Il rapporto “Io Sono Cultura”, giunto alla sua tredicesima edizione, è ormai un riferimento a livello nazionale e, nonostante i limiti metodologici con cui un lavoro di mappatura della cultura necessariamente si confronta, c’è ogni anno grande “sete” di dati aggiornati. Con questa intervista alla Fondazione Symbola, autore della ricerca con il supporto dell’Istituto Guglielmo Tagliacarne, intendiamo percorrere i principali risultati 2023 ma soprattutto evoluzioni e prospettive future.
Quali sono le principali evidenze rilevate dal nuovo rapporto Io Sono Cultura?
Il 2022 sancisce la piena ripresa del Sistema Produttivo Culturale e Creativo rispetto al periodo pre-pandemia. La filiera culturale e creativa, in cui operano soggetti privati, pubblici e del terzo settore, nel 2022 ha generato complessivamente un valore aggiunto pari a 95,5 miliardi di euro, in aumento del +6,8% rispetto all’anno precedente e del +4,4% rispetto al 2019. Torna a crescere anche l’occupazione: sono 1.490.738 i lavoratori dell’intera filiera, con una variazione del +3,0% rispetto al 2021, a fronte di un +1,7% registrato a livello nazionale.
Oltretutto, la cultura per l’Italia è anche un formidabile attivatore di economia. Complessivamente, per ogni euro di valore aggiunto prodotto dalle attività culturali e creative se ne attivano altri 1,8 in settori economici diversi, come quello turistico, dei trasporti e del Made in Italy, per un valore pari a 176,4 miliardi di euro. Cultura e creatività, direttamente e indirettamente, generano complessivamente un valore aggiunto di circa 271,9 miliardi di euro (15,9% economia nazionale).
In particolare: nello scenario attuale, che sembra almeno per certi versi in grande ripresa dopo la brusca frenata della pandemia, quali sono i settori che hanno meglio reagito alla crisi innescata dal COVID-19? Non solo in termini di ripresa, ma soprattutto di nuove modalità di operare (nuove competenze acquisite, nuovi business model sperimentati, ecc.).
La crisi legata alla pandemia ha colpito in maniera diversa i singoli comparti culturali e creativi. A causa del diverso grado di impatto delle misure restrittive, alcuni comparti hanno subito contrazioni significative nel valore aggiunto, mentre altri hanno mostrato una maggiore resilienza. In particolare, nel corso della difficile congiuntura economica che si è innescata, il settore dei videogiochi e software è quello che, muovendosi in controtendenza, ha evidenziando una costante crescita, con un aumento del +9,6% nell’ultimo anno e del +12,2% rispetto al 2019, confermandosi il comparto che contribuisce maggiormente alla ricchezza della filiera con 14,6 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 15,3% dell’intero sistema e allo 0,9% dell’economia nazionale. Continua, quindi, la dinamica positiva già sperimentata negli anni precedenti sulla scia di un mercato digitale che appare ancora in espansione nel 2021. L’editoria e stampa, secondo comparto per ricchezza prodotta con 10,8 miliardi di euro (l’11,4% del SPCC), dopo la flessione patita nel 2020 si riavvicina ai livelli pre-pandemia, mentre le attività dell’architettura e design, generando 7,8 miliardi di euro (l’8,2% del SPCC), incrementano la ricchezza prodotta del +2,1% nel 2022 rispetto all’anno precedente e del +6,1% rispetto al 2019. Tra i settori maggiormente colpiti dalla crisi, le performing arts e arti visive e le attività di valorizzazione del patrimonio storico e artistico riescono a consolidare la dinamica di recupero anche nel 2022, facendo registrare gli incrementi più significativi in termini di valore aggiunto rispettivamente pari al +14,1% e +13,5%. Dal punto di vista occupazionale, il comparto che presenta la performance migliore è ancora quello delle attività connesse ai videogiochi e software con un incremento dei posti di lavoro di oltre 12 mila unità, che corrispondono ad una crescita del +7,0% dal 2021 e del +11,2% dal 2019. Le risorse umane impiegate in questo settore ad alto contenuto tecnologico rappresentano il 12,4% della filiera culturale e creativa, valore non molto distante dalla quota detenuta dal comparto dell’editoria e stampa, il più numeroso in termini di occupati (12,9% dell’intero sistema e lo 0,8% del totale economia) ma che fatica a recuperare le perdite subite durante la crisi (+0,6% nell’ultimo anno e -6,4% dal 2019). Il terzo comparto come numero di lavoratori impiegati (10,1% del SPCC) è quello dell’architettura e design che, nonostante alcune lievi fluttuazioni, ha mantenuto una relativa stabilità nel corso degli anni, attestandosi nel 2022 su livelli occupazionali più elevati rispetto alla situazione pre-pandemica (+2,3%). Ampliano la base occupazionale rispetto al 2019 anche le attività afferenti alla comunicazione e all’audiovisivo e musica (rispettivamente +2,0% e +6,4%). Sembra essersi arrestata, infine, la contrazione che ha interessato i settori delle performing arts e arti visive e del patrimonio storico e artistico anche in termini occupazionali; nel 2022 tornano, infatti, a crescere gli occupati nei due comparti (+4,5% e +3,8% rispettivamente) seppur la variazione rispetto al 2019 sia ancora fortemente negativa (-11,0% e -13,6%).
L’uscita dalla pandemia ha sicuramente accelerato la commistione tra cultura e digitale, soprattutto per quanto riguarda la fruizione dei contenuti attraverso le grandi piattaforme distributive (audiovisivo, musica, radio, videogiochi). Effetto collaterale, ma positivo, di questa compenetrazione è l’abbassamento dell’età media dei fruitori e dei protagonisti della filiera culturale e creativa. Per quanto riguarda la fruizione, il fenomeno è trainato dal protagonismo crescente dei canali digitali e vale per moltissimi settori, soprattutto per quelli in cui la digitalizzazione dei consumi culturali è consolidata. Tra questi spiccano il settore musicale – basti pensare alle classifiche e ai protagonisti dei grandi eventi musicali, dominati dalla presenza di giovanissimi, fino ad arrivare alla kermesse più istituzionale di sempre, ossia Sanremo – oltre a quello annesso della radio. In quest’ultimo, le percentuali di ascolto quotidiano rispetto al dato medio della popolazione italiana (64%) crescono significativamente per la generazione Z (68%) e ancor più per i millennial (73%).
Oltre all’avanzamento del digitale e delle nuove generazioni, numerosi settori della filiera sono accumunati dai cross-over con ambiti limitrofi, come il turismo, ma anche trasversali, come la salute e il benessere delle persone, oltre alla sostenibilità ambientale. Nel primo caso, il ritorno del turismo culturale a livelli pre-pandemici (con l’Europa e l’Italia in testa per la sua ripresa), riporta al centro del dibattito la priorità di un’offerta sinergica e coerente con le pratiche delle comunità territoriali. In grado quindi di rendere le città europee attraenti non solo per la presenza di icone di massa, ma per l’originalità e autenticità delle attività culturali e creative proposte.
In parallelo, l’Europa conferma la potenzialità dell’alleanza tra cultura e salute includendo il focus Cultura e Salute nel Work Plan for Culture 2023-2026 con nuove opportunità a partire dal 2024. E, se in Italia è ancora assente una politica nazionale, crescono le pratiche, si affacciano politiche regionali abilitanti e nasce il primo centro universitario di competenza.
Quali sono i principali ostacoli alla crescita sostenibile delle industrie culturali identificati dallo studio?
Sulla base di indagini dirette, come le altre imprese, anche quelle culturali e creative pur sensibili rispetto al tema in merito agli adeguamenti necessari alla sostenibilità ambientale vedono problemi di risorse economiche, ma anche di conoscenza delle agevolazioni pubbliche e di difficoltà nell’ottenimento di incentivi. Questo riguarda in particolare le realtà di minore dimensione per le quali investimenti nella direzione della sostenibilità possono rivelarsi più onerosi.
Ci ricordi brevemente come, da un punto di vista metodologico, avete operato? Fino a che punto la vostra mappa rappresenta l’intera varietà dell’industria culturale? Ci sono segmenti, settori o occupazioni che potrebbero essere sottorappresentati o trascurati? In altre parole, quali sono i principali vantaggi e limiti dell’approccio utilizzato?
Il Sistema Produttivo Culturale e Creativo è costituito da quell’insieme di comparti di attività economica al quarto digit della classificazione Ateco 2007 che partecipano alla definizione della filiera. Queste attività, definibili come core, poiché strettamente inerenti alla sfera culturale e creativa, sono state suddivise in sette macro-domini: 1) Architettura e design; 2) Comunicazione; 3) Audiovisivo e musica; 4) Videogiochi e software; 5) Editoria e stampa; 6) Performing arts e arti visive; 7) Patrimonio storico e artistico. Accanto alle attività considerate strettamente culturali e creative, nel rapporto viene considerata anche un’altra componente chiamata creative driven, che comprende l’attività economica dei professionisti culturali e nei settori non culturali e creativi. Per stimare questa componente viene effettuato un incrocio tra i settori economici e le professioni culturali e creative utilizzando la metodologia del Creative Trident sviluppata nel Regno Unito che permette di individuare quanti professionisti culturali e creativi sono presenti nei settori che propriamente non lo sono. In questo modo, si ottiene una visione più completa e inclusiva del contributo della cultura e della creatività all’economia complessiva del Paese.
Quali fonti di dati avete utilizzato per creare la mappa? Sono fonti affidabili e aggiornate? Come avete affrontato la mancanza di dati o le discrepanze nei dati disponibili?
L’approccio metodologico adottato utilizza i dati dei conti nazionali, nonché le serie relative a province e regioni pubblicate dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), per stimare il valore aggiunto e l’occupazione generati dalla filiera. I dati di partenza sono affinati e aggiornati attraverso l’utilizzo delle informazioni desumibili dal Registro delle Imprese e dalle altre banche dati afferenti al Sistema Statistico Nazionale. L’analisi si concentra sulle attività del settore privato (utilizzando l’archivio statistico ASIA-ISTAT delle imprese e delle unità locali attive e il Registro delle Imprese di Infocamere), del settore no profit e del settore pubblico (utilizzando gli archivi statistici delle ultime rilevazioni censuarie aggiornati attraverso stime realizzate ad hoc). Le stime presenti nel rapporto sono periodicamente riviste in linea con gli aggiornamenti delle stime di contabilità nazionale prodotte dalla statistica ufficiale. Sono inoltre considerate anche eventuali modifiche o aggiustamenti alle perimetrazioni, al fine di mantenere una visione quanto più possibile coerente con gli sviluppi della ricerca nel campo culturale e creativo.
Avete analizzato le mappature di altri Paesi? Quali ‘buone pratiche’ sono state incorporate e come globalmente si posiziona questo rapporto rispetto ad altri simili? Quali i suoi punti di forza e peculiarità?
Il nostro osservatorio nasce proprio dallo studio approfondito delle best practice in campo internazionale. Volendo individuare i più importanti contributi vale la pena citare i lavori di NESTA nel Regno Unito che, prima di noi in Europa, ha proposto un nuovo modo di vedere la cultura, non più come mera conservazione del patrimonio culturale ma come una vera e propria filiera multiforme capace di generare ricchezza e creare posti di lavoro. Una rivoluzione copernicana nel settore che ci ha visti in prima linea sul territorio nazionale. Dal punto di vista metodologico, poi, un punto di riferimento importante è stato il lavoro ESSnet-CULTURE, European Statistical System Network on Culture, Final report, European Commission – Eurostat, 2012. Altro lavoro preso in considerazione è stato il volume “Beyond the creative industries: Mapping the creative economy in the United Kingdom”, scritto da Higgs, Peter, Stuart Cunningham, and Hasan Bakhshi nel 2008, particolarmente importante per l’analisi del concetto di “contaminazione culturale”, ovvero del ruolo delle professioni culturali e creative nel resto dell’economia.
In che modo, nel corso delle numerose edizioni ormai pubblicate, avete considerato le opinioni e i feedback delle parti interessate per validare o migliorare la precisione della mappatura?
Sia il significato economico di filiera culturale, che si riflette nella scelta di quali codici considerare nella componente core, sia la metodologia di stima adottata hanno subito nel tempo delle modifiche, in parte provenienti da suggerimenti e osservazioni dei soggetti e delle istituzioni che operano sul campo. In tal senso, la presentazione annuale del rapporto rappresenta un momento importante di confronto con gli operatori che ci seguono, da sempre attenti al connubio tra ricerca applicata e le nuove sfide che affronta la filiera.
Quali sono i vostri piani per il futuro? Come intendete far evolvere questo lavoro, alla luce delle criticità metodologiche riscontrate, ma anche nuove tendenze nel mondo della ricerca e nuove fonti dati disponibili? E come intendete utilizzare questa mappatura per informare politiche o strategie future nell’ambito delle industrie culturali?
Gli approcci che seguiamo sono da un lato vincolati dalle scelte adottate a livello internazionale e dall’altro dal livello di pertinenza, di dettaglio, di aggiornamento e ovviamente di disponibilità delle informazioni di base. Ad esempio, l’adozione del dettaglio a quattro cifre ATECO (quello caratteristico del massimo livello NACE europeo nella classificazione delle attività economiche), non ci consente di sfruttare maggiori livelli di analisi di cui disponiamo per il nostro Paese.
Ciò detto, indubbiamente la tendenza di tutte le attività economiche, anche culturali e creative, è quella dell’ibridazione e di una permeabilità rispetto a perimetrazioni stringenti basate sull’attività prevalente. Per cogliere al meglio questi fenomeni sarà necessario affiancare gli approcci basati su una appartenenza fondata sui codici ATECO anche con metriche fondate sull’analisi dei contenuti delle attività delle imprese, basate su text mining, ed estrarre nuova informazione da fonti quali i documenti e le dichiarazioni delle imprese piuttosto che il web scraping. Si arriverà così a giacimenti informativi che consentiranno di rendere sempre più mirate le azioni di policy.
L’Europa sta investendo sempre più in questo settore. La tendenza è sotto gli occhi di tutti: non solo nell’ultimo decennio le opportunità di finanziamento per la cultura sono state integrate in molteplici programmi UE, aggiungendosi al programma ‘madre’ Europa Creativa, ma l’Europa ha finito per destinare anche una Knowledge and Innovation Community (KIC) al settore. Un finanziamento di 300 milioni di euro per una durata di 14 anni. Che prospettive di sviluppo apre questa politica europea per le Industrie Culturali e Creative italiane?
Ci sembrano prospettive molto importanti per le nostre imprese della filiera – soprattutto quelle di minore dimensione – da vari punti di vista.
Primo, l’elemento della transnazionalità, fondamentale per l’apertura di spazi di confronto europeo e l’attivazione di partnership su scala più ampia.
Secondo, l’approccio pragmatico che il programma UE ci sembra intenda offrire: non mere conoscenze teoriche ma veri e propri spazi sperimentali per lo sviluppo di progetti concreti legati alle transizioni digitale e green che attraversano anche questa filiera.
Terzo, la possibilità di entrare in contatto con investitori privati – a supporto di una delle sfide centrali per questo settore, quella di ridurre la dipendenza dal settore pubblico.
Quarto, l’approccio multidisciplinare che sembra sotteso al programma: mettere assieme imprese di vari comparti e ambiti della filiera – a rispondere ad un fondamentale bisogno di integrazione all’interno di questo poliedrico settore.
ABSTRACT
2022 marks the full recovery of the Cultural and Creative Production System compared to the pre-pandemic period. The cultural and creative supply chain generated an overall added value increasing by +6.8% compared to the previous year and by +4.4% compared to 2019. Employment is also growing again: +3.0% compared to 2021, compared to +1.7% recorded for total employment. These are the main results of the “Io Sono Cultura” report. Now in its thirteenth edition, the report is a reference at a national level, despite the methodological limits that cultural mapping works necessarily entail. The interview with the Symbola Foundation, author of the research with the support of the Guglielmo Tagliacarne Institute, traces the main results but above all evolutions and future prospects of the sector – also in light of the new European KIC for culture and the creative sectors – and of the research project “Io Sono Cultura”.
