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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Una fotografia che tratteggia senza edulcorazioni lo stato dell’arte, testimoniata dalle vive parole dei protagonisti, documentata dalle ultime ricerche a disposizione e dall’osservazione sul campo dell’autrice stessa, critica d’arte e giornalista. Nell’intravedere elementi di positività, l’autrice riconosce che la strada è lunga e necessita di un maggiore coinvolgimento di enti pubblici e privati, nonché di una maggiore cultura della tutela fra gli stessi operatori
© Foto di Matthieu Comoy su Unsplash

Il valore della ricerca di Santa Nastro, Come vivono gli artisti. Vita, economia, rapporto con il settore e pratica, pubblicato all’interno di Fuoriuscita, nuova collana curata da Christian Caliandro per Castelvecchi, del 2022, risiede nell’ampia documentazione raccolta dall’autrice, curatrice d’arte e giornalista, caporedattrice di Artribune, arricchita dal suo lavoro di testimone sul campo del settore, abbinata all’ascolto empatico di circa 20 voci di artisti italiani contemporanei e dell’Associazione AWI (Art Workers Italia), a cui ha sottoposto le stesse scomode domande. I temi sono cruciali, pertinenti non solo alle tendenze dell’arte e del mercato ai tempi della pandemia, ma soprattutto della conciliazione della vita privata con una professione instabile economicamente per la quale il sistema non riconosce un vero e strutturato supporto materiale, pur pretendendone sempre una forte proattività.  Lontano dal glamour e intrattenimento degli eventi che il settore spinge e alimenta, l’intenzione dell’autrice è quella di gettare luce sui bisogni tangibili del profilo professionale, dettagliandoli attraverso la diretta testimonianza degli operatori, per animare una discussione attiva verso la ricerca della sostenibilità costante, smascherando le retoriche delle pubbliche amministrazioni, e del mercato che non guarda in faccia nessuno per assecondare la sua libido.

L’autrice organizza la trattazione in sei capitoli intervallandoli dalle interviste degli artisti: dalla domanda principale che dà il titolo all’indagine Come vivono gli artisti italiani?, si passa all’esame degli Artisti e sistema dell’arte; segue Artisti italiani: pandemia e movimenti internazionali; Artisti italiani all’estero; Artisti e pandemia: i progetti per chiudere con un capitolo che approfondisce la tematica di genere Come vivono le artiste.

Nastro prende subito una posizione empatica verso i creativi: “Vediamo gli artisti partecipare, come tutti gli operatori del settore, alla grande festa dell’arte, fatta di eventi, talk, manifestazioni, fiere, mostre, ma raramente ci chiediamo come funziona il tema della sostenibilità per coloro che decidono di percorrere questa carriera molto difficile e con momenti altalenanti”.

IL DETTAGLIO DEI CAPITOLI

Nel primo capitolo sono appunto i numeri a parlare: il rapporto Indagine di settore di AWI redatto con ACTA, già approfondito su queste colonne, delinea una condizione di povertà a fronte di un elevatissimo profilo formativo. Molti artisti non riescono a mantenersi con la propria ricerca e ricorrono ad espedienti o seconde attività che li distolgono dal loro focus; quando riescono a trovare ingaggi, subiscono le peggiori condizioni negoziali, se non la completa assenza di tutela. Una situazione che conduce ad un altissimo tasso di precarietà, aggravato dalla pandemia (come documentato anche dal rapporto Symbola Io sono cultura 2021 citato). Il problema della fragilità degli artisti non è comunque nuovo: nel nostro Paese in questi ultimi decenni ha mosso alcune esperienze aggregative mirate alla presa di coscienza e contestazione della condizione disagiata di lavoro, come quella dei Lavoratori dell’Arte, durata due anni a Milano e poi sfociata con l’occupazione della Torre Galfa e la nascita di Macao nel 2012, oppure quella del Forum dell’Arte Contemporanea.

Nel secondo capitolo si sottolinea la disfunzionalità del sistema dell’arte, che alimenta dal suo interno fenomeni di auto-boicottaggio. Riepilogando i maggiori eventi occorsi durante la pandemia, come la chiusura dei luoghi della cultura, la morte di Germano Celant (il maggiore critico d’arte italiano passata in sordina), le forme di resistenza e reazione degli operatori, come la manifestazione dei bauli partita da Milano, denotano una crisi forte. Nastro però si accorge che non tutto è perduto: “È stata la prima volta che il mondo dell’arte tutto, dai musei alle gallerie grandi e piccine, dai giornali agli artisti, fino agli spazi no profit, si è ingegnato veramente per andare incontro al pubblico. Un bagno di umiltà, insomma, che ci ha costretto tutti a invertire la rotta gettando via ciò che (anche di buono) avevamo progettato per gli anni a venire, ripensandolo, riconfigurandolo”.

Ci sono stati esperimenti per mantenere il pubblico a sé, sfruttando altri format e canali, come i social media, oppure riconversioni, come quella del Van Gogh Museum di Amsterdam in salone di bellezza, per offrire trattamenti fra gli allestimenti museali. Anche nello scenario internazionale, i dati non incoraggiano, come avvisa Santa Nastro citando il rapporto UNESCO Reshaping Policies for Creativity. Addressing Culture as a Global Public Goods: nel 2020 sono stati 10 milioni i posti di lavoro in meno per le professioni culturali e creative, con una diminuzione del 10% delle entrate degli operatori. La ripresa però sembra aver spazzato via anche in questo settore il potenziale di trasformazione e riflessione interna che la crisi ha dato, come la necessità di una maggiore digitalizzazione e del controllo dell’impatto ambientale che il sistema dell’arte reca con il suo iper-presenzialismo.

Il quarto capitolo mette in luce quanto la nostra cultura sia poco visibile a livello internazionale, attraverso il rapporto “Quanto è (ri)conosciuta all’estero l’arte italiana?”, ricerca condotta da BSS Lombard Art+ Culture, firmata da Franco Broccardi e Irene Sanesi, insieme a Silvia Anna Barrillà, Maria Adelaide Marchesoni e Marilena Pirrelli, che rileva la mancanza di investimento sistematico e continuativo sugli artisti italiani, anche nella loro promozione all’estero. Situazione del resto confermata anche dalla presenza di Italiani nelle Biennali di Arte Contemporanea riscontrata dall’osservazione dal 2007 al 2022. La situazione non migliora quando Santa Nastro dedica una particolare attenzione a tematiche di parità di genere: non solo le donne sono strutturalmente svantaggiate nella società, quando sono artiste la loro condizione si complica fortemente per l’assoluta mancanza di riconoscimento di bisogni di conciliazione e forme di organizzazione per la cura della famiglia. Non ultima la diffidenza che il mondo dell’arte, intenso come collezionismo e committenza pubblica, alla creatività e ricerca al femminile, che rimane in secondo piano rispetto ai colleghi uomini.

IL MERITO DEL VOLUME

Ci sono diversi meriti da riconoscere a questo volume, che proviamo ad elencare.

  • Le voci degli artisti intervistati, selezionati in modo da restituire le diverse sfaccettature dei profili, consegnano testimonianze talvolta dolorose, ma molto lucide nel descrivere cosa caratterizza questa professione, i suoi bisogni, le difficoltà materiali, insieme alla denuncia netta di un sistema italiano che pretende idee, lavoro, prestanza, senza riconoscere la progettualità e innovazione e restituire il dovuto, anzi spesso condiziona la ricerca stessa per le sue logiche economiche. Negli ultimi anni gli artisti hanno parlato a convegni, animato movimenti, si sono associati per dare forza e costruire la loro consapevolezza, pur rimanendo nell’ambito del settore. Il libro di Santa Nastro, quindi, amplia l’orizzonte mettendo in connessione gli artisti visivi con altre professioni creative, cogliendone i problemi comuni. Quindi rompe gli steccati e cerca di occupare altri spazi di dibattito pubblico rispetto a quello dell’arte, per uscire dalla nicchia e per divulgare un caso che a buon titolo è esemplare per riflessioni più ampie e sistemiche di come la cultura viva nella nostra società.
  • Il volume stimola il lettore con il suo titolo interlocutorio, uscendo da una connotazione di settore, vivendo sugli scaffali di molte librerie generaliste. Dice bene nella postfazione Alessandra Mammì quando riconosce il merito all’autrice di avere ripreso una buona pratica “femminil-femminista” per la quale parlare del privato è considerato atto politico, capace di scardinare luoghi comuni e ideologie. Dunque, scegliere la brossura e testimoniare nei tour editoriali i principali temi della ricerca ha il vantaggio di far circolare le tematiche in pubblici più ampi, portando in salvo dall’autoreferenzialità gli artisti.
  • Dal punto di vista dell’avanzamento della ricerca, molte tematiche sono già oggetto di diversi studi da diversi anni: per la prima volta però i contributi sono articolati in un’unica bibliografia e completati dalla ri-contestualizzazione degli articoli usciti sulla stampa, dando forza all’osservazione del fenomeno.

CONCLUSIONI

Santa Nastro ha condotto la sua inchiesta lasciando molti quesiti aperti, rimettendo le soluzioni su altri tavoli, ad altri livelli. In questo conferma la sua attitudine giornalistica di pura testimonianza degli eventi. Nonostante questo, non ha mancato di prendere posizione, manifestando la sua empatia verso gli artisti non senza accusarli di essere stati lungamente individualisti e fatalisti su aspetti più organizzativi. La critica è forte anche verso il sistema dell’arte, che dirotta tendenze, riconoscimenti in modo capriccioso e addensa le opportunità solo verso coloro che si allineano. Infine, la denuncia più forte rimane verso la Politica, che continua a perdere di vista il valore della ricerca intellettuale fine a sé stessa, foriera di pensiero alternativo dove sembra di non trovare alternativa al sistema imperante. Ci si augura che da questo volume nascano altre iniziative di osservazione e divulgazione che escano dal settore delle arti visive e siano in grado di arricchire la riflessione sulla necessità per un Paese evoluto e che guarda al futuro, di difendere la cultura invece che estrarne risorse senza ricambiare.

ABSTRACT

The essay-investigation by the critic and journalist Santa Nastro, conducted during the pandemic years, reconstructs the very bad situation of material fragility of the profession of artists in Italy, beyond glamour and entertainment. An unadulterated snapshot of the state of the art, witnessed in the living words of the protagonists, documented by the latest research available and the field observation of the author herself, who glimpses elements of positivity, but recognizes that the road is long and needs greater involvement of public and private entities, as well as a greater culture of protection among the operators themselves.

 

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Neve Mazzoleni

Neve Mazzoleni

Background di storica dell’arte e filosofa, perfezionata in management dell’arte e della cultura e anche in innovazione sociale, business sociale e project innovation. Per anni è stata curatrice ed exhibition manager della collezione corporate internazionale di UniCredit all’interno del progetto UniCredit&Art; attualmente ricopre il ruolo di communication & stakeholder manager del programma UniCredit Social Impact Banking. Ha scritto per diverse testate di settore sulle fondazioni e imprese private impegnate nello sviluppo di progetti culturali, di centri di produzione culturale dal basso, di arte contemporanea. I suoi maggiori interessi sono l’innovazione sociale a base culturale, le forme di ibridazione fra i settori pubblico e privato a favore della cultura, i dibattiti sulla sostenibilità sociale e ambientale che fanno leva sulla cultura.

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