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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Sfide e opportunità nella trasferibilità dei progetti culturali
© Foto di Shubham's Web3 su Unsplash

LA REPLICABILITÀ CULTURALE: TRA TEORIA E PRATICA

Trasferibilità e scalabilità sono caratteristiche rilevanti di molti progetti culturali di successo che hanno la capacità di essere efficaci anche in contesti diversi da quello originario, sia in termini di dimensioni che di localizzazione.

Se questa assunzione è teoricamente valida e generalmente accettata, presenta sfide significative nella pratica. Non mancano esempi di progetti culturali che vantano caratteristiche che ne permettono la replicabilità in altri luoghi e che appaiono quasi naturalmente portati ad essere condivisi ben oltre i loro confini di origine. La difficoltà sorge nel processo di esportazione e di replica di questi progetti.

Il presente contributo propone una riflessione sul trasferimento di pratiche culturali di valore a partire da questa teoria e dall’esperienza maturata nell’importazione di progettualità innovative nel Ponente ligure.

LE DIFFICOLTÀ DI CHI LAVORA SUL CAMPO

Il progettista o l’istituzione culturale che ha sviluppato un progetto inedito partendo dal bisogno di uno specifico territorio, spesso non riesce a trovare contesti accoglienti dove poterlo trasferire, per mancanza di conoscenza delle dinamiche del nuovo territorio o per mancanza di mediatori locali. Altre volte preferisce dedicarsi a nuove iniziative per mettere in gioco le proprie capacità progettuali.

Mentre coloro che dall’esterno riconoscono il potenziale di esportazione di un progetto e trovano possibili contesti di applicazione, esitano, quasi fosse irrispettoso verso l’autore che lo ha ideato o al contrario perché trattenuti dall’ammettere il suo merito. Succede che non ci si senta a proprio agio nell’assumere un ruolo di “secondo” accettando di promuovere un progetto non originato personalmente. Eppure, superare queste esitazioni e riconoscere apertamente l’ispirazione e il contributo altrui non è solo rendere omaggio agli innovatori originali, ma anche amplificare l’impatto dei loro progetti, portandoli a nuova vita in contesti differenti. Questo gesto evidenzia la comprensione del ruolo sociale del progettista culturale, un ruolo che si esprime attraverso la ricerca, l’innovazione e l’elaborazione di idee, indipendentemente dalla loro origine.

L’IMPULSO DELLE POLITICHE PUBBLICHE E PRIVATE

Le strategie nazionali e interregionali, sia pubbliche che private, hanno da lungo tempo focalizzato l’attenzione sull’importanza di trasferire e adattare progetti volti all’innovazione sociale e culturale.

É significativo, ad esempio, che il Fondo per l’innovazione sociale, istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2019 sottolinei in un Position Paper l’importanza della trasferibilità, identificandola come una problematica centrale: “Uno dei principali ostacoli nei processi di innovazione sociale è la difficoltà di espandersi oltre il contesto locale di origine e di trasformarsi in soluzioni applicabili su larga scala”. Sebbene questo specifico decreto non includa l’esportabilità e l’adattabilità tra i criteri di valutazione per i progetti, è innegabile l’intento delle politiche pubbliche di stimolare e valorizzare l’implementazione di iniziative capaci di estendersi oltre il loro ambito originario, promuovendo così un impatto sociale e culturale più rilevante.

Iniziative in questa direzione sono già parte integrante delle strategie delle fondazioni legate a grandi gruppi bancari, come Fondazione Cariplo e Fondazione Compagnia di San Paolo, che hanno inserito il principio della scalabilità tra i criteri di valutazione e talvolta di ammissibilità per i progetti proposti. Questo approccio dimostra un riconoscimento crescente dell’importanza di sostenere iniziative capaci di superare i confini locali e di generare un impatto più ampio, sottolineando la necessità di un rinnovato impegno per promuovere una cultura dell’innovazione sociale e culturale che sia veramente trasferibile e scalabile.

Le amministrazioni locali tradizionalmente più inclini a finanziare progetti inediti come espressione del proprio impegno civico e visione politica, si stanno progressivamente allineando a queste strategie, evidenziando un supporto in crescita verso tali orientamenti.

Ma se il sostegno delle politiche culturali – seppur suscettibile di miglioramenti – esiste, cosa rallenta i processi della replicabilità progettuale?

ARTE E CULTURA: TRA CREAZIONE INDIVIDUALE E VALORE COLLETTIVO

Come ci ricorda il filosofo Hans Georg Gadamer, la cultura è l’unico bene che diventa più grande ogni qualvolta viene condivisa e consumata. Chi replica e reinterpreta un progetto culturale in un nuovo contesto ha assimilato questo pensiero e ha capito che c’è una sottile ma profonda differenza tra fare arte e fare cultura.

Quando pensiamo al fare arte ci riferiamo principalmente alla creazione di opere che esprimono la visione individuale di un artista, i suoi sentimenti, pensieri o concettualizzazioni estetiche attraverso vari media. Che sia pittura, scultura, musica, danza, teatro, fotografia o altro, l’arte è espressione personale e innovazione volta a suscitare una reazione emotiva, intellettuale o estetica nel pubblico, che la riceve e la valuta per la sua capacità di comunicare, emozionare o provocare.

Fare cultura ha un ambito più ampio di riferimento, che include non solo l’arte, ma anche le tradizioni, i costumi, le pratiche sociali, le lingue, i valori, le norme e le conoscenze che caratterizzano una comunità o società. La cultura si estende anche ad aspetti come l’educazione, la storia, la religione, le festività, le innovazioni tecnologiche e le manifestazioni sociali. Fare cultura significa quindi contribuire allo sviluppo, alla conservazione, alla diffusione e alla comprensione di questi aspetti, con l’obiettivo di arricchire l’identità collettiva, promuovere la diversità e facilitare la coesione sociale.

In sintesi, mentre l’arte si concentra sulla creazione di opere individuali, la cultura abbraccia un contesto più vasto che include l’arte, ma anche altri elementi che definiscono e influenzano le società. La creatività è dote fondamentale dell’artista e più la sua idea è dirompente e si distingue da tutto ciò che l’ha preceduta, più la sua genialità trova riconoscimento. Ma per il progettista culturale è così importante essere il primo ad avere un’idea? O è più significativo diffondere l’idea giusta per generare nuove forme di valore collettivo?

TRASFERIRE IL SUCCESSO. UN PONTE TRA CONTESTI DIVERSI?

In territori marginali, dove la carenza di infrastrutture e servizi ha contribuito a creare isolamento culturale, dove scarseggiano progettualità volte a cambiare lo stato delle cose e dove è più difficile trovare giovani competenze, ecco che importare progetti che hanno già dimostrato i loro effetti in ambiti più dinamici può velocizzare l’avvio di processi di innovazione sociale e tentare di recuperare parte del gap che esiste con altre regioni.

In questi casi, l’importazione di interventi finiti e sperimentati con successo mette al riparo dalla diffidenza che un nuovo progetto porrebbe e che il territorio meno preparato faticherebbe ad affrontare. Il trasferimento dell’esperienza già vissuta e tradotta nel nuovo contesto, l’assimilazione a casi di successo, la condivisione delle criticità incontrate e di come sono state risolte, avrà su quel territorio un impatto più forte di una iniziativa mai sperimentata. Il progetto messo alla prova nella sua trasferibilità e scalabilità avrebbe poi l’occasione di essere affinato per essere a sua volta rilanciato altrove generando altro valore collettivo in modo altrettanto semplice ed efficace.

DIALOGHI D’ARTE E LA RICERCA DI RETI LUNGHE

L’impresa sociale Dialoghi d’Arte, attiva in Liguria dal 2016 con progetti culturali, formazione e ricerca sui pubblici della cultura, ha sempre creduto in una strategia tesa a connettere idee e progettualità innovative con territori più scettici al cambiamento, come quelli del Ponente ligure. Due semplici esempi sono stati realizzati a partire da opere di arte contemporanea. Così Rasha, l’opera video di Adrian Paci presentata a Milano nel Complesso Museale Chiostri di Sant’Eustorgio, nel 2017 è diventata una nuova immagine sacra affissa sulla facciata della Chiesa di San Francesco di Noli (Liguria). A Savona, l’opera Cultura=Capitale dell’artista cileno Alfredo Jaar, realizzata come scritta al neon nel 2012 per la facciata della Biblioteca Nazionale Universitaria in piazza Carlo Alberto a Torino, è diventata nel 2019 una scritta incisa sull’intonaco fresco della facciata dell’ex Ospedale civico di San Paolo di Savona, per mano di dieci persone che rappresentano o che hanno dato un contributo significativo alla storia e alla cultura della città.

La condivisione di questo percorso con gli artisti ha evidenziato l’interesse non nella replica dell’opera, ma del messaggio che essa contiene e del seme di cambiamento che può portare. Le considerazioni emerse hanno spinto Dialoghi d’Arte a fare di un semplice approccio una strategia volta alla creazione di reti estese, che abbracciano non solo individui, ma anche idee e progetti.

IL CASO BOTTOM UP!

Uno dei progetti a cui Dialoghi d’Arte ha guardato con interesse per le sue caratteristiche di innovazione, replicabilità e scalabilità è Bottom Up! Festival di Architettura che la Fondazione per l’Architettura/Torino ha concepito e sviluppato a Torino e in alcuni comuni limitrofi tra il 2019 e il 2023. Bottom Up! coinvolge i cittadini in azioni di micro-trasformazione urbana, ascolta le esigenze dei luoghi e di chi li abita, chiede alle comunità locali di esprimere un desiderio, affianca loro architetti e designer esperti in progettazione partecipata, che hanno il compito di recepire i bisogni della comunità, traducendoli in un progetto condiviso per rigenerare un piccolo spazio individuato da ogni comunità. Contestualmente, Bottom Up! organizza percorsi formativi e campagne di crowdfunding per finanziare e realizzare i progetti e per dare alle comunità gli strumenti necessari per ideare e gestire autonomamente le loro future attività negli spazi rinnovati.

In questo modo, Bottom Up! diffonde la concezione dell’Architettura e dell’Urbanistica come discipline intrinsecamente sociali, efficaci nel promuovere dinamiche di interazione e nella creazione collettiva di valore per lo spazio urbano.

Il progetto presenta spiccate caratteristiche che lo rendono replicabile in diversi contesti e comunità perché lavora sul rapporto tra abitanti e spazio pubblico, una costante che si ritrova sempre, e la sua metodologia può essere adattata a vari tipi di spazi urbani e dimensioni di progetto, rendendola applicabile sia in piccole che in grandi comunità.

In accordo e stretta collaborazione con la stessa Fondazione per l’Architettura/Torino, il Comune di Savona e l’Ordine degli Architetti di Savona, e con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, Dialoghi d’Arte ha chiesto e ottenuto di poterlo adottare con il nome Bottom Up! Savona.
Il progetto replicato conserva lo stesso format dell’iniziativa originale, ma si concentra esclusivamente su una singola comunità, mirando alla rigenerazione di un unico spazio. Questa scelta di ridurre l’ambito di azione è motivata sia da considerazioni economiche sia dalla necessità di adattarsi a un contesto culturale e sociale distinto, in cui non si sono ancora diffuse pratiche di crowdfunding e di coinvolgimento comunitario legate all’architettura. L’attenzione principale è rivolta all’engagement dei cittadini nel processo di progettazione urbana, al fine di instaurare un rapporto di appartenenza e responsabilità verso il progetto.

L’ascolto attivo delle necessità locali è stato ritenuto fondamentale per assicurare che le modifiche apportate creino un contatto tra l’architettura e le effettive esigenze e preferenze di abitanti che si confrontano per la prima volta con questo tipo di pratiche.

Il gruppo di lavoro, in questa edizione del progetto, si è allargato per includere sin dalla fase di progettazione l’Amministrazione Comunale dell’area interessata dall’intervento. Questa integrazione ha facilitato la risoluzione delle problematiche legate a un contesto meno dinamico rispetto a quello della città di Torino, dove il progetto aveva origine.

Per la Fondazione per l’architettura/Torino Bottom Up! Savona costituisce il primo trasferimento fuori dal Piemonte. Ne è nato un team di lavoro tra le due regioni che sta collaborando attivamente con grande spirito di condivisione, massima trasparenza e riconoscimento dei rispettivi ruoli. Il lavoro collettivo di enti diversi che non avevano collaborato prima si sta traducendo in riduzione delle criticità, risparmio di energie e massimizzazione dei benefici per le comunità locali.

In conclusione, l’esperienza Bottom Up! dimostra che superare le convenzioni e abbracciare modelli di successo provenienti da contesti culturalmente vivaci, per adattarli a realtà in cui si avverte una maggiore necessità di stimoli e innovazione, è possibile e costituisce una strategia da perseguire e implementare.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Baia Curioni S., Gerevini S., Cosa ci attende? Note sulla gestione della cultura e sullo sviluppo a base culturale dopo la pandemia, in “Il capitale culturale. Studies on the Value of Cultural Heritage”, n. 11/2020.

Botta G., Alfredo Jaar: l’arte cambia il mondo una persona alla volta, in “Repubblica”, 12 novembre 2013.

Gadamer H.G., Verità e metodo (1960), a cura di G. Vattimo, Bompiani, Milano 2000.

Montanari F, Razzoli D., Rinaldini M., Diffondere innovazione: verso un modello di scalabilità per i progetti di innovazione sociale, in “Impresa Sociale”, n. 13/2019, https://www.rivistaimpresasociale.it/rivista/articolo/diffondere-innovazione-verso-un-modello-di-scalabilita

Paltrinieri R. (a cura di), Culture e pratiche di partecipazione. Collaborazione civica, rigenerazione urbana e costruzione di comunità, Franco Angeli, Milano 2021.

Socialfare centro per l’innovazione sociale, Scalabilità, la forza delle buone idee, 13 Novembre 2014, https://socialfare.org/scalabilita-la-forza-delle-buone-idee/

ABSTRACT

Replicable projects face many challenges when introduced in different contexts, involving a variety of actors, from the original creator to those adopting it in a new context, to cultural policy-making bodies. In more culturally and geographically isolated areas, the adoption of already validated initiatives within more vibrant contexts can accelerate social innovation and help bridge regional disparities. The success of initiatives like “Bottom Up!” illustrates that effective collaboration among diverse organizations and institutions can overcome obstacles to the transferability of cultural projects, making this process feasible and profoundly beneficial.

 

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Gloria Bovio

Gloria Bovio

Gloria Bovio. Architetta, specializzata in scienze demoetnoantropologiche ed esperta in storia ed evoluzione della partecipazione culturale dei pubblici. Si è perfezionata in Antropologia museale e dell’Arte e in Teoria critica della Società e ha un master in Museologia, Museografia e Gestione Beni Culturali. Le sue ricerche si focalizzano sulla differenza di genere nella partecipazione culturale. Nel 2016 ha fondato il think tank Dialoghi d’Arte, ora impresa sociale con sede a Milano e Savona. Dirige lo spazio culturale dell’ex Ospedale civico di San Paolo di Savona, la Scuola di Architettura per bambini SOUx a domicilio Savona, il corso Progettare Cultura per il Territorio della Liguria e la collana Sguardi pubblici per i tipi di Mimesis. Ha pubblicato Considerazioni intempestive. Riparlare dell’arte contemporanea (Corraini 2018); Lo stato dell’Arte del Pubblico (Mimesis 2020); Postpubblico. Lo spettatore culturale oltre la modernità (Mimesis 2021).

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