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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
La ricerca indaga e studia le forme di gestione comunitaria del patrimonio culturale immobile al fine di contribuire a delineare quali siano gli strumenti e le competenze più idonei per favorirne l’attuazione concreta
© Isola di Poveglia, Marco Usan, CC BY 3.0 via Wikimedia Commons

IL CONTESTO E GLI OBIETTIVI DELLA RICERCA: PRATICHE ED ESPERIENZE DI COMUNITÀ NELLA GESTIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE

Da più di dieci anni le politiche urbane, il mondo dell’innovazione sociale e molteplici settori disciplinari regolano, si interrogano e dibattono sul ruolo della partecipazione delle comunità sul patrimonio culturale. Le difficoltà di comprensione di tale fenomeno dipendono anche dall’approccio tradizionale dell’Italia al diritto al patrimonio culturale: fortemente codicistico e improntato più sulla tutela dei beni che sulla loro valorizzazione [1]. Per anni, infatti, ci si è interrogati sul diritto al bene culturale come diritto alla fruizione [2], mentre oggi il problema si è spostato sull’ampliamento dei soggetti che, assieme al pubblico e al privato tradizionale, gestiscono e valorizzano, attraverso diversi e molteplici modelli, il patrimonio culturale. Dal 2014 l’Unione Europea [3] ha introdotto e promosso la governance partecipativa del patrimonio culturale ampliando il numero dei soggetti interessati, promuovendo la “definizione, pianificazione, attuazione, monitoraggio e valutazione delle politiche e dei programmi in materia di patrimonio culturale”. In questo contesto si è inserita la Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, elaborata a Faro il 27 ottobre 2005, entrata in vigore il primo giugno 2011, firmata dall’Italia il 27 febbraio 2013 e ratificata con la legge n. 133, nell’ottobre del 2020 [4].

Da questo sintetico quadro nasce la ricerca promossa dalla Fondazione Scuola beni e attività culturali (di seguito FSBAC) che, nello specifico della propria attività per la formazione, la ricerca e gli studi avanzati all’interno delle competenze del Ministero della cultura, ha deciso di promuovere lo studio dei casi di partecipazione alla gestione del patrimonio culturale nel contesto nazionale.

Il gruppo di ricerca [5] da dicembre del 2021 indaga e studia le forme di gestione comunitaria del patrimonio culturale immobile al fine di contribuire a delineare quali siano gli strumenti e le competenze più idonei per favorirne l’attuazione concreta, identificando fattori abilitanti, opportunità, ostacoli e competenze necessarie al successo di tali processi, e di immaginare, in ultima istanza, percorsi formativi per professionalità in grado di promuoverli, sostenerli e animarli. Ai fini della ricerca, per comunità si intende l’insieme di gruppi formali e informali di soggetti che gestiscono o cogestiscono un bene. Questa definizione così estesa è stata oggetto di diverse riflessioni ma è prevalsa l’idea che, soprattutto nella prima fase della ricerca, fosse meglio lasciare che soggetti tra loro molto diversi, come si dirà in seguito, potessero autocandidarsi alla mappatura [6]. Del resto, una definizione così ampia è coerente con quella inserita nella Convenzione di Faro, all’art. 2, secondo cui la comunità patrimoniale è costituita “da persone che attribuiscono valore ad aspetti specifici del patrimonio culturale, che essi desiderano, nel quadro dell’azione pubblica, mantenere e trasmettere alle generazioni future”.

MAPPARE PER CONOSCERE: I DIVERSI MODELLI DI GESTIONE PARTECIPATA AL PATRIMONIO CULTURALE

Per raggiungere gli obiettivi, il progetto è stato organizzato secondo una precisa metodologia di ricerca suddivisa per fasi, dalla raccolta dei dati all’analisi e interpretazione degli stessi alla disseminazione.

Nella fase di raccolta dei dati si è creato uno strumento per censire le comunità attraverso autocandidature. Nel dettaglio si è strutturata una banca dati e progettato un modulo da far compilare online (scheda anagrafica) con cui censire le diverse comunità attraverso alcuni criteri essenziali (l’area geografica coinvolta, la tipologia di patrimonio, la natura del bene – se pubblica, privata o mista – la struttura organizzativa se formale o informale della comunità), dove ogni comunità può iscrivere anche più di un bene gestito. In particolare, il dato geografico è quello maggiormente visibile nella restituzione, perché nella compilazione della scheda si genera automaticamente la localizzazione delle comunità o dei ‘loro’ beni attraverso oggetti grafici sulla mappa dell’Italia [7]. La vestizione della mappa disponibile online è rappresentata dalla tematizzazione dei beni delle comunità generati dalla compilazione della scheda anagrafica (se di tipo paesaggistico, architettonico, archeologico, ecc…).

Per la fase successiva di raccolta dati è stato predisposto un questionario da sottoporre a un campione selezionato tra le comunità precedentemente autocandidatesi per conoscere in modo più approfondito: la natura della comunità, le competenze presenti all’interno del gruppo, la tipologia di gestione, le attività di valorizzazione svolte, le modalità di comunicazione, i finanziamenti ottenuti, la relazione con il territorio. Attraverso la compilazione del questionario, ci si vuole focalizzare sugli strumenti di gestione, sulle competenze presenti nella comunità e sulle attività di valorizzazione da esse realizzate. Inoltre, il questionario vuole evidenziare anche gli elementi relazionali delle stesse comunità all’interno dei territori e il grado di innovazione culturale prodotto dai progetti.

Il questionario verrà testato e validato attraverso un piccolo campione di comunità molto diverse tra loro e, infine, verrà sottoposto a gruppi di comunità scelte tra quelle che hanno già partecipato alla mappatura iniziale. La scelta del campione sta tenendo in considerazione sia i criteri iniziali sopra elencati (area geografica, tipologia di patrimonio, natura del bene, ecc…), ma anche i criteri che la ricerca vuole andare a indagare (il tipo di gestione, l’attività di valorizzazione, l’innovazione culturale, ecc…). La scelta delle comunità campione a cui sottoporre il questionario è basata su alcune delle evidenze emerse dall’analisi iniziale svolta dal gruppo di ricerca. Oltre alla compilazione del questionario, la ricerca prevede di approfondire alcune delle esperienze anche attraverso delle interviste semi strutturate e dei focus group in modo da conoscere meglio gli strumenti e le competenze delle comunità che hanno partecipato alla mappatura.

Per dare supporto specialistico su temi specifici (“comunità”, “innovazione”, “fattori abilitanti”) nella fase di costruzione dei diversi strumenti di raccolta dati (scheda anagrafica e questionario di approfondimento) sono stati individuati alcuni esperti, coinvolti in alcuni momenti specifici della ricerca. Attraverso l’uso del metodo Delphi [8] ogni tema è stato affrontato separatamente da quattro professionisti attraverso questionari contenenti delle domande, aperte e chiuse. In un incontro collettivo sono state rese note le risposte ottenute e discusse soprattutto quelle controverse [9]. In questo modo, il gruppo di ricerca ha potuto sottoporre delle domande a più gruppi di esperti così da avere dei riscontri immediati rispetto sia alle singole fasi della ricerca (scheda anagrafica, questionario, ricerca delle comunità, ecc…) che alla metodologia adottata.

Infine, l’ultima parte della ricerca sarà dedicata all’analisi e all’interpretazione dei dati con conseguente disseminazione di ciò che emergerà dall’interpretazione dei risultati. La divulgazione prevede una pubblicazione e una giornata di studi dedicata ai risultati della ricerca.

UNA PRIMA ANALISI SULLA MAPPATURA

In sole tre settimane si sono autocandidate più di duecento realtà che gestiscono circa duecentosessanta tipologie di beni culturali. La ricerca è stata circoscritta al solo patrimonio culturale, materiale e immobile, sia in ragione dei tempi della stessa ricerca (circa un anno) sia per conoscere anzitutto queste esperienze che, a veder bene, spesso sono difficilmente intercettabili. Ciò per diverse ragioni. In primis, come è già emerso da questa prima fase della ricerca, per questioni identitarie: molti non si riconoscono in modelli di gestione formali del patrimonio culturale. In Italia, infatti, la partecipazione delle comunità alla gestione del patrimonio culturale sembra essere più una forma di esternalizzazione della gestione, giustificata dalla sussidiarietà orizzontale, di cui all’art. 118, 4 comma della Costituzione, che un percorso condiviso e collaborativo tra gli attori coinvolti. Questo porta alcune esperienze più informali e politiche a sentirsi distanti dalla gestione da parte di associazioni tradizionali e viceversa.

È bene però sottolineare che la mappatura non ha né la finalità di unire le esperienze e i diversi modelli di gestione per la loro interazione [10] né di creare una rete di organizzazioni che condividano intenti e motivazioni nella gestione del patrimonio [11]. La mappatura, infatti, nonostante abbia anche degli scopi simili a quelle promosse per condividere strumenti, conoscenze ed esperienze [12], è finalizzata a raccogliere le esperienze di gestione del patrimonio culturale più eterogenee e contrapposte. Si è consapevoli che è impossibile pensare a una modellizzazione o generalizzazione delle esperienze disancorandole dai propri contesti di riferimento; perciò, qui si indagano i modelli esistenti estrapolando competenze e strumenti utilizzati dai diversi modelli studiati.

L’utilità della mappatura, infatti, è quella di permettere di conoscere le esperienze di gestione culturale partecipata molto diverse tra di loro che non si sentono accomunate né nelle motivazioni che le spingono a gestire un bene né nella modalità di produzione di valore culturale e sociale delle loro rispettive sperimentazioni. Può essere l’occasione per comprendere queste differenze ed estrapolare anche il dato sulla profonda diversità dei modelli di gestione del patrimonio culturale. Ogni singola esperienza e pratica di comunità può contribuire a leggere e, così, a disegnare i diversi strumenti e le diverse competenze necessarie per valorizzare il ricco patrimonio culturale italiano. Del resto, la ratifica nel 2020 della Convenzione di Faro, da parte dell’Italia, ha formalizzato un contesto che negli ultimi anni ha agito spesso in maniera spontanea, con numerose e capillari esperienze di co-progettazione e gestione partecipata dei beni culturali, ma che, senza uno studio empirico delle esperienze esistenti, potrebbe restare un contenitore vuoto.

Appare prematuro – a questo punto della ricerca, sono trascorsi solo 5 mesi dall’inizio – restituire dei risultati, soprattutto rispetto agli obiettivi principali della ricerca: individuare gli strumenti e le competenze necessarie ad abilitare il lavoro delle comunità che gestiscono o intendono gestire il patrimonio culturale, nel rispetto dei principi dettati dalla Convenzione di Faro [13]. È possibile però affermare che, da una prima analisi, le comunità che stanno partecipando alla mappatura sono profondamente diverse tra loro.

DUE ESEMPI

Si pensi, a titolo esemplificativo, alle differenze tra due comunità: il “Comitato Mura di Padova” e l’associazione “Poveglia per tutti”, in Veneto. Queste due realtà, già a una prima lettura della “descrizione dell’attività”, nonostante si trovino all’interno della stessa Regione, appaiono fortemente diverse sia nell’approccio alla gestione e che nella valorizzazione del patrimonio.

La prima, invero, è un’associazione che dal 1977, per iniziativa di un gruppo di studiosi, enti di salvaguardia e semplici appassionati, voleva portare l’attenzione sulle cinte murarie di Padova e pertanto svolge attività che vanno dalle conferenze alle visite guidate, dalle pubblicazioni alle mostre tematiche, dai convegni agli interventi sulla stampa, dalla elaborazione di progetti di studio alle proposte di restauro [14]. Vi è quindi un uso, da parte di un gruppo ristretto di soggetti, degli strumenti tradizionali di valorizzazione del patrimonio, con la sostituzione di un’organizzazione non profit al pubblico, per supplire alle mancanze di quest’ultimo.

Diverso è il caso dell’isola di Poveglia, ove l’Agenzia del Demanio aveva messo all’asta l’intera isola. Attraverso un processo partecipativo si è costituita un’associazione con più di quattromila aderenti per acquistare l’isola. Inoltre, sempre attraverso il processo di partecipazione si è deciso anche il “cosa fare dell’Isola” [15]. In questo caso, dunque, vi è un gruppo aperto di soggetti che attraverso un processo di partecipazione diffuso e continuo si mobilita contro la privatizzazione di un bene.

Tali differenze delineano proprio l’importanza di questa ricerca per poter conoscere e divulgare la molteplicità di metodi e pratiche, senza la volontà di sovrapporre, accomunare o ibridare le diverse esperienze, ma rispettandone le relative differenze.

Inoltre, in molti casi, le comunità che si sono iscritte non hanno saputo indicare né la tipologia di bene né la propria forma giuridica (per esempio, indicando “altro” laddove, invece, era presente la specifica qualificazione). Ciò lascia intravedere, sempre da un’analisi preliminare, che una maggiore conoscenza degli strumenti esistenti e l’acquisizione di competenze, sia tradizionali che innovative, potrebbe essere utile a tutte le comunità, sia quelle che si muovono nell’ambito di un contesto istituzionale e formale che quelle informali e di “transizione” politico istituzionale. Le une potrebbero dare alle altre, attraverso la sintesi che emergerà da questa ricerca, nuovi elementi per generare innovazione culturale, sempre nel rispetto delle proprie identità. Del resto, questo è il maggiore contributo che la ricerca della FSBAC potrà dare alla concreta attuazione di alcuni dei principi previsti dalla Convenzione di Faro.

LE PROSSIME SETTIMANE FINO A FEBBRAIO DEL 2023

Nelle prossime settimane le comunità potranno continuare ad autocandidarsi per far parte della mappa online. Nel frattempo, entro la fine di giugno, il gruppo di ricerca selezionerà un primo campione di comunità a cui sottoporre il questionario e procederà alle prime interviste e ai focus group. Questa fase della ricerca durerà fino a ottobre/novembre del 2022, per poi iniziare l’organizzazione della giornata di studi e della pubblicazione dell’ebook per la fine delle attività di ricerca, che è fissata al 28 febbraio 2023.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Sulla valorizzazione come fenomeno giuridico più recente, si veda C. Barbati, M. Cammelli, L. Casini., G. Piperata, G. Sciullo, Diritto del patrimonio culturale, seconda edizione, Il Mulino, Bologna, 2020, soprattutto dalla p. 195 alla 199.

[2] R. Cavallo Perin, Il diritto al bene culturale, Dir. Amm. n. 4/2016, p. 495-510.

[3] Conclusioni del Consiglio sulla governance partecipativa del patrimonio culturale (2014/C 463/01); Conclusioni del Consiglio sulla necessità di mettere in rilievo il patrimonio culturale in tutte le politiche dell’UE (2018/C 196/05); Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni. Una nuova agenda europea per la cultura (2018) 167 final.

[4] Per maggiori informazioni sulla Convenzione di Faro, si rinvia a https://www.coe.int/it/web/venice/faro-convention.

[5] Il gruppo di ricerca è composto da Alessandra Ferrighi (coordinatrice e responsabile ricerca), Elena Pelosi (referente della ricerca), Federica Antonucci (collaboratrice alla ricerca), Chiara Prevete (collaboratrice alla ricerca). La ricerca ha una durata complessiva di 14 mesi e terminerà a metà febbraio del 2023. A conclusione del percorso di ricerca sarà organizzata una giornata di studi e vi sarà una pubblicazione sui temi e i risultati della ricerca.

[6] “La Mappa delle comunità: esperienze di partecipazione” è lo strumento utilizzato per l’autocandidatura delle comunità e la visualizzazione dei risultati attraverso una Call to action. Per la sua navigazione si rinvia all’applicazione Story map di ArcGIS:

https://storymaps.arcgis.com/stories/2e8646b276a74e4194875d76e53d1cc7.

[7] La web map permette una restituzione immediata e grafica del dato territoriale, in

https://storymaps.arcgis.com/stories/2e8646b276a74e4194875d76e53d1cc7.

[8] Il metodo Delphi è una tecnica, per la previsione e l’aiuto nei processi decisionali e di ricerca, basato sulle opinioni di esperti, che esiste da oltre mezzo secolo. Esistono molti approcci e diverse applicazioni di tale metodologia. Vi sono molti contributi in letteratura, in particolare è noto uno dei primi contributi, di N. Dalkey, An experimental study of group opinion: The Delphi method, Futures, Volume 1, Issue 5, 1969, Pages 408-426; e nell’applicazione alle scienze sociali Jon Landeta, Current validity of the Delphi method in social sciences, Technological Forecasting and Social Change, Volume 73, Issue 5, 2006, Pages 467-482.

[9] Il primo incontro Delphi sulle Comunità (denominato Costellazioni) si è tenuto nel marzo del 2022, mentre il secondo, sull’Innovazione, al principio di maggio 2022. Un ultimo, sui Fattori Abilitanti si terrà il prossimo ottobre 2022.

[10] Come, per esempio, sta facendo la rete Faro Italia Platform, ove si legge che “[…] Il sito offre una piattaforma di scambio, conoscenza e partecipazione. Dove sono messi in evidenza gli eventi che ciascuna CP organizza nel breve, per favorire l’interazione spontanea e la cooperazione attiva. […]”, in https://faroitaliaplatform.it/.

[11] Rilevante in tal senso è la rete dello Stato dei luoghi, in https://www.lostatodeiluoghi.com/).

[12] La Call to Action, Mappatura nazionale dei nuovi centri culturali di Chefare, in https://www.che-fare.com/almanacco/territori/lacall-to-action-mappatura-nazionale-nuovi-centri-culturali-chefare/?url=/lacall-to-action-mappatura-nazionale-nuovi-centri-culturali-chefare/.

[13] In particolare, all’art. 1 della Convenzione […] il diritto, nel rispetto dei diritti e delle libertà altrui, ad interessarsi al patrimonio culturale di propria scelta, in quanto parte del diritto di partecipare liberamente alla vita culturale, diritto custodito nella Dichiarazione universale delle Nazioni Unite dei diritti dell’uomo (1948) e garantito dal Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (1966), ma anche agli artt. 3, 4, 5 e 6. In letteratura, soprattutto giuridica, diverse sono le analisi e le interpretazioni sui principi contenuti nella Convenzione, si veda, ad esempio, P. Carpentieri, La Convenzione di Faro sul valore dell’eredità culturale per la società (da un punto di vista logico), Federalismi.it n. 4/2017; sulla Rivista Aedon, Rivista di Arti e Diritti online, diversi contributi in molteplici numeri, cfr. n.1/2013, n. 1/2014, n. 3/2020.

[14] Si veda in https://www.muradipadova.it/chi-siamo.

[15] In https://www.povegliapertutti.org/wp/wp-content/uploads/2015/06/poveglia-grande-new.pdf.

ABSTRACT

This article aims to outline the research on community participation in the cultural heritage promoted by Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali (FSBAC). After the ratification and execution of the Faro Convention by Italy in 2020, it is necessary to map practices and specific experiences in cultural heritage management in Italy led by communities. Analyzing these experiences will provide tools and expertise to improve community participation in the cultural heritage sector.

 

 

Chiara Prevete

Chiara Prevete

PhD in diritto pubblico, comparato, internazionale presso l’Università La Sapienza di Roma. Nella sua attività di ricerca si occupa soprattutto di diritto amministrativo, diritto urbanistico e diritto del patrimonio culturale. Negli anni passati, anche come avvocato, si è concentrata sulle attività di partecipazione degli abitanti e delle comunità all’organizzazione e gestione dei servizi pubblici. Da dicembre 2021 collabora come ricercatrice con la Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali alla ricerca sulla partecipazione alla gestione del patrimonio culturale.

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