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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Il nuovo testo di Ezio Manzini e Michele D’Alena (Egea, 2024) approfondisce il dibattito sul ruolo del settore pubblico a partire dalle esperienze di innovazione sociale realizzate in Italia negli ultimi anni, proponendo la categoria di “servizi pubblici collaborativi” attraverso cui reinterpretare il rapporto tra Stato e cittadini, considerando i cittadini come persone con competenze con cui collaborare, per creare ecosistemi di partecipazione e valore sociale - Recensione di Roberta Paltrinieri

Il testo di Ezio Manzini e Michele D’Alena “Fare assieme. Una generazione di servizi pubblici collaborativi”, appena uscito per le Edizioni Egea, apre un dibattito sul ruolo del Pubblico, proponendo una nuova accezione della dimensione dell’azione pubblica, frutto dei percorsi di innovazione sociale e culturale che hanno attraversato negli ultimi venti anni la realtà italiana, in contrapposizione alla visione neoliberista dominante.

Il focus del libro ruota attorno al tema dei “servizi pubblici collaborativi”, come risposta alle crisi del Sistema Pubblico e alle difficoltà crescenti di dare risposta ai bisogni dei cittadini. Scrivono Manzini e D’Alena: “i servizi pubblici collaborativi, nel loro insieme, concorrono a produrre una nuova e necessaria idea di Pubblico che non si basa sul pensare che ci sono dei cittadini utenti con dei bisogni a cui il Pubblico deve dare una risposta. Ma che considera i cittadini come persone dotate di capacità, con cui il pubblico deve collaborare”, a partire, ovviamente, dall’articolo 118 della nostra Costituzione che postula il principio di sussidiarietà orizzontale, al fine di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, nelle attività di interesse generale.

La ricchezza e l’importanza di questo testo risiede nello sguardo originale al tema indagato da parte degli autori che conduce il lettore a riflettere sulle diverse implicazioni e i diversi impatti che comporta un “ecosistema della collaborazione”. I casi citati, le esperienze riportate dimostrano come nei nostri territori agiscano tante realtà e soggettività formali e informali che sfuggono alle statistiche ufficiali, ma che se intercettate, attraverso il paradigma collaborativo, e se ripensate alla luce del principio di sussidiarietà orizzontale, rivelano un potenziale finora ignorato.

Gli autori approfondiscono dettagliatamente la loro proposta: i servizi pubblici collaborativi sono una nuova generazione di servizi che combinano l’offerta di definite prestazioni, erogate da operatori specialistici con piattaforme abilitanti grazie alle quali i cittadini stessi possono collaborare tra loro e con altri soggetti sociali, come gli enti pubblici, le università, organizzazioni del terzo settore al fine di produrre valore sociale.

A partire dalle buone pratiche di innovazione sociale e dalle nuove culture, fondate sul principio di prossimità e di cura, concetto quest’ultimo che ricolloca questo libro nel più ampio dibattito internazionale, come evidenziano i lavori di Martha C. Nussbaum e Catherine Rottemberg, è nato, infatti, quello che definiamo welfare di comunità, o secondo welfare, che ha progressivamente superato quella dimensione assistenzialistica e riparativa del welfare che oggi non regge più.

Con la proposta dei servizi pubblici collaborativi si implementa il paradigma collaborativo che introduce un nuovo diritto fondamentale nell’esplicitarsi della cittadinanza: il diritto alla collaborazione, il diritto di immaginare e realizzare progetti condivisi, rispetto al quale la dimensione individuale si coniuga con quella collettiva.

Non a caso in più saggi del libro il richiamo è all’antropologo indiano Appadurai e alla capacità di aspirare, consapevoli del fatto che i processi di capacitazione e di funzionamento non riguardano più esclusivamente la dimensione individuale – il riferimento è qui ad A. Sen il quale ha sicuramente influenzato il dibattito sul ruolo del Pubblico e sui modelli del welfare a partire dagli anni ’80 del secolo scorso – ma si allargano ad una dimensione collettiva.

Nell’ottica del Pubblico Collaborativo, della partecipazione collaborativa e della idea dei servizi pubblici collaborativi qui proposta  biblioteche teatri, scuole, musei da “patrimonio di cultura e documenti” assumono il ruolo di “spazi abilitanti” per favorire la collaborazione di gruppi e persone, il cui fine ultimo è l’abilitazione di comunità, misurata dal capitale sociale prodotto sia da un punto di vista quantitativo che soprattutto qualitativo, in risposta alla latenza che i processi di individualizzazione societaria – uno per tutti la crisi della partecipazione politica tradizionale – creano.

Rileggere le istituzioni in un’ottica di facilitazione permette l’attivazione di processi collaborativi, quindi collettivi, che tendono al processo di commoning, o creazione di bene comune, nel quale si elide la tensione tra pubblico e privato, e nella quale la partecipazione attiva dei cittadini sviluppa percorsi di empowerment e rafforzamento sociale, permettendo in tal senso di ricollocare pratiche che nascono dal basso, spesso non inserite in una pianificazione organica, che sfidano la pubblica amministrazione, a cui sta il compito di calarle in un progetto complessivo di città che ne riconosca la funzione di utilità comune.

Obiettivo dei servizi pubblici collaborativi è, infatti, quello di dare vita ad infrastrutture sociali. Con questo termine si intende l’insieme degli asset funzionali all’erogazione di beni e servizi destinati alla soddisfazione dei bisogni essenziali della collettività nell’ambito della istruzione, della salute, dell’abitare, della sicurezza e della giustizia. Se lo caliamo nel paradigma collaborativo i servizi pubblici collaborativi, connettendosi tra di essi, costituiscono infrastrutture nelle quali fondamentale è la dimensione della proattività riconosciuta ai cittadini che nell’essere attivi e collaborativi hanno un ruolo fondamentale di tessitura e ritessitura dal basso del legame sociale. Un esempio più volte ricordato sono le Case di Quartiere, le quali utilizzando le infrastrutture sociali già esistenti danno vita a piattaforme multifunzionali, divenendo veri e propri presidi il cui fine è quello di trovare soluzioni ai di problemi della vita quotidiana di cittadini che hanno bisogni e motivazioni differenti, risorse e capacità diverse, accomunati dalla loro capacità, talvolta latente, di creare valore sociale

Tutto questo produce un forte impatto sulle dinamiche organizzative, sui contenuti elargiti e sul ruolo degli operatori che animano le iniziative, creando così esperienze liminari che possono essere espressioni di quella “cura promiscua” di cui si dibatte a livello internazionale che non discrimina nessuno ed è fuori dalle logiche di mercato, capace di creare una cura reciproca che non solo dia vita a forme di welfare ma sia il presupposto di una democrazia orientata ai bisogni collettivi. Il tutto senza perdere di vista che non è tanto importante la istituzionalizzazione dei rapporti tra cittadini, istituzioni, pubblico e privato, quanto, invece, è fondamentale la creazione di alleanze, propedeutiche alla creazione di veri e propri ecosistemi abilitanti, fenomenologie di un processo ben più profondo e radicato che è quello della creazione di un sistema improntato a stimolare processi di comunità.

In tal senso la innovazione sociale produce e rende necessaria una innovazione istituzionale. È evidente quanto importante siano i dispositivi, in particolare quelli giuridici, come per esempio i regolamenti, per l’attuazione di partnership mirate, pubblico-privato sociale e privato tout court, per regolare la dimensione di proattività messa in campo sia dalla società civile che dalle istituzioni.

Non a caso nel testo viene richiamata un’accezione di amministrazione pubblica che vira verso un modello di Amministrazione Condivisa sulla scia di esperienze virtuose come quella di Bologna perché è evidente che è solo nei modelli di governance che mescolano gli orientamenti top down e bottom up, le istituzioni possono agire come facilitatori, mediatori e regolatori per collaborazione.

È interessante notare come nella proposta di questi autori l’innovazione sociale e l’innovazione culturale si mescolano, secondo Manzini e D’Alena i servizi pubblici collaborativi non servono esclusivamente alla promozione di problemi a livello locale, oramai è assodato che la innovazione sociale nasce dalla capacità di risponder in modo innovativo a bisogni vecchi e nuovi, ma veri e propri laboratori culturali, capaci di generare nuovi modi di vedere il mondo. Da questo punto di vista i servizi pubblici collaborativi possono incidere significativamente sulle disuguaglianze sociali. Se, infatti, la cultura è luogo di sviluppo di capacitazioni culturali, esse tuttavia non sono equamente distribuite, incidono infatti sulla loro disseminazione le disuguaglianze in termini di risorse materiali, cognitive, sociali, le quali a loro volta incidono sulla capacità di “navigare” tra un complesso insieme di norme, a partire dalle quali poter appunto riappropriarsi di un modo di rappresentarsi il futuro.

Il testo si conclude con i contributi di Antonella Agnoli, Andrea Marmiroli e Silvia Mastrolillo, Franco Prandi, Benedetta Riboldi e Franco Riboldi, Roberta Paltrinieri, Ilda Curti e Erika Mattarella, Carlo Andorlini, Roberta Franceschinelli e Cristina Alga, Nicola, Morelli, Daniela Ciaffi, Giovanni Boccia Artieri, Daniela Selloni. Ciascuno di loro chiamati a rispondere in maniera originale in che modo il loro lavoro si interseca con i servizi pubblici collaborativi, creando un’opera corale a dimostrazione della felice intuizione iniziale che finisce per intersecare ambiti e tematiche molto ampie e differenziate.

Manzini E., D’Alena M., Fare assieme. Una generazione di servizi pubblici collaborativi, Egea, Milano, 2024

ABSTRACT

Ezio Manzini and Michele D’Alena ‘s text, “Fare assieme. Una generazione di servizi pubblici collaborativi”, opens the debate on the role of the public sector, starting from the experiences of social innovation in Italy in recent years, proposing the category of “collaborative public services” through which to reinterpret the relationship between the state and citizens, considering citizens as people with skills with whom to collaborate, in order to create ecosystems of participation and social value creation.

 

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