La guerra domina il nostro presente e ha colonizzato il nostro immaginario. Il regime di guerra sembra imprescindibile e senza alternative, il riferimento al diritto internazionale e ai diritti umani appaiono come richiami ingenuamente residuali. La guerra non si scatena d’incanto. Per questo è più complesso distanziarcene. Cosa c’è prima della guerra? Cosa la legittima? Cosa la fa accettabile o addirittura desiderabile?
Siamo tutti e tutte, contrari alla distruzione di vite umane, ma prima? Quando alcune vite smettono di essere considerate umane? Quanto siamo complici delle retoriche vittimistiche, delle paranoie sulla minaccia del “nemico”, e da quando abbiamo accettato di ridurre l’altro (i russi, gli arabi, gli stranieri, gli ebrei, i senza tetto…) a nemico?
La retorica di guerra, pur nutrendosi come sempre di bugie, giustificandosi come risposta a minacce più o meno fondate, è divenuta più esplicita e senza remore: la distruzione del nemico, l’ostentazione della forza, la disumanizzazione dell’altro caratterizzano ormai anche il linguaggio ufficiale dei capi di stato.
La retorica di potenza e la narrazione vittimistica si mescolano sempre più confusamente: l’Occidente si rappresenta accerchiato da nemici ciecamente aggressivi, che si tratti di integralismi religiosi o dittatori ciechi o impazziti, che minacciano la nostra stessa esistenza, e al tempo stesso si racconta come unica civiltà. Questa rappresentazione narcisistica e “paranoica” della realtà è stata prima peculiarità delle subculture populiste per poi contaminare il discorso pubblico ed egemonizzare il linguaggio e le rappresentazioni della politica. Come ha osservato il sociologo americano Kimmel, seguito da molti altri, c’è un nesso molto forte tra le retoriche delle destre populiste, messianiche e scioviniste, e il revanscismo maschile che si nutre sempre più di vittimismo e rancore. È impossibile oggi riflettere sulla crescita dei nazionalismi bellicisti senza vedere il nesso profondo tra questi e le tensioni che attraversano il maschile e le spinte a un contrattacco nei confronti di un cambiamento rappresentato come minaccia. In fondo il primo atto di Donald Trump è stato cancellare le politiche di inclusione, diversità e equità definendole discriminatorie.
La debolezza e spesso la fragilità delle mobilitazioni per la pace hanno mostrato la carenza di cultura e memoria alternative alle logiche della guerra. Troppo spesso, in assenza di un’alternativa politica, culturale e strategica alla logica dell’arbitrio del più forte, l’opinione pubblica, e spesso anche le persone genuinamente contrarie alla guerra, si sono divise in base alla logica “di campo”: l’aggressore e l’aggredito, noi e gli altri, l’occidente, le democrazie e i barbari. Essere nonviolenti non significa subire passivamente un attacco, un’aggressione o, viceversa, ma agire inventando e usando strumenti, lingue, rappresentazioni e immaginari di difesa demilitarizzati.
Anche per affrontare queste contraddizioni la rete di Maschile Plurale, attiva da anni contro la violenza maschile sulle donne e contro gli stereotipi di genere, ha scelto di porre uno sguardo sul rapporto del maschile con la violenza bellica e con la retorica che alimenta e giustifica la guerra.
Danilo Villa ed Ermanno Porro raccontano un percorso di incontri e riflessioni: “Abbiamo dato un nome e un intento al nostro desiderio: disonorare la guerra, la sua pratica e la sua cultura. Sottrarle l’onore, il valore, la dignità che il senso epico e romantico le assegnano da sempre”. Abbiamo provato a fare un passo di lato, a
superare i luoghi comuni, le frasi fatte, gli stereotipi, le affermazioni stentoree che fanno costantemente ricorso agli stilemi e agli immaginari del conflitto, della contesa, del duello per cercare narrazioni, ordini di significato, grammatiche in grado di generare lingue e mondi di pensiero per un mondo nonviolento.
Ne è nato il libro Disonorare la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace, una raccolta di quasi 50 interventi di uomini e donne che affrontano la guerra da punti di vista e con approcci diversi.
Il testo, scrive Deriu, interroga innanzitutto come “fin dall’antichità la guerra abbia sempre intrattenuto un rapporto speciale con gli uomini e i processi di definizione e costruzione della maschilità” e propone una “lettura sessuata e di genere” di questo legame storico tra guerra e maschile. Prova a farlo senza cadere nella tentazione di attribuire una vocazione del maschile per la guerra e la violenza ma, “al contrario, per rileggere in profondità tali intrecci per poter mettere al mondo forme di maschilità differenti che offrano risposte diverse a questioni fondamentali che hanno accompagnato le civiltà umane”.
Se abbiamo rifiutato la complementarietà tra i sessi e tra i loro destini come dato naturale, oggi non accettiamo la naturalità della violenza e del legame tra maschile e violenza. Riconoscere la dimensione linguistica simbolica e culturale della violenza significa resistere alla sua naturalizzazione. La storia del maschile non ci parla di una violenza connaturata al nostro sesso ma costruzione storica del nostro genere. Una costruzione da cui è possibile disertare.
Per questo il volume non si occupa solo della guerra come conflitto tra stati, ma come riferimento simbolico dominante: la guerra nella costruzione di appartenenze escludenti e omologanti, nelle relazioni quotidiane affettive, familiari, amicali, lavorative, politiche.
In questo abbiamo tratto un riferimento dal femminismo: sottrarsi alla logica del nemico che sottende non solo alle guerre ma anche alla pace armata che viviamo tra una e l’altra e che consiste nell’avere sempre un “altro” a cui opporsi e che è lecito, anzi necessario, annientare completamente.
Se ci si sottrae alle logiche di campo si possono ascoltare le vite che vengono triturate dalla violenza bellica e ascoltare il racconto di Ana madre Ucraina, o la riflessione di Abdallah Aljazzar sulla potenza trasformatrice delle lacrime degli uomini di Gaza, o quella di Uri Noy Meir, Yafe Nefesh sul militarismo israeliano.
Nessuna equiparazione e nessuna equidistanza tra oppressi e oppressori, ma la capacità di distinguere tra governi, stati, alleanze… e singole vite, e riconoscere l’irriducibilità delle vite ai sistemi di appartenenza.
Mettere tra parentesi analisi di politiche e/o geopolitica più o meno raffinate, per riconoscere le radici, le strutture profonde di emozioni e valutazioni da cui prendono indirizzo, consistenza e valore le nostre risposte e le nostre posizioni su schieramenti, conflitti, violenza bellica.
La consapevolezza maturata anche tra gli uomini delle cause della violenza maschile contro le donne diventa, così, il punto di partenza per una presa di coscienza maschile circa le radici profonde che legano i modelli di comportamento virile e la violenza bellica. Un nesso che diviene ancora più stridente quando negli stupri di guerra i corpi divengono armi e la sessualità da relazione diviene annichilimento dell’altro/a.
Certo,
la guerra è violenza organizzata, condotta scientificamente su vasta scala dai poteri politici, militari, economici; viene messa in atto con l’ausilio di enormi risorse organizzate, tecnologiche, industriali, finanziarie, comunicative e propagandistiche, ma forse è necessaria una riflessione radicale sulla violenza che segna l’immaginario sessuale maschile e i suoi modelli di socialità.
Diventa necessario sottrarsi, disertare, non solo dall’istituzione e dall’organizzazione militare, l’esercito, ma anche dalla logica e dalla cultura del militarismo, uno dei più importanti sistemi di formazione degli stereotipi della virilità e del maschilismo, dal suo sistema di valori, di pratiche, di costumi che, per molti uomini, risultano tanto attrattivi e affascinanti.
Molti interventi propongono anche una riflessione che può contribuire a ridefinire anche le pratiche politiche e d’azione dei movimenti contro la guerra o i movimenti di opposizione che troppo spesso rischiano di non riuscire a esprimere una vera alterità a questi riferimenti e a questi linguaggi.
Il volume analizza quindi come la logica di guerra si affermi oggi prima che con le armi con la distorsione della comunicazione pubblica, con la militarizzazione delle scuole contrabbandata per promozione della “cultura della difesa”, ma anche, con la diffusa retorica della nostalgia per lo spirito guerriero come generatori di senso e di identità.
Riflettere sulla guerra mettendola in relazione con i modelli e ruoli di genere diventa uno strumento per comprendere meglio come si articolano le relazioni di potere, i processi di controllo sociale, di annullamento delle differenze e delle diversità, di sorveglianza e punizione dei corpi, degli orientamenti e delle esperienze sessuali non conformi.
La critica alla violenza, come dispositivo che ordina il conflitto nella logica “amico-nemico”, che riduce la socialità all’appartenenza, allo schieramento, non è una “predica” pacificatrice, ma la resistenza a essere “risucchiati nell’agonia di forme politiche senz’anima”. Critica della violenza non vuol dire ridurre il conflitto ma estenderlo, resistere a pratiche e linguaggi che portino ad omologare la propria irriducibile singolarità.
La guerra, come si legge in uno degli interventi, produce violenza, distruzione ma non si presenta semplicemente come tale: la guerra fa ordine, produce senso… O meglio risponde alla mancanza di senso. La guerra interpreta, e sollecita, emozioni che attraversano il corpo sociale e che mescolano angoscia, insicurezza e senso di superiorità, paura dell’altro, ma anche disprezzo verso l’altro, produce appartenenze e le rinsalda.
Si accetta la logica della guerra, prima di giungere alla legittimazione della violenza sistematica, quando si accetta il “serrare le fila”, si rinuncia alla propria singolarità in cambio di una “uniforme”, si assume la cultura del sospetto, si mettono da parte le differenze interne alla propria comunità contro il “nemico esterno”. Ma il far fuori l’altro/a porta con sé la rimozione dell’alterità che è dentro di noi e dentro la nostra parte.
La cultura di guerra è dunque in stretta relazione con la democrazia, il conflitto e le pratiche sociali di trasformazione: li comprime, ne produce l’involuzione e l’arretramento.
Per questo il volume, composto di quattro sezioni tematiche, si conclude con un’esplorazione di sperimentazioni, pratiche, linguaggi ed elaborazioni che indicano possibili percorsi alternativi.
Per condividere memoria, per mettere in relazione storie e culture differenti, per offrire parole e pratiche possibili per “essere altro” dalla guerra e per pensare un’alternativa credibile di civiltà alla violenza che torna inattesa nella nostra quotidianità.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Maschile Plurale (Ed.). (2026). Disonorare la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace. Multimage.
ABSTRACT
In response to the growing influence of war rhetoric and militaristic culture in public discourse, the network Maschile Plurale offers a reflection on the relationship between masculinity and war.
Bringing together more than fifty contributions, this volume seeks to explore alternatives to the logic of domination, the dehumanization of others, and the appeal of exclusionary identity-based allegiances. It calls for alternatives to the rule of the strongest—not only in conflicts between states, but also in everyday relationships: emotional, familial, social, professional, and political.
At its core, the book invites readers to imagine forms of coexistence grounded in mutual recognition, responsibility, and care, rather than power and exclusion.
