale, regionale e comunale (ovvero i Teatri Nazionali e i Teatri di Rilevante Interesse Nazionale-TRIC) personalità artistiche come Romeo Castellucci (il teatrante italiano contemporaneo più noto nel mondo), Antonio Latella, Emma Dante, Leonardo Lidi, Lisa Ferlazzo Natoli… A questo si aggiunge il fisiologico invecchiamento della generazione che ha lanciato il rinnovamento estetico e organizzativo degli anni Settanta. Sono diversi i TRIC e i Centri di Ricerca che faticano a trovare meccanismi che garantiscano un’efficace successione: gli “over 70” gestiscono una quota consistente delle realtà private con funzione pubblica sostenute dal Ministero.

La pandemia è passata, tutto sembra tornato come nel 2019, ma un po’ peggio. I problemi strutturali del nostro sistema teatrale restano irrisolti e aggravati da anni difficili: sperequazione territoriale tra Nord e Sud, tra grandi e piccoli centri, tra centro storico e periferie (vedi libro Marina Caporale, Daniele Donati, Mimma Gallina, Fabrizio Panozzo, a cura di, Le politiche per lo spettacolo dal vivo tra Stato e Regioni, FrancoAngeli. 2022); difficoltà di accesso per molti cittadini (italiani con background migratorio, giovani, anziani, persone con disabilità fisiche o psichiche…); la scarsa presenza femminile nei ruoli apicali (sia gestionali sia artistici); il mancato ricambio generazionale, mentre il lavoro nel settore si fa sempre più precario e sottopagato e il sostegno pubblico continua ad andare quasi tutto all’offerta (e poco alla domanda). Senza dimenticare le ingerenze politiche (i veti incrociati sul Piccolo Teatro di Milano nel 2020 e il disastrato Teatro di Roma, appena uscito dal commissariamento per finire subito massacrato nel gennaio 2024 con la nomina di Luca De Fusco, imposto dalla destra alla direzione generale) e una burocrazia sempre più soffocante… (vedi Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino, Oltre il Decreto. Buone pratiche tra teatro e politica, FrancoAngeli, 2016)

Una sistemazione del settore avrebbe dovuto darla il Codice dello Spettacolo, la legge sul teatro attesa da settant’anni: ma i Decreti Attuativi, periodicamente annunciati, non sono ancora arrivati.

A un sistema rigido tenta di offrire un antidoto la vitalità dei festival, che nascono spesso dal basso e dai territori. Tra i danni collaterali della pandemia c’è sicuramente una moria di manifestazioni (diverse centinaia di festival culturali hanno chiuso i battenti), ma in questi quattro anni ne sono nati molti altri (vedi https://trovafestival.it/). I festival, malgrado la fragilità economica e progettuale di molte esperienze, stanno svolgendo in questi anni un’importante funzione di supplenza: presidi culturali in territori con un’offerta insufficiente, spinta all’innovazione estetica e organizzativa, oltre che nel rapporto con gli spettatori e con la possibilità di coinvolgere nuovi “pubblici potenziali”.

MA IL TEATRO È DI DESTRA O DI SINISTRA?

Nel corso del 2024, nel campo dello spettacolo dal vivo il ministro Gennaro Sangiuliano non ha operato scelte particolarmente significative. Per segnare il cambiamento, la via più facile è cambiare il nome delle cose: così il Fondo Unico dello Spettacolo (FUS) è diventato Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (FNSV), in attesa della riforma dei meccanismi di finanziamento ministeriali annunciata in campagna elettorale. All’interno dell’attuale maggioranza, si possono immaginare due spinte divergenti. Da un lato l’ala rigorista e liberista, in nome del libero mercato (e contro “l’arte di Stato”), spinge a ridurre il finanziamento pubblico alla cultura, considerato un inutile spreco o peggio una sovvenzione agli “intellettuali di sinistra”. Dall’altro si avverte una spinta populista e clientelare ad allargare il numero dei soggetti assistiti, nel rifiuto della “soggettività” estetica e ideologica dei giudizi di valore culturale. Il governo e il ministro potranno forse trovare un punto d’equilibrio in meccanismi di defiscalizzazione, che tenderanno inevitabilmente a privilegiare le realtà più commerciali e le logiche del mercato.

Un secondo passo compiuto dal centrodestra riguarda l’occupazione delle poltrone in un’ottica di “egemonia culturale”, come richiesto da Vittorio Sgarbi e Francesco Giubilei in campagna elettorale (“La cultura non è del PD. Il centrodestra ci punti partendo dai candidati”, “Corriere della Sera”, 13 agosto 2022). Tuttavia, salvo colpi di mano come quello al Teatro di Roma, lo spoils system ha tempi lunghi, anche perché necessita di un’ampia classe dirigente, che non sia solo fedele ma anche competente e capace (si spera). Una scelta significativa del ministro è la sostituzione a inizio 2024 delle Commissioni Ministeriali mentre era in corso il triennio 2022-2024 del FNSV aka FUS: i nuovi commissari (quelli di nomina ministeriale sono tutti maschi, con l’eccezione della Commissione Danza, mentre qualche nome femminile è arrivato da Regioni e Comuni) dovranno valutare l’ultimo anno dei progetti triennali di soggetti selezionati e valutati dalla commissione precedente, ma al tempo stesso potranno familiarizzarsi – in vista del prossimo triennio e dell’annunciata riforma del FNSV – con un algoritmo assai complesso e con un numero di soggetti che si è andato via via ampliando: solo per il teatro sono oltre 500 i soggetti finanziati dal FNSV, più quelli sostenuti per i “progetti speciali”.

IL TEATRO INVADE LA SOCIETÀ

Ma forse la considerazione più rilevante, rispetto all’autoreferenzialità del teatro lamentata da Cordelli, riguarda l’attenzione crescente che altri settori della società (e della pubblica amministrazione) rivolgono a questo mondo “in declino”, coinvolto e finanziato (anche se poco) per molti progetti. Sono sempre più numerose le esperienze teatrali nelle carceri (oltre 180 compagnie attive nel 2023), negli ospedali e nelle case per anziani, con i bambini e gli adolescenti, nei quartieri degradati, nei borghi che si stanno spopolando, con i “nuovi italiani”, tra i rifugiati e i richiedenti asilo… La cultura (e lo spettacolo dal vivo) vengono sempre più spesso invocati in processi di riqualificazione territoriale (vedi alcuni dei progetti PNRR sui borghi) e di promozione turistica, ma anche in percorsi di formazione. Le pratiche di teatro sociale e di comunità offrono uno strumento assai efficace per riattivare soggetti che si trovano in situazione di disagio e per attivare pratiche di cittadinanza attiva. Se il “teatro nei teatri” rischia di svuotarsi di senso, nella nostra società è invece diffusa un’esigenza di teatro che non si esaurisce negli spettacoli.

ABSTRACT

After COVID-19, Italian theatre is trying to get back to normal. But old problems are still present, possible reforms are tricky, and the new right-wing Government wants to reduce investment in culture and is occupying all the command posts.

 

Clicca qui e leggi gli altri articoli della sezione “POLITICHE PER LA CULTURA” di LETTURE LENTE

Oliviero Ponte di Pino

Oliviero Ponte di Pino

Presidente dell’Associazione Culturale Ateatro. Ha lavorato per oltre trent'anni nell'editoria (Ubulibri, Rizzoli, Garzanti, di cui è stato direttore editoriale dal 2000 al 2012). Ha scritto su giornali e riviste, realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive per la RAI, ideato festival, curato mostre, progettato iniziative culturali e spettacolari (Subway Letteratura, Maratona di Milano). Insegna Letteratura e filosofia del teatro a Brera e conduce Piazza Verdi (Radio3 RAI).

© AgenziaCULT - Riproduzione riservata

Back To Top