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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Chi progetta e costruisce città e spazi, in cui si svolgono le relazioni umane, non attiva solo meccanismi economici, ma con le sue costruzioni lascia un’impronta ecologica importante sul pianeta

In Italia, con il termine committenza di architettura si definisce qualsiasi persona fisica o giuridica che commissioni un lavoro ad un architetto finalizzato alla progettazione di un edificio o di altra attività inerente a questa professione.

Il ruolo del committente all’interno del processo edilizio è fondamentale per la realizzazione di un progetto dove non prevalga soltanto la logica speculativa ma emergano i valori etici indirizzati alla qualità della vita e alla salvaguardia dell’ambiente.

È utile rammentare come la città contemporanea abbia assunto caratteri eterogenei e frammentari rispetto a quelli morfologici e unitari dei centri costruiti prima della rivoluzione industriale.

Per un lungo periodo di tempo, dalla caduta dell’Impero Romano sino al Rinascimento, la committenza di architettura era concentrata all’interno della classe aristocratica e alla gerarchia ecclesiastica. Erano i proprietari dei terreni urbani e di quelli agricoli che commissionavano agli architetti il compito di redigere le opere architettoniche, urbanistiche e paesaggistiche, con l’intento di conferire un’identità precisa ai loro domini. Lo spazio era pensato e organizzato dai committenti e dai loro architetti per costruire relazioni e modelli di interazione sociale conformi alle necessità del sistema economico e culturale.

Con la rivoluzione industriale e l’emergere della nuova borghesia come classe sociale dominante, tutto cambia. Il numero dei committenti che ora operano sullo stesso territorio, aumenta esponenzialmente. Il progetto unitario e l’estetica che contraddistinguevano la città rinascimentale e quella medioevale vengono velocemente a decadere.

Già nel XVIII° secolo la nuova committenza organizza le sue attività in nascenti società immobiliari che hanno il compito di occuparsi dello sviluppo urbano. Committenza pubblica e privata iniziano ad operare con obiettivi e finalità spesso contrastanti. Un conflitto tra interessi pubblici e privati che a partire dall’ottocento sarà sempre più accentuato. Le città crescono quasi sempre in assenza di un progetto unitario, i piani regolatori tardano ad arrivare o vengono disattesi per l’insorgere della logica speculativa che con irruenza propone soluzioni affaristiche ai problemi legati all’espansione dell’industria, del terziario e alle necessità abitative.

Il costo dei terreni nel novecento del secolo scorso sale vertiginosamente. Le periferie dilagano intorno ai centri storici e si assiste alla rapida costruzione di quartieri popolari a basso contenuto di servizi, alla realizzazione di appartamenti di ringhiera economici e di dimensioni ridotte, destinati alle classi proletarie e operaie. I meno abbienti sono così esclusi dal centro cittadino che diventa l’area pregiata della città, adatta allo svolgimento di attività commerciali, di terziario e di rappresentanza.

Quando l’ente pubblico stabilisce regole qualitative sul costruito attraverso i piani urbanistici e i regolamenti edilizi, riesce a vincolare l’uso del suolo a destinazioni predefinite dalle esigenze della comunità e a dare una corretta risoluzione ai problemi della viabilità, sempre più caotica per l’ingresso nella città dei nuovi mezzi di trasporto a motore.

L’aumento demografico e la distribuzione degli insediamenti sul territorio, danno avvio all’uso di nuovi strumenti di pianificazione, come i piani di zonizzazione adottati per la prima volta nel 1916 a New York, e che nei decenni seguenti sbarcheranno in Europa con lo scopo di regolare la trama strutturale e guidare la logica della forma urbana. Dopo la seconda guerra mondiale si assiste in gran parte del territorio europeo al dilagare dell’edificazione selvaggia. I nuclei abitativi periferici nascono a volte completamente privi di servizi primari. Presto diventeranno aree di emarginazione, serbatoi di malessere e di attrito e di conflitto sociale. Dopo l’ultimo dopoguerra la committenza privata continua ad avere il controllo del territorio, e nonostante gli sforzi da parte di alcune pubbliche amministrazioni per frenare la deregulation, ad avere la meglio saranno gli investimenti degli speculatori edilizi, gli abusi edilizi, le operazioni inquinate dai capitali di riciclo delle mafie.

Alla fine degli anni ‘90 del secolo scorso la Committenza assume una condizione organizzativa differente rispetto ai modelli precedenti, sia per quanto riguarda la strutturazione dei ruoli e sia degli investimenti di capitali da riversare nel ciclo del settore immobiliare. La figura dell’immobiliarista, identificato in una persona fisica che guida l’azienda e propone investimenti fondiari, sino ad allora relativamente circoscritti ad uno specifico territorio di competenza, è superata dall’assetto del nuovo paradigma della committenza privata, che propone, sotto il nome di Real Estate, prodotti e servizi ascrivibili al mercato immobiliare, puntando sulle nuove tecnologie e sulla loro applicazione nei processi di trasformazione territoriale.

I NUOVI COMMITTENTI: LE REAL ESTATE

Il termine Real Estate identifica l’insieme degli operatori, attivi all’interno di una società di capitali finanziari che utilizza risorse economiche da destinare all’intero ciclo del settore delle costruzioni.

Alla direzione di questi organismi, rispetto al modello organizzativo precedente, non ci sono più i “proprietari delle immobiliari”, ma i professionisti del management, manager slegati da logiche di appartenenza ai territori di intervento. Il loro traguardo è incrementare i fatturati, seguendo logiche sempre più distanti da considerazioni etiche. In questo senso la qualità dell’architettura perde il suo valore di qualità globale, non perseguendo di fatto obiettivi di sostenibilità sociale, economica e ambientale, anche se questi goals sono spesso dichiarati nelle campagne di promozione degli investimenti della Real Estate, ma che poi di fatto sembrano ridursi alla scala quantitativa del costruito e alla vendita della proposta estetica. Rientrando in una speculazione finanziaria, come nel caso delle innumerevoli torri di Ligeresti presenti a Milano, rimaste vuote dagli anni ’80 a caratterizzare il panorama della città, che essendo parte del patrimonio di una società assicurativa non hanno nessuna necessità di essere vendute, ma solo edificate per finalità di investimento e di occupazione di suolo.

All’inizio del millennio in Asia, America Latina, e Africa, nascono le megalopoli, le Città Mondo e le Mondo Città. Le Real Estate sono al centro di questa trasformazione globale.

L’ARCHITETTO E LA COMMITTENZA NELL’EPOCA DELL’ANTROPOCENE

E gli architetti? Che ruolo hanno avuto in questo percorso di costruzione fisica della società contemporanea? Potremmo dire che a partire dagli intenti e dalle teorie dei maestri dell’architettura moderna, sviluppati all’interno dei movimenti e delle scuole di architettura degli inizi del XX° secolo – ricordiamo tra tutte la Bauhaus – il dibattito sull’architettura si è arenato, travolto dai pathos e da fasti di entusiasmo creati del boom economico.

La condizione culturale e il ruolo di prestigio che l’architetto aveva assunto all’inizio dell’epoca del Moderno e in quelle precedenti, viene così ad affievolirsi.

Insieme ai loro committenti gli architetti sono stati nell’ultimo secolo tra i fautori, dello sviluppo indisciplinato di attività che hanno fortemente inciso sui processi geologici del pianeta e che a loro volta hanno portato ad ampie modifiche territoriali, strutturali e climatiche, contribuendo così a caratterizzare l’epoca geologica in cui stiamo vivendo: l’Antropocene.

Una situazione che denota la crescente difficoltà che ha avuto questa professione durante il tutto il Secolo Breve, e che negli anni ’80 avulsa nella cultura del Postmoderno, raggiunse i minimi livelli nella qualità di erogazione del servizio professionale.

La committenza chiedeva all’architetto di progettare l’estetica degli edifici seguendo gli stilemi della tradizione storica. Passò così in secondo piano la preparazione tecnica acquisita all’interno dei politecnici, sostituita dalla richiesta di un’abilità creativa di tipo accademico, adatta a inventare packaging per promuovere le vendite immobiliari. A partire dalla fine dello scorso millennio, al Postmoderno seguì la lunga stagione delle Archistar, ancora in parte in auge ai giorni nostri, che accompagnò l’avvento del modello della Real Estate nel settore immobiliare. Adesso, invece di disegnare gli edifici con l’estetica della tradizione, i committenti chiedono agli architetti di vestire di futuro le costruzioni progettate e disegnate con il Computer-Added Design (CAD).

Il committente, con le sue logiche speculative, ha prevalso sull’attività creativa e professionale dell’architetto, ridotto ad eseguire gli input del suo committente senza potere apportare un vero e proprio contributo alla qualità della costruzione e del territorio.

Più volte, la firma delle Archistar nei progetti di espansone territoriale ha consentito la copertura di pessime operazioni immobiliari, il deturpamento del paesaggio e della qualità globale dell’habitat.

Solo alcuni architetti, sono stati capaci in questi anni di tenere alto il blasone della professione, riuscendo a indirizzare le richieste dei loro committenti verso i modelli dell’abitare sostenibile.

IL COMMITTENTE E L’ARCHITETTO. UN PARTENARIATO IMPRESCINDIBILE PER COSTRUIRE UN HABITAT MIGLIORE

In anni recenti, sollecitati dai continui richiami delle Nazioni Unite, che già nel 1992 avevano promulgato l’Agenda 21 e nel 2015 l’Agenda 2030, una parte degli architetti ha ricominciato a discutere seriamente e criticamente sulle finalità del proprio mestiere e sulle modalità di attuazione del servizio professionale, assumendo così quella coscienza e consapevolezza necessaria per attivare lo sviluppo di progetti sostenibili, utili a risolvere i problemi causati dal cambiamento climatico, ed a garantire la tutela ambientale. In questo senso il Premio Internazionale Dedalo Minosse di ALA Assoarchitetti, nato nel 1997 e che si tiene ogni due anni a Vicenza, il cui scopo è premiare le migliori committenze di architettura, proposte e segnalate dagli stessi architetti, è un valido strumento culturale e un contributo al dibattito in corso che pone l’accento sul processo progettuale.

La partnership tra architetto e committente deve puntare a riequilibrare la relazione tra natura-artificio, a ridurre il consumo di suolo, a promuovere l’attività di recupero dei contesti storici, perseverando l’opera di trasmissione ai posteri del patrimonio culturale acquisito dal passato. Tra le priorità alle quali attenersi al primo posto c’è quella di contenere i danni provocati dal cambiamento climatico, riducendo la produzione di CO2, utilizzando energie rinnovabili e riposizionando il verde tecnico nell’ambiente costruito. L’aggiornamento tecnologico si rende necessario per attrezzare con strumenti non invasivi e inquinanti le pratiche per ridurre i consumi, favorire l’economia circolare, incrementare il livello dei servizi, eliminare le disuguaglianze sociali. Sono queste le sfide che l’umanità deve affrontare nel corso di questo secolo.

L’AGENDA 2030 E LA CARTA DI GINEVRA SULL’ABITARE SOSTENIBILE

L’ Obiettivo 11 dell’Agenda 2030 chiede di “rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili”. Gli abitanti delle Smart City non possono che essere cittadini intelligenti, consapevoli che la loro partecipazione attiva ai processi di cambiamento è un fattore indispensabile che non deve essere in alcun modo ignorato dagli estensori dei progetti e dei committenti. Essi dovranno dialogare con gli utenti per costruire organismi abitativi idonei a garantire un futuro migliore alle prossime generazioni e al pianeta le condizioni per la sua sussistenza nel futuro.

La committenza e l’architetto devono elaborare soluzioni efficienti e strategiche per gestire le risorse energetiche, utilizzando quelle naturali e rinnovabili e abbandonando quelle fossili, causa di inquinamento e di impoverimento del pianeta. Le statistiche ci ricordano che più della metà della popolazione mondiale vive nelle città, con stime che saliranno fino al 70 per cento entro il 2050. Chi progetta e costruisce città e spazi in cui si svolgono le relazioni umane, non attiva solo meccanismi economici (sappiamo che l’80 per cento delle attività è concentrato nei centri urbani), ma con le sue costruzioni lascia un’impronta ecologica importante sul pianeta. La Carta di Ginevra sull’Abitare Sostenibile, redatta dalle Nazioni Unite, stabilisce che è necessario “garantire a tutti l’acceso ad abitazioni accessibili e salubri”. Il raggiungimento di questo obiettivo sarà possibile solo quando tutti gli operatori del settore immobiliare, incluse le committenze e gli architetti, avranno condiviso questa mission perseguendo insieme gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.

ABSTRACT

The history of the city is coincident with that of its commissioners and architects. With a new awareness, it will still be up to them to build the future of urban centers, taking into consideration the mission and the sustainable development goals of the UN Agenda 2030.

 

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Fortunato D'Amico

Fortunato D'Amico è un critico d’arte e curatore di eventi. È autore e curatore di saggi e cataloghi. Laureato in Architettura al Politecnico di Milano nel 1986, ha lavorato nella ricerca e nella comunicazione tecnico scientifica relativa ai progetti di architettura, design, paesaggio. È stato consulente di diverse aziende che operano sui territori nazionali internazionali, relativamente alle strategie di organizzazione e di comunicazione orientate dal principio di responsabilità sociale dell’azienda e dei suoi prodotti. Ha insegnato nei corsi di architettura e design del Politecnico di Torino e attualmente al Politecnico di Milano, sede di Mantova. È uno dei i promotori, attraverso pubblicazioni, conferenze lezioni universitarie, dell’AGENDA 2030 e della Carta di Ginevra delle Nazioni Unite sull’Abitare Sostenibile.

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