Si è svolto il 17 novembre a Castel del Giudice il workshop di avvio delle attività a base culturale e delle azioni immateriali che saranno realizzate nel quadro del progetto Centro di (ri)Generazione, beneficiario del fondo Attrattività culturale e turistica dei Borghi Linea A del Ministero della Cultura.
La riflessione che ha accompagnato la preparazione e progettazione del workshop si è basata sui processi di rigenerazione che sono al centro di molti progetti e percorsi che in questi anni e mesi stanno attraversando le aree più interne e fragili del Paese caratterizzate da spopolamento, fragilità ambientale ed economica, da depressione sociale e culturale, relativo isolamento culturale e ritardo nei processi di innovazione culturale.
L’Appennino, nelle sue diverse articolazioni e storie, ha rappresentato negli ultimi anni, specie a Sud, un laboratorio interessante di esperienze rigenerative, di salvaguardia e tutela della biodiversità naturale e culturale, dei patrimoni bio-culturali. Le Alpi, le Dolomiti, le grandi montagne del Nord, dal canto loro, da tempo hanno ospitato sperimentazioni progettuali, laboratori di ricostruzione, incubatori creativi e di innovazione economica e culturale.
Il Workshop si è sviluppato così intorno a tre principali linee di riflessione e di repertorio di esperienze e buone pratiche.
#ossovivo: esperienze e percorsi
La prima linea di elaborazione e sperimentazione culturale e sociale è stata quella relativa agli spazi e ai contesti per la creatività e l’innovazione nella presente fase di riprogettazione dei territori e di transizione digitale. Per immaginare nuovi modi di riabitare non solo c’è bisogno di un dibattito in profondità tra esperienze di progettazione e confronto, c’è necessità di guardare in modo nuovo sia all’idea degli spazi abitativi che ai processi di creazione. Fare cultura innovativa nei contesti periferici e fragili significa aprire canali di scambio e rete tra aree diverse, vivere lo spazio al tempo stesso ri-territorializzato e de-territorializzato, sperimentare e reinterpretare la categoria stessa di abitare e stare, le mobilità, il concetto di consistenza materiale degli interventi. C’è un crescente peso e valore dell’immateriale inteso non solo come patrimoni connessi a saperi e pratiche, conservazione e salvaguardia di conoscenze territoriali, ma anche di innovazione immateriale, di progettualità e rappresentazioni del fare spazio che hanno a che vedere con figure impalpabili, digitali, ma non per questo meno reali ed efficaci nelle relazioni e persino nei rapporti di potere presenti nei territori. Il capitale simbolico, la dimensione immateriale e la transizione digitale si sono distinti come nuove dimensioni di rilievo nelle dinamiche locali a partire dal distanziamento sociale connesso alla pandemia: istruzione e formazione a distanza, smart working, socialità virtuale intensificata, commercio digitale intensificato, nuove forme di controllo e amministrazione gestite dalle ICTs, consumo culturale attraverso piattaforme digitali. Si è provato così a esplorare le interazioni tra creatività, lavoro a base culturale, uso delle tecnologie digitali, nuove metodologie di ricerca e di racconto/auto-narrazione dei territori e delle comunità locali. Come cambia la nozione di comunità nei processi che stiamo attraversando e in relazione allo sviluppo di strumenti e habitat digitali?
Le voci che hanno accompagnato questa riflessione sono venute dall’Appennino e hanno articolato in un serrato confronto di esperienze un intenso dibattito sul potenziale rappresentato dal lavoro a base culturale e dalle esperienze creative nei processi di sviluppo locale sostenibile e di rigenerazione delle aree montane e periferiche segnate da maggiore spopolamento e fragilità economica. Nondimeno proprio il dibattito ha messo in luce l’urgenza di una riconsiderazione attenta del tema della sostenibilità, durevolezza e continuità delle azioni a base culturale che rappresentano probabilmente gli aspetti maggiormente critici del fare cultura nelle aree interne e nei piccoli comuni delle nostre aree fragili.
Patrimoni in movimento
Al tempo stesso il Workshop ha cercato di riflettere sulle cornici all’interno delle quali il lavoro culturale e i processi di rigenerazione possono svilupparsi oggi anche in aree relativamente periferiche al sistema dei grandi eventi e dello show/cultural business globale cercando di trovare una specificità possibile del lavorare in ambito culturale nelle “remote and rural areas”, una cifra di questa creatività e opera di progettazione culturale che si ritiene cruciale per i territori e le comunità in cui stiamo lavorando. Si è voluto approfondire quali economie virtuose della cultura possano essere attivate, in che modo le nuove tecnologie e le learning machines possano influenzare le rappresentazioni e i modi di produrre conoscenza, di condividere il patrimonio bio-culturale, di costruire coesione sociale e senso di appartenenza.
Il dibattito ha dunque focalizzato il tema dei percorsi concreti di partecipazione alla cura e presa in carico dei comuni patrimoni bioculturali, di ciò che in modo sintetico definiremmo il bene culturale comune. L’idea è quella di evitare che questi percorsi corrano il rischio di un solo apparentemente trasversale e democratico accesso alla cultura e alle risorse per l’esercizio pubblico della creatività, dell’innovazione e di nuove estetiche capaci di riconnettere arti, creatività, rigenerazione dei luoghi e delle comunità locali interne, fragili, spopolate generando partecipazione e circolarità. Il tentativo in questo workshop è stato anche quello di individuare quale indirizzo di governance dei processi di rigenerazione culturale impostare: quali forme di inclusione, ad esempio, quali forme di trasparenza e di democratizzazione nell’accesso e nella produzione di contenuti culturali puntare.
Rigenerazioni, sostenibilità, innovazione sociale
Il cambiamento e la transizione sostenibile nei territori montani, fragili, interni coniugano, sempre più spesso, processi di rigenerazione sociale e culturale con un recupero consapevole di filiere agricole e pastorali profondamente radicate nei territori e connesse in modo profondo con i sistemi di saperi e pratiche locali. Questo elemento di ri-territorializzazione e rivitalizzazione della ruralità contribuisce a mettere in luce il valore cruciale per le comunità e i territori della biodiversità coltivata e allevata così come di una forma speciale di biodiversità culturale, ovvero di ambienti di maturazione di nuove idee germinate a partire da saperi e pratiche, invece, fortemente connessi con il passato, le storie locali, la capacità generativa del passato in linea con gli obiettivi della transizione ecologica e i Sustainable Development Goals così come con le suggestioni della green economy, sempre più spesso evocata, ma la cui realizzazione e applicazione di frequente tarda a manifestarsi concretamente. Le “agri-culture” non devono ridursi a un facile gioco di parole: sono laboratori di comunità, incubatori di nuove pratiche del benessere e della salute, occasioni per sfidare l’attuale insostenibilità, radicalmente diseguale e asimmetrica, dell’agro-industria e degli allevamenti intensivi che lasciano dietro di sé territori infragiliti e impoveriti da un’idea predatoria, estrattiva del produrre, opportunità per una fruizione meravigliata e feconda della cultura negli spazi pubblici e naturali.
Partire dall’idea intrinsecamente antropocentrica ed etnocentrica di strappare alla terra risorse, permette allora di riflettere sul fare cultura nei territori come consapevole e sostenibile alternativa al produttivismo di stampo neo-liberista, post-coloniale e post-industriale in cui anche le espressioni culturali e la creatività vengono ridotte a tasselli di un marketing dei territori solo utilitaristicamente attento alle varianti, indifferente alla custodia condivisa dei beni comuni, alle reali specificità territoriali e comunitarie.
In tal senso, la biodiversità culturale si fa opportunità di differenziazione e creatività, allude alla necessità di ricreare ambienti artistici vitali, reclama maggiore spazio pubblico dell’azione artistica e creativa intrecciata alla ricerca e all’innovazione, ponendo domande e metodologie non usuali, invitando a guardare in modo nuovo i territori, secondo immaginari e processi partecipativi, ripensando l’idea stessa di comunità locali come collettivi omogenei, ma al contrario come fecondi incubatori di differenze generative.
Il “pluriverso” culturale si fa anche politico, in certo modo, permettendo di riconsiderare le diverse forme di espressione culturale, la creatività, la sperimentazione non più come bene voluttuario, come valore aggiunto, ma come primo motore, in alcuni casi, per interventi creativi pubblici, capaci di creare economia e nuovi laboratori di democrazia e partecipazione, modificando in modo sostanziale il tessuto sociale destinatario degli interventi e di sviluppare il tema sempre più cruciale dell’intreccio tra esperienza creativa, impatto pubblico e capacità empatica di condivisione e interconnessione.
In tal senso dall’incontro sono emerse linee di riflessione anche molto operative che ci invitano a costruire nuove occasioni di confronto e affinamento di proposte concrete per la rigenerazione a base culturale dei territori.
In primo luogo il tema delle economie della cultura nelle aree economicamente depresse e della gestione multi-scala dei fondi: come sviluppare e cumulare le capacità di procurarseli? Quali soggetti esperti possono funzionare da interlocutori e quale interazione possiamo immaginare e supportare tra sistema delle competenze e della creatività e comunità locali?
Secondo elemento il tema delle diverse forme di partecipazione delle comunità locali nei progetti e nei processi di rigenerazione: trasparenza, coinvolgimento, consapevolezza e posizionamento delle comunità locali rispetto alle attività implementate. Come supportare questi percorsi di presa in carico e di titolarità nei processi di rigenerazione? Come riarticolare la relazione tra politiche della cultura di vario livello, mediatori esperti, nuova agentività dei gruppi locali?
Terzo elemento quello della disseminazione e della circolazione di cultura e di esperienze creative tra territori e comunità territoriali distinte. Quale comunicazione e quali forme di uso e plasmazione degli spazi mediatici può essere pensata e implementata per aiutare la circolarità e lo scambio di esperienze? Come il sistema dell’informazione e i circuiti culturali più o meno formalizzati possono contribuire all’inversione di tendenza nella percezione di isolamento della montagna o dei piccoli centri rurali?
Tutte queste domande e queste riflessioni ci sembrano individuare un potenziale rilevante per una nuova estetica pubblica, attenta alle dimensioni più rarefatte, discrete come generative. Non più aree di depressione rispetto al tasso di vivacità culturale urbano, piuttosto humus creativo che le grandi concentrazioni urbane rischiano di disperdere o sfiancare, paesaggi culturali in cui sia possibile riconnettere ambienti e rappresentazioni, slanci creativi e azione politica, lavoro culturale e respiro.
ABSTRACT
The contribution returns the contents and the debate developed during the Workshop ‘Cultural Biodiverse. The cultural work for territorial regeneration’ that took place in Castel del Giudice as part of the Borghi Linea A Project – Center of (re)Generation. Apennines on the move which aims to develop creative and artistic activities for the safeguard and valorization of tangible and intangible bio-cultural heritage in the rural and mountain areas of the central-southern Apennines. Through a survey of cultural and artistic experiences and a comparison of the interweaving between institutional frameworks supporting cultural work in internal and fragile areas and the role of associations, individual citizens and informal groups, we attempted to reflect on ownership, potential for continuity and consolidation of these new paths and spaces of culture and creativity. A final reflection attempted to reconnect this debate with a broader one on environmental and landscape sustainability of regeneration and sustainable development interventions in rural and mountain areas.
