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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Una lettura ragionata delle Raccomandazioni finali “IBRIDAZIONE. Nuove politiche per la rigenerazione culturale dei luoghi” pubblicate dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura in collaborazione con il Master U-Rise dell’Università IUAV di Venezia e con la rete nazionale Lo Stato dei Luoghi.
Fonte immagine: Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiC

A pochi giorni dalla conclusione dell’anno passato, la Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura ha pubblicato le Raccomandazioni finali del processo di ascolto e dibattito, avviato in collaborazione con il Master U-Rise dell’Università IUAV di Venezia e con l’Associazione Lo Stato dei Luoghi, sulla progettazione di rigenerazione urbana e l’innovazione sociale di questi ultimi anni. L’obiettivo, dichiarato dagli organizzatori nell’estate del 2023, era quello di tracciare bilanci e aprire nuovi scenari sui processi di rigenerazione intesi come spazi di azione e interazione con i territori e le comunità locali, ma anche come incubatori di nuove relazioni fra attori pubblici e privati. Il metodo scelto, ovvero quello delle Raccomandazioni, inaugura invero una stagione virtuosa della collaborazione fra istituzioni pubbliche e settore privato con una prospettiva di futuro segnata da passi concreti per disegnare politiche partecipate. Bisogna, inoltre, riconoscere che per ottenere questo esercizio virtuoso di intelligenza collettiva si è assistito a una vera mobilitazione civile e sociale che ha coinvolto 250 realtà da tutte le parti dell’Italia. Una chiamata alla co-creazione all’insegna del welfare urbano ovvero di quell’insieme di condizioni che consentono di “stare bene” sul proprio territorio e il pieno accesso alle risorse, la cui manutenzione e cura sono affidate alle capacità delle comunità e dei cittadini1. Con questo intento viene lanciato, dunque, il processo e pubblicato il documento finale dal titolo Ibridazione, Nuove politiche per la rigenerazione culturale dei luoghi.

E proprio l’ibridazione rappresenta al meglio il terreno adatto per organizzazioni e istituzioni culturali dove radicare legami con i propri territori per incrementare le proprie risorse interne e rinunciare alla vecchia, e oramai non più sostenibile, idea di autosufficienza. La produzione e la fruizione culturale necessitano di alleanze strategiche, di nuovi modi di vedere la realtà per rispondere alle sfide della contemporaneità. Già nel corso della pandemia il Parlamento aveva affrontato la questione, delineando la nozione di centri culturali multidisciplinari e multifunzionali – presidi culturali e civici sul territorio diffusi come infrastruttura culturale di prossimità. Riconoscendo a questi la natura di spazi ibridi, aperti anche all’uso spontaneo e informale da parte dei cittadini (Camera dei deputati, VII Commissione Cultura, Risoluzione sull’adozione di provvedimenti idonei a sostegno della cultura, 30 aprile 2020). E sempre di ibridazione si fa riferimento nella proposta di legge, al momento all’esame della Commissione Cultura della Camera dei deputati, che riconosce i centri culturali ibridi di prossimità (articolo 6) come «luoghi e spazi, al chiuso o all’aperto, aperti e accessibili al pubblico in esito a processi di rigenerazione, recupero, riqualificazione, riattivazione o riconversione, nonché alla promozione e realizzazione di attività di co-progettazione e di co-design, di immobili di proprietà pubblica o privata restituiti all’utilizzo da parte delle comunità e destinati alla produzione, promozione, diffusione e fruizione culturale, creativa e artistica indipendentemente dal genere, dai linguaggi, dai modi e dalle forme di rappresentazione, esibizione, espressione e fruizione, che svolgono attività a carattere multidisciplinare e multifunzionale, promuovendo l’innovazione e la sperimentazione, la coesione e l’inclusione sociale anche attraverso la realizzazione di servizi educativi e di servizi per la comunità e per il territorio» 2 (così nella PdL 321/2022).

L’ibridazione, che ritroviamo in queste nuove Raccomandazioni, punta a creare connessioni di senso e di operatività, lavora per alimentare in ottica ‘crossover’ un’intelligenza collettiva che sia espressione di settori di diversa matrice (dalle considerazioni del Tavolo 1, punto 1: educazione, formazione, welfare, manifattura, agricoltura, etc.), e promuove una governance multilivello tra il livello nazionale, regionale e comunale. L’intero percorso, che ha portato alla redazione delle Raccomandazioni, è inoltre frutto di un atteggiamento incline alla publicness ovvero – come osserva Elena Ostanel – all’approccio che dovrebbe ispirare ogni intervento di rigenerazione urbana, se lo vogliamo declinato con l’innovazione sociale: una pratica è pubblica se promuove l’accessibilità di pubblici diversi, se le sperimentazioni si aprono ad usi e fruibilità esterne e non della sola comunità che le ha prodotte3. Questo documento punta inoltre sull’apprendimento istituzionale, inteso come intelligenza delle istituzioni4 ovvero di quella capacità per l’amministrazione pubblica di accogliere il cambiamento, renderlo visibile e tradurlo in un percorso normato che possa garantire l’universalismo delle possibilità ai cittadini.

Accanto, quindi, alla dialettica interistituzionale ricorre nel documento un continuo riferimento a forme condivise di amministrazione. Potremmo dire che un’idea di amministrazione condivisa ne rappresenta proprio l’essenza, nel senso profondo inteso dalla Corte costituzionale nelle parole utilizzate nella sentenza 131/20205 e nell’ottica delle molte forme che regolamentano la gestione dei beni comuni sul territorio nazionale. L’amministrazione condivisa è espressione procedurale del principio di sussidiarietà, contenuto nella Costituzione all’articolo 118, comma 4, che qui non interessa certo approfondire, ma che assume un significato rinnovato, certo non nuovo, nella sua declinazione più operativa e collaborativa. Nella premessa del Tavolo 5 lo troviamo esplicitato: «Per superare la dimensione assistenzialista e ‘caritatevole’ del secolo scorso – per uscire dal concetto di sussidiarietà e di servizio verso invece un’idea di collaborazione – serve nutrire il concetto di ‘cura’ come elemento portante di un nuovo mutualismo». Risemantizzando la ‘cura’ nella sua dimensione più pubblica, quasi politica verrebbe da dire, di intervento sulle forme e sulle potenzialità dei luoghi e sulle energie delle comunità, dell’agire collettivo6. Di conseguenza questo diventa un esplicito invito alla collaborazione per tutte quelle realtà che coltivano come propria essenza la pratica del “fare con”, finanche al coinvolgimento di artisti e professionisti della cultura in tutti gli ambiti di valutazione, dai programmi alle politiche, dalla progettazione alla messa in pratica delle attività fino alle commissioni di valutazione (Tavolo 1, punto 2). Per una più qualificata produzione di senso dentro i linguaggi e differenti relazioni dentro il lavoro, come abbiamo avuto modo di leggere più di dieci anni fa nel Manifesto del Teatro Valle occupato7. E ancora in questa ottica la promozione di inviti propedeutici e di ascolto con i soggetti beneficiari prima dell’uscita di bandi inerenti a politiche e programmazioni delle Amministrazioni (Tavolo 3, punto 2), così come auspica il coinvolgimento attivo cui fa riferimento la disciplina sul terzo settore (articolo 55 del D. Lgs., 117/2017) e per implementare sempre più la cultura della coprogettazione anche mediante la revisione dei regolamenti comunali (Tavolo 2, punto 1).

SOSTENIBILITÀ E CULTURA DELL’IMPATTO

Un’ulteriore ricorrenza che si ritrova in maniera trasversale nelle Raccomandazioni, e che impatta direttamente sulla sostenibilità dei centri culturali ibridi, riguarda la promozione di una logica di programma, anziché una logica di progetto (Tavolo 1, punto 3), che sia in grado di valorizzare la frequente intersezionalità che caratterizza questa realtà. Il tema era già stato sollevato anni fa da Annalisa Cicerchia nella sua lettura delle nuove professioni al tempo della rigenerazione urbana8 (benché lo stesso discorso possa essere esteso alla rigenerazione delle zone non-urbane o delle aree interne), quando rilevava per questo tipo di professioni contesti di lavoro organizzati per singoli progetti, segmenti isolati, privi di piani articolati di qualche complessità sistematica, con obiettivi a breve, medio e lungo termine. In questo contesto, caratterizzato dunque da sostenibilità variabile, il lavoro espone al rischio di dipendere dalla strategia dei finanziatori, cui si aderisce acriticamente per soddisfare i termini di progetto e che sono molto spesso espressione di condizioni deformanti quali, ad esempio, l’imperativo della novità (contro il consolidamento delle esperienze e delle competenze), il deprezzamento sistemico dei costi generali (vince chi li comprime di più) e la pressione a spendere sul progetto anziché sulla struttura o sulle persone che realizzano il progetto9.

Ecco allora che nelle Raccomandazioni viene esplicitato questo aspetto tramite l’invito a tutti i livelli istituzionali di considerare ed esplorare, accanto allo strumento dei bandi, anche misure di finanziamento annuale su attività programmatiche a base pluriennale dei diversi soggetti che attuano processi di rigenerazione a base culturale (Tavolo 3, punto 1). Questo con l’obiettivo di stabilizzare la capacità programmatoria delle organizzazioni e di garantire il tempo della valutazione dell’impatto nel medio-lungo periodo sui territori e sulle comunità, oltre che per assicurare politiche salariali più dignitose per i lavoratori e le lavoratrici (Tavolo 3, punto 1). La prospettiva di investimento pluriennale è sostanziale anche nell’ipotesi di creazione di un fondo per il sostegno diretto dei centri culturali ibridi (Tavolo 3, punto 3), che rappresenta un passo ulteriore rispetto alla proposta di legge 321/2020 e delle misure di sostegno indiretto (articolo 7 della proposta) per quei centri iscritti nell’Elenco nazionale (articolo 6, comma 4 della proposta).

L’interesse sulla misurazione, e il conseguente racconto, dell’impatto delle attività dei centri culturali ibridi è costantemente al centro della riflessione delle Raccomandazioni. Si dichiara la necessità di istituire indicatori situati e differenziati in base al territorio e alle condizioni socio-economiche e culturali dei contesti nei quali operano i centri (Tavolo 1, punto 5) e che questi, affinché possano esprimere il massimo del loro potenziale narrativo, siano accompagnati da organi locali costituti da membri degli enti pubblici, delle realtà affidatarie e dagli utenti stessi degli spazi (Tavolo 2, punto 1). L’attenzione, quindi, alla quantificazione e alla qualità del cambiamento è una caratteristica propria dei centri culturali ibridi, anche perché ibridazione chiama ibridazione e si tratta, quindi, di un processo di apprendimento che deve essere continuamente alimentato e messo in discussione. In tal senso, infatti, le Raccomandazioni annoverano fra gli strumenti e le pratiche per rafforzare l’utilizzo della valutazione d’impatto proprio i processi di apprendimento declinati in formazione, ma anche in diffusione del sapere per non limitare la portata degli esiti valutativi ai soli report, ma al contrario per farli entrare nella visione di nuove politiche di sviluppo (Tavolo 5, punto 2). E ancora nell’auspicio della creazione di programmi leggeri di scambio per facilitare uno scambio di natura non-formale fra pari, per consolidare le politiche di rete e combattere le forme di isolamento dei contesti più interni (Tavolo 1, punto 5). In questa prospettiva, come si diceva poc’anzi, la pubblica amministrazione deve entrare a pieno titolo (apprendimento istituzionale).

STRUMENTI E NUOVE PROFESSIONALITÀ

L’intero Tavolo 2 (Gli spazi ibridi come nuove istituzioni. La governance e i partenariati) ragiona approfonditamente sugli strumenti amministrativi ad oggi disponibili per assegnare spazi e per poi gestirli in un lasso di tempo possibilmente lungo. A tal proposito si suggeriscono durate minime di affidamento dai 5 ai 10 anni, auspicando periodi di almeno 15 anni. La prescrizione è desiderabile per beni affidati già restaurati, ma assume un significato ancora più importante per quei beni culturali inutilizzati o che necessitano di interventi strutturali. In occasione di Artlab Bergamo del 2021, Fondazione Fitzcarraldo aveva diffuso i numeri dell’abbandono del patrimonio culturale c.d. diffuso in Italia (aggiornati al 22 settembre 2020). Un fenomeno tutt’altro che trascurabile: su quasi 200 mila beni architettonici del patrimonio culturale immobiliare del Paese, infatti, ben 140 mila dei suddetti beni erano in condizione di grave sottoutilizzo, non fruibili o in stato di abbandono, ovvero il 70% del totale.

Questo dato esprime senza dubbio una grande difficoltà nella gestione del patrimonio immobiliare legato alla cultura e allo stesso tempo una preziosa occasione di rilancio dei luoghi e di forza lavoro nel settore culturale e creativo. Ecco perché il rapporto tra “pubblico” e “privato” continua a rivestire un ruolo centrale per le sorti delle politiche culturali di questo Paese e, soprattutto, per la concreta promozione di strategie complesse di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio. La centralità che il tema riveste per la disciplina del patrimonio culturale è avvalorata dalla stessa possibilità, riconosciuta ormai da tempo dall’ordinamento, di far coesistere la natura culturale del bene con la proprietà privata dello stesso10. Su questa premessa si fonda l’interesse dei centri culturali ibridi di costruire «buoni strumenti amministrativi che portano a esperienze virtuose di collaborazione tra soggetti pubblici e gli enti del terzo settore – come si scrive a ragione, nel Tavolo 2, punto 1 – fondate su impegni, responsabilità e fiducia reciproci e come la durata dell’affidamento rappresenti uno degli elementi determinanti che attiva la disponibilità di risorse e competenze per la rigenerazione di spazi pubblici».

Un’ultima considerazione, che certo non esaurisce la ricchezza delle considerazioni stimolate da queste Raccomandazioni, riguarda il profilo professionale di coloro che lavorano nei contesti culturali ibridi. La formazione all’ibridazione è stata al centro del lavoro sui Placemaker11 ed è qui ripresa dal Tavolo 4 nella sua funzione peculiare di intervento sui territori, sui loro «processi di trasformazione come agente del cambiamento e in grado di animare innovativi processi di governance territoriale, ingaggio di comunità, valorizzazione di risorse». Questo aspetto pone una ulteriore questione, che ancora rimane irrisolta nel contesto dell’educazione formale di questo Paese (poco incline nella maggior parte dei casi all’ibridazione professionale), e che tuttavia promuove nelle intenzioni dei promotori delle Raccomandazioni una formazione multidisciplinare che punti a valorizzare il dialogo e la contaminazione fra competenze tecniche verticali e competenze strategiche orizzontali. Ancora una volta un invito rivolto alla comunità dei professionisti e delle professioniste del placemaking e della pubblica amministrazione (Tavolo 4, punto 3).

Note e riferimenti bibliografici

  1. C. Iaione, La città come bene comune, in Aedon, 1/2013, p.6.
  2. Molti aspetti vengono ripresi e ampliati nella descrizione del Glossario comune del Tavolo 1, punto 1 sul Centro culturale ibrido: «i centri culturali ibridi rigenerati rappresentano un’infrastruttura di luoghi della prossimità dove si sperimentano nuovi modi di fare cultura, produrre welfare generativo, elaborare immaginari e partecipare al rinnovamento di un patrimonio culturale materiale ed immateriale in continua trasformazione. Oggi più che mai, rappresentano luoghi dove la cultura, l’arte, lo scambio dei saperi non sono puro intrattenimento, commercializzazione di servizi o volontariato, ma leva di crescita e cambiamento di una società. Sono spazi di produzione alternativa di un’economia solidale, piattaforme collaborative parte di un welfare generativo, che propongono nuovi modelli di governance e gestione, di business e imprenditività. Sono spazi dove il ruolo della cultura è quello di essere strumento per ricucire il legame sociale e sviluppare un dialogo plurale e inclusivo tra artisti e comunità. Si possono considerare a tutti gli effetti nuove istituzioni culturali di prossimità».
  3. E. Ostanel, Spazi fuori dal comune – rigenerare, includere, innovare, FrancoAngeli, 2017, p. 38.
  4. C. Donolo, L’intelligenza delle istituzioni, Feltrinelli, 1997, p. 209.
  5. «si instaura […] tra i soggetti pubblici e gli Enti del terzo settore […] un canale di amministrazione condivisa, alternativo a quello del profitto e del mercato» (sentenza 131/2020, Corte costituzionale)
  6. G. Arena, I custodi della bellezza – Prendersi cura dei beni comuni. Un patto per l’Italia fra cittadini e istituzioni, TCI, 2020, p. 33 e ss..
  7. Cosí in F. Giardini, U. Mattei, R. Spregelburd, Teatro Valle Occupato. La rivolta culturale dei beni comuni, DeriveApprodi, Roma, 2012, p. 11.
  8. A. Cicerchia, “Lavori creati: storie di pane e di rose”, in L. Bizzarri (a cura di), Il ritorno a casa degli Ulissi – Le professioni al tempo della rigenerazione urbana, Pacini ed., 2019, p. 117 e ss..
  9. Eadem, p. 129.
  10. Nel momento in cui sul bene intervenga una dichiarazione di interesse storico, artistico, archeologico o etnoantropologico, da parte della Soprintendenza (sentenza 6636 del 7/3/2019, Corte di Cassazione).
  11. E. Granata, Placemaker – Gli inventori dei luoghi che abiteremo, Einaudi, 2021; e della stessa autrice le considerazioni contenute in Il ritorno a casa degli Ulissi, op. cit..

Abstract

A critical reading of the Final Recommendations “HYBRIDATION. New policies for the cultural regeneration of places” published by the General Directorate for Contemporary Creativity of the Ministry of Culture in collaboration with the U-Rise Master of the IUAV University of Venice and the network Lo Stato dei Luoghi on the design of urban regeneration and social innovation in recent years. The contribution reads some of the guidelines that can be found in the document and, in particular, those concerning hybridization and collaboration, sustainability and the culture of impact, and governance tools and new professions.

 

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Luca Bizzarri

Luca Bizzarri

Luca Bizzarri è dirigente presso la Ripartizione Cultura della Provincia di Bolzano. È co-direttore della collana NewFabric di Pacini editore, che si occupa di dare voce alle più rilevanti esperienze nazionali di rigenerazione territoriale socio-culturale, e dal 2018 amministratore dell’associazione europea sull’innovazione e lo sviluppo locale AEIDL (Bruxelles). Ha partecipato in qualità di esperto nazionale ai lavori sulle politiche giovanili del Consiglio d’Europa e ha pubblicato contributi sul tema cultura e sviluppo locale. Al momento si occupa di apprendimento permanente per gli adulti, biblioteche, editoria locale e promozione degli audiovisivi. Di formazione giurista, ha conseguito un dottorato di ricerca in Comparazione giuridica e storico-giuridica all'Università di Ferrara.

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