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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Il contributo presenta il dibattito cruciale sull'impatto culturale e sociale dell'energia e in particolare delle fonti energetiche rinnovabili nelle comunità locali
© Foto di Karsten Würth su Unsplash

Negli ultimi tempi, diversi film europei hanno insistito su temi relativi alle energie rinnovabili, alle rivendicazioni in merito alle scelte in materia di risorse energetiche, complice la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina dapprima e soprattutto alla richiesta pressante di una transizione ecologica che spinge le comunità verso una maggiore sostenibilità. Tra questi, troviamo pellicole emblematiche come Alcarràs (Carla Simòn, 2022) e As Bestas, (Rodrigo Sorogoyen, 2022), rispettivamente ambientanti nelle province di Valencia e Galizia che affrontano le ambivalenze dell’espansione delle fonti rinnovabili – eolico e fotovoltaico – a danno delle produzioni agricole e La donna elettrica (Benedikt Erlingsson, 2018), una pellicola che propone una storia molto intensa di attivismo ecologico contro la devastazione paesaggistica da parte di aziende produttrici di energia nelle campagne islandesi. Il film La donna elettrica mostra un paesaggio islandese quasi lunare cosparso di tralicci eco-terroristici che la donna elettrica fa saltare; in Alcarràs la famiglia di produttori di pesche subisce un vero e proprio assalto per la vendita del terreno ma, sorprendentemente ed in controtendenza, si rifiutano di incassare denaro facile a favore della tutela della pratica agricola in contraddizione anche con l’intergenerazionalità delle scelte familiari; invece in As bestas i paladini del paesaggio sono dei ritornanti colti, impegnati nella difesa paesaggistica mentre i contadini autoctoni rappresentano con rabbia le ragioni della sconfitta del mondo agricolo e preferirebbero cedere il territorio per l’installazione di pale in quanto esasperati del loro destino gramo di agricoltori di periferia.

L’attivazione del mondo cinematografico e della narrazione mediatica intorno a questo tema indica come la questione sia diventata non solo un affare economico e strategico dal punto di vista dell’imprenditoria, ma anche una vicenda profondamente culturale. Da un lato la domanda che sorge è quella in merito alla modalità di elaborazione delle decisioni in merito all’approvvigionamento energetico e ciò che esso determina in termini di empowerment delle comunità locali e dunque la cruciale importanza del ragionare di energia all’interno delle comunità, non esclusivamente come fatto economico-sociale-politico, ma in primis come fatto culturale di democrazia energetica e di libero accesso alle scelte e alle possibilità di decisione. Su un altro fronte siamo di fronte a una questione pertinente alla produzione filmica, di cui sopra, che ha come oggetto e soggetto che cosa intendiamo per paesaggio culturale e in che modo il subentro dell’impianto fotovoltaico in un paesaggio sedimentato nei secoli è destinato a trasformare la percezione del paesaggio locale e della territorialità.

Su quest’ordine di riflessioni si sono diffuse anche una serie di iniziative e attività messe in moto dalle comunità per sostenere e osservare ciò che accade nell’ambito della produzione di fonti rinnovabili. Ciò che ne emerge è la paura di un cambiamento del paesaggio dovuto al diffondersi di impianti eolici e agro-voltaici che intreccia la battaglia tra i diversi immaginari del paesaggio produttivo. Da un lato, il conflitto per la produzione di energie rinnovabili sembra aver imboccato il giusto allineamento con le richieste della transizione ecologica, dall’altro l’impatto paesaggistico dell’eolico e del fotovoltaico rischia di creare, come conseguenza, un inquinamento visivo e una destrutturazione del paesaggio agrario che potrebbe modificare definitivamente importanti porzioni di territorio, in particolare in quelle aree agricole contraddistinte da un forte spopolamento e sottoposte facilmente al ricatto del guadagno facile e dell’abbandono in cambio di esigue compensazioni dovute agli espropri.

Le iniziative seguono due linee fondamentali. Da un lato le associazioni di attivisti di diverse categorie (studiosi, conservatori del paesaggio, esperti in materia) che sostengono l’importanza di una gestione condivisa delle scelte in materia di fotovoltaico ed eolico e punta a ridurre il rischio di una crescente invasività degli impianti ai danni del paesaggio. Dall’altro le reazioni critiche e difensive dei fautori delle fonti rinnovabili che accusano le denunce degli attivisti di resistenza anacronistica al progresso e alla sostenibilità. Affiora così un ribaltamento delle posizioni di coloro che sostengono le ragioni del paesaggio tacciati di essere contrari allo sviluppo e persino nemici dell’ambiente, laddove dall’altra parte ciò che si sostiene primariamente è l’obiettivo di salvaguardare la bellezza del paesaggio e la storia radicata di un dato territorio. Naturalmente ciò si accompagna a numerosi dibattiti anche di natura normativa che spesso le amministrazioni e il governo centrale affidano ad enti distanti che con difficoltà riescono a gestire e comprendere la delicatezza delle questioni in campo.

Il tema di come le energie rinnovabili si immettono all’interno dei territori diviene pertanto materia controversa e di difficile gestione. La questione allora che si pone è quella di pensare alle comunità energetiche [1] partendo proprio dal basso ragionando sul modo in cui determinate scelte maturano, tramite quali stakeholders si attivano, attraverso quali forme di processi decisionali si definiscono e di conseguenza secondo quale tipo di cultura soggiacente si diffonde o meno una transizione ecologica verso le fonti rinnovabili che non determini però un danno per il paesaggio e una perdita di controllo sul territorio. I temi critici, infatti, riguardano la continuità e discontinuità territoriale determinata da questi impianti, i problemi legati all’obsolescenza futura di pale o pannelli, il problema della loro dismissione o dei residui protratti nei decenni o ancora la questione mai affrontata degli incentivi, del collocamento e del che cosa fare con le eccedenze e o ancora il nodo della ‘democrazia comunitaria’ legata alla gestione condivisa della risorsa energetica.

Da questo punto di vista, la riflessione sulle comunità energetiche diventa oggetto eccellente degli studi antropologici, i quali, già in precedenza, si sono occupati di temi come quelli della gestione del legnatico, del carbone e del petrolio come questione che ha attraversato in maniera prepotente la vicenda coloniale e le dipendenze tra Nord e Sud del mondo. Non è dunque la prima volta che vengono poste delle domande a riguardo che ricalcano le dipendenze storiche radicate a livello sociale, politico e culturale nel corso dei secoli. Non è casuale, anche stavolta, che le tentazioni di allargamento a dismisura delle fonti rinnovabili nelle aree del Meridione lascino intuire nuove dipendenze economiche e politiche di queste comunità rispetto alle grandi compagnie private e alla gestione centrale del tema energetico. I territori rurali del Sud Italia sono tra i più fragili e destrutturati, profondamente segnati dallo spopolamento e in una situazione di crisi competitiva, da fronteggiare rispetto ai grandi centri distributivi, che determina un rischioso infragilimento. Come conseguenza, le famiglie o i singoli già estenuati da processi di abbandono, di isolamento nella produzione, di mancata innovazione, di perdita di contatti con il mercato dell’agroalimentare spesso non riescono a rinnovare i propri circuiti o non sanno approfittare delle nuove opportunità di praticare una agricoltura ecologica che li metterebbe in contatto con i nuovi mercati delle filiere corte e degli alternative food network.

Proprio questa obsolescenza delle loro colture o la dismissione di pratiche e saperi radicati nei territori finisce per spingere alcune famiglie di agricoltori e allevatori all’abbandono e alla rinuncia, decidendo di disfarsi di porzioni di terreni in cambio di piccoli guadagni e causando così una perdita di paesaggio agricolo.

Le pale e i pannelli rappresentano oggi, anche sul piano paesaggistico, un tema critico cruciale: il dilemma tra il rispetto degli obiettivi dell’agenda 20-30/20-50 e il rischio di una evidente trasformazione del paesaggio rurale connessa ai nuovi impianti. In questa contraddizione si crea una sorta di stasi culturale per le comunità, la frammentazione dei processi decisionali e, nei casi peggiori, il rischio crescente di infiltrazioni da parte di soggetti imprenditoriali dagli interessi talora opachi e il rischio di un nuovo estrattivismo legato alle fonti rinnovabili nelle aree rurali.

Del resto, emerge con sempre maggior chiarezza come i temi della cultura si intreccino con quelli dell’approvvigionamento energetico: sia finanziando opere artistiche e performance/spettacoli come la cinematografia sia entrando sempre più spesso nelle economie della cultura. Su un altro livello le grandi compagnie energetiche provvedono a elaborare e realizzare processi di certificazione green di oggetti culturali come ad esempio la carbon print di una data produzione o i costi di illuminazione e riscaldamento/refrigerazione di un museo.

Nell’ambito dei PRIN – Programma di Rilevante Interesse Nazionale – finanziato da fondi PNRR 2022 è stato valutato positivamente e finanziato un progetto della linea Sud che coinvolge le Università di Teramo, del Molise, di Catania e di Palermo che hanno proposto una ricerca dedicata ai temi della comunità energetica e dell’energia in comune. Il progetto denominato Energy Commons vuole tenere insieme, emblematicamente, i due termini dell’energia e del bene comune. L’obiettivo principale è quello di analizzare criticamente la delicata relazione tra energie rinnovabili e bene comune e quanto sia difficile costruire comunità nelle cosiddette comunità energetiche attraverso puntuali casi di studio [2].

Innanzitutto, il pensiero si dirige verso quelle aree dismesse, marginali e periferiche economicamente come gli Appennini e il Meridione italiano che rischiano di mettere in competizione l’agricoltura che è stata a lungo la loro forza contro l’approvvigionamento energetico che porta con sé lo spettro delle recenti polemiche sulla nuova regolamentazione della Politica Agricola Comune. In altri casi le etnografie insisteranno sulle aree industriali e post-industriali di alcuni poli a Sud che provano a ripensarsi in modo innovativo. Le questioni etnografiche intrecciano e interrogano i processi di messa in atto dei Sustainable Development Goals, dell’Agenda 2030/2050 e vanno a definire lo scenario culturale e politico nelle diverse arene locali e sovralocali.

Il progetto si è avviato nel novembre 2023 e il kick-off si è svolto a Teramo a gennaio 2024. Si svilupperà nei prossimi due anni prendendo in esame una serie di casi incentrati sulle comunità energetiche dell’Appennino abruzzese e molisano partendo da linee di ricerca quali la trasformazione, i ri-direzionamenti e i ri-orientamenti della questione energetiche in queste due regioni. In Sicilia l’analisi si occuperà delle riconversioni energetiche delle aree ex-industriali, delle comunità energetiche attivate a Catania e Palermo che rappresentano dei laboratori di osservazione speciale di questo nuovo approccio relativo al tema condiviso dell’approvvigionamento delle energie rinnovabili e di quanto possa essere efficace. Il programma intende esplorare gli impatti sociali e culturali e le norme che presiedono la strutturazione delle comunità energetiche sottolineando in quale maniera gestire i comitati che si schierano a favore o contro i re-impieghi delle precedenti strutture e infrastrutture della trasformazione energetica.

Nel caso dell’unità di ricerca coordinata da chi scrive per l’Università degli Studi del Molise [3], i casi di studio che saranno oggetto di specifico approfondimento etnografico saranno:

  1. La comunità energetica dell’Alto Molise, coordinata dal Comune di Agnone e in particolare il progetto/processo di efficientamento e costituzione di una comunità energetica avanzata del Comune di Castel del Giudice nel quadro anche del progetto per l’attrattività culturale e turistica dei borghi – MiC Linea A;
  2. Le polemiche e i conflitti sollevati a partire dall’estate 2023 dall’ampliamento della centrale elettrica di Pizzone II nell’area di Castel San Vincenzo e del Parco Nazionale Lazio Abruzzo Molise;
  3. La diffusione di impianti di energia da fotovoltaico ed eolico nell’area del Basso Molise e i movimenti di contrasto a questa gestione estrattiva dei suoli e del paesaggio nell’area ai fini di una produzione sovradeterminata di energia.

Infine, farà parte delle attività di progettazione e terza missione del progetto anche l’Osservatorio ‘Curaterra. Ruralità e Visioni’ (www.curaterra.it), un comitato spontaneo che si propone di costruire l’opportunità di affrontare in maniera critica l’enorme questione della diffusione a tappeto di energie rinnovabili nell’Appennino centro-meridionale italiano, in particolar modo nel Basso Molise esposto recentemente a una forte ingerenza di aziende fotovoltaiche che propongono ai contadini del Basso Molise di dismettere le loro terre in favore di nuovi impianti. Forti sinergie e contatti saranno inoltre mantenuti con la Communitas Gagliani, la CER a forte carattere inclusivo e partecipativo che si è sviluppata nel quadro del processo di rigenerazione comunitaria del Comune abruzzese di Gagliano Aterno a sua volta seguita dal lavoro di ricerca di un giovane antropologo, Raffaele Spadano, e al cui percorso di elaborazione e formazione chi scrive ha aderito sin dall’inizio con entusiasmo.

L’obiettivo centrale di questo progetto è dunque quello di discutere e offrire modelli possibilmente alternativi, non invasivi, sostenibili e integrati per la gestione del tema energetico, lo sviluppo territoriale e le produzioni agricole così come nella produzione di cultura. Allo stesso modo con ‘Energy Commons’ si intendono esplorare le scelte di politica culturale e la gestione condivisa e comunitaria delle energie come beni comuni, per l’appunto, e come opportunità di radicale trasformazione culturale, come rilevante processo di decision-building democratico e trasversale capace di mettere in discussione le autorità e i poteri storicamente sedimentati intorno alla questione energetica.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano un modello di produzione e redistribuzione delle energie da fonti rinnovabili basato sulla condivisione, ma si impegnano anche in processi più ampi e diffusi di razionalizzazione dei consumi e riduzione degli sprechi di tipo energetico. Si tratta di associazioni composte da enti pubblici locali, aziende, attività commerciali o cittadini privati, che scelgono autonomamente di dotarsi di infrastrutture per la produzione di energia da fonti rinnovabili e che, nei casi più avanzati, gestiscono anche i ricavati delle eccedenze derivate dalla produzione e consumo dell’energia per attività condivise e di uso comune.

[2] Il progetto PRIN PNRR ‘Energy Commons’ è coordinato a livello nazionale dall’Unità di Ricerca in ambito giuridico dell’Università degli Studi di Teramo capeggiato dal Prof. Ignazio Castellucci e con il coinvolgimento di altre tre unità di ricerca nazionali, tutte coordinate da antropologi, l’Università degli Studi del Molise, coordinata dalla prof.ssa Letizia Bindi; l’Università degli Studi di Palermo, coordinata dal prof. Alessandro Mancuso; l’Università degli Studi di Catania, coordinata dalla prof.ssa Mara Benadusi. Tutte le unità di ricerca hanno al loro interno una colonna di competenze giuridiche, in special modo il diritto comparato, il diritto dell’energia e le competenze legate all’economia agraria e ai processi di sviluppo sostenibile.

[3] Dell’unità di Ricerca dell’Università degli Studi del Molise fanno parte: Angelo Belliggiano del Dipartimento di Agricoltura, Ambiente e Alimenti e Lorenza Paoloni e Francesco Paolo Traisci del Dipartimento Giuridico. Il 1° Marzo 2024 si terrà un workshop di avvio delle attività di ricerca dell’Unità molisana in cui oltre a una serie di stakeholders e attori locali e nazionali impegnati sul tema, si svolgerà una tavola rotonda tra i gruppi animatori delle diverse esperienze che costituiranno a vario titolo i casi di studio per il progetto.

ABSTRACT

The paper outlines the crucial debate about the cultural and social impact of energy power and in particular of renewable energy sources in the local communities and at the same time the cultural and social value of energy debates in the present around the notion of ‘energy citizenship’ and the concerned opportunity for the creation of new democratic and participatory processes.

 

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Letizia Bindi

Letizia Bindi

Letizia Bindi ha studiato all'Università di Roma "La Sapienza" (Laurea e Ph.D), all'EHESS di Parigi (DEA) e alla Johns Hopkins University di Baltimora (US, Maryland). È docente di Antropologia Culturale e Sociale all’Università degli Studi del Molise, dove dirige anche il Centro di Ricerca "BIOCULT" sul patrimonio bio-culturale e lo sviluppo locale. È regolarmente Invited Professor presso varie Università europee ed extra-europee: Spagna, Francia, Polonia, Argentina, Emirati Arabi. Nel 2021 è stata nominata componente del Consiglio Scientifico dell’Accademia delle Scienze della Finlandia per la sezione “Humanities and Social Sciences”. È membro delle maggiori società di studi antropologici italiane, europee e americane e partecipa ai Comitati Editoriali di numerose riviste scientifiche e collane di studi demo-etno-antropologici. Oltre a lavorare su numerosi progetti di ricerca di rigenerazione e valorizzazione patrimoniale dei territori rurali e montani italiani, svolge da anni una ricerca sulle comunità pastorali Mapuche della Patagonia argentina. È membro di “Riabitare l’Italia”, di Rete APPIA per la Pastorizia e di SNAP (Scuola Nazionale di Pastorizia).

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