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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
In questo volume Simona Bodo e Anna Chiara Cimoli hanno intessuto una trama di relazioni con le più autorevoli voci italiane e internazionali della museologia contemporanea, componendo un sussidio indispensabile per conoscere gli approdi più innovativi, e affrontando con nitore di ragionamento i temi più cogenti inerenti al museo quale attore cruciale nella sfera pubblica, presidio di democrazia, interlocutore autorevole di dinamiche complesse

In questo volume Simona Bodo e Anna Chiara Cimoli hanno intessuto una trama di relazioni con le più autorevoli voci italiane e internazionali della museologia contemporanea, componendo un sussidio indispensabile per conoscere gli approdi più innovativi, e affrontando con nitore di ragionamento i temi più cogenti inerenti al museo quale attore cruciale nella sfera pubblica, presidio di democrazia, interlocutore autorevole di dinamiche complesse.

La partitura plurivocale del libro è articolata in diversi movimenti. Pur con specifiche curvature e declinazioni, alcune note dominanti e condivise sono rintracciabili per delineare la fisionomia del museo “necessario”: che abbandoni i miti della neutralità e dell’universalità; accessibile, relazionale e partecipativo; sensibile alle relazioni interpersonali, senza imporre un’interpretazione a priori, per essere in sintonia con la complessità e l’alterità; capace di porsi al servizio della collettività, portando al centro i diritti delle persone.

Non autoreferenziale, ma rilevante, attivista e militante, combattivo e dissidente.

QUALE MUSEO PER TEMPI SCONNESSI E PERTURBATI?

In apertura del volume il saggio delle curatrici è essenziale per conoscere il contesto di riferimento, le linee guida, i filoni di ricerca che caratterizzano l’antologia dei contributi: il museo “necessario a chi, per dire che cosa, entro quale orizzonte etico e politico, in un momento storico in cui da più parti si mette in discussione la legittimità stessa dell’istituzione museale?”

I testi di Robert R. Janes con Richard Sandell e di Bernardette Lynch, rispettivamente tratti da pubblicazioni del 2019 e del 2021 e qui tradotti, sono pietre angolari della museologia radicale.

Nel primo, il fuoco centrale è l’attivismo museale: ogni prassi deve essere innervata da valori etici e finalizzata a produrre profonde trasformazioni nell’ambito politico, sociale e ambientale. Il museo è attore che si posiziona senza reticenze rispetto a temi-problemi cruciali dell’attualità, quale ad esempio la crisi climatica, considerata una questione che riguarda non solo la scienza e la politica, ma la giustizia sociale. Gli autori denunciano l’“immoralità dell’inazione”, quando i musei rimangono silenti spettatori di ciò che succede, senza prendere posizione: una reticenza sottolineata anche nel saggio di Claudio Rosati a proposito delle “difficoltà del museo di porsi nel mondo, rispetto a una tradizione di valori percepiti come eterni, a una modernità rappresentata spesso come unica, a una storia particolare raccontata come se fosse universale”. Diversamente, suggeriscono Janes e Sandell insieme a diversi autori che hanno contribuito al volume, il museo deve schierarsi, sapendo orientare il proprio agire rispetto a complessi dilemmi etici e assumendo consapevolezza nei confronti del “disequilibrio nell’esercizio dei diritti fondamentali da parte di tutti” (al tema delle disuguaglianze è dedicato il contributo di Serena Iervolino e Domenico Sergi, che punta i riflettori sull’assenza delle questioni di classe nei più recenti dibattiti sull’accessibilità e sull’inclusione nei musei).

È urgente dunque che i professionisti museali diventino protagonisti attivi, capaci di “riconoscere e mettere in discussione i miti e le false percezioni che rappresentano una minaccia per tutti noi, quali ad esempio la convinzione che una continua crescita economica sia la chiave del nostro benessere”: una nuova narrazione per il museo inteso quale reale e affidabile risorsa civica, un’organizzazione sociale intelligente, che genera valori, consapevole della complessità delle sfide che deve affrontare. Con un’attenzione sensibile al proprio ruolo come custode di testimonianze, che sa coniugare passato e futuro, e alimentare il senso del nostro vivere ed essere nel mondo: noi, non opache comparse, ma intraprendenti attori.

Una realtà significativa e consolidata in tal senso sono i constituent groups del Van Abbemuseum di Eindhoven: gruppi di interesse che hanno una collaborazione continua con il museo, compartecipi delle sue politiche culturali, educative e curatoriali. “La questione della relazione è centrale”, anche aprendosi all’esterno, afferma il Direttore Charles Esche, intervistato dalle curatrici: si tratta di processo complesso, che richiede tempo, ma indispensabile se si intende attuare la pluralità di voci e presenze. Agonismo concreto e fattivo versus antagonismo: la condivisione caratterizza la partecipazione radicale, accogliendo le diversità di posizionamento, opinioni e interpretazioni, e il museo si lascia “toccare” e interrogare, accogliendo i quesiti anche i più scomodi e problematici.

Un altro bersaglio cruciale del contributo di Janes e Sandell è il ripensare la missione, la leadership e l’assetto organizzativo del museo: l’enfasi deve porsi sul “perché” e “per chi” si fa, alimentando la consapevolezza della propria vocazione, dando valore all’agency personale, contrastando una struttura ancora fortemente gerarchica. “Un leader museale” – scrive Maria Vlachou, altra autrice del volume – “è sempre alla ricerca di modi per rendersi utile alla comunità” e “non teme di assumere dei rischi affinché la sua visione si materializzi”.

Nel saggio di Bernadette Lynch, che pure indaga la nozione di attivismo, il fuoco si sposta sul sostegno che il museo può offrire a ogni persona, incluse le più vulnerabili, nello sviluppo di una propria cittadinanza agìta: la partecipazione quale co-costruzione di strumenti e di competenze indispensabili, al fine di realizzare un significativo cambiamento. Nei confronti di singoli e collettività, che non sono da considerarsi beneficiari passivi: il museo non deve essere paternalistico o “terapeutico”, ma promotore di ogni individualità, che consente di esercitare in prima persona i propri diritti; si diventa così protagonisti anche dell’interpretazione che rende attuale le collezioni, attribuendo loro il senso che devono assumere nella contemporaneità.

Dunque, né salvifico e assistenziale o “samaritano” [Bodo 2022], ma solidale e socialmente utile, contro un empowerment illusorio e di facciata, che pone al centro relazioni eque e condivise, nonché la dinamica dell’interdipendenza di legami socio-personali. Il processo riflessivo da attuare fa sì che le persone non siano più considerate “oggetti di compassione”, ma capaci di organizzarsi e agire.

MI STAI A CUORE

La cura, intesa quale atto politico centrale nel processo di trasformazione del Manchester Museum, è al cuore delle riflessioni della Direttrice Esme Ward, in dialogo con le curatrici del volume: un museo che sa promuovere il benessere della collettività, a partire dalle persone che lavorano al suo interno. Proprio a loro, in incipit del suo mandato, si è rivolta Ward, per sondare quale fosse il significato che attribuivano al concetto di “cura”, e per costruire insieme “un museo capace di mettere in primo piano le relazioni in ogni aspetto del proprio lavoro”. Perché la cura si può non solo intendere, ma praticare “come preoccupazione reciproca, come forza delle relazioni, come necessità del convivere, come presa d’atto della fragilità di ognuno, dell’interdipendenza, dell’appartenenza a molteplici sistemi di simili e dissimili” [Barlacchi 2023].

Il nuovo paradigma del Manchester Museum è caratterizzato da trasparenza e condivisione di ogni processo decisionale con tutto il personale, che ha voce e rappresentanza grazie al Social Justice Group e all’Environmental Action Group, rispettivamente dedicati a porre sotto lente di ingrandimento il lavoro del museo nell’ottica della giustizia sociale e del pensiero ecologico.

Un altro esito dell’impegno di cura è concepire in termini più ampi la questione delle restituzioni di testimonianze patrimoniali provenienti dalle ex colonie britanniche: è questo un aspetto cruciale, che comporta una profonda revisione delle narrazioni elaborate dal museo. Ecco allora che considerare la restituzione “attraverso la lente di ciò che si guadagna, anziché di ciò che si perde” significa assumere una postura rivoluzionaria, in quanto si sviluppano inedite relazioni e intuizioni.

Ben consapevoli che “empatia non è sinonimo di buonismo. Essa pone la centralità dell’altro, è un’apertura di credito verso l’altro, da cui può nascere tutto, anche il conflitto” [Boella 2022], sapendo esercitare l’intelligenza dell’anima, la sapienza del cuore. Perché “l’amore e l’expertise non si escludono a vicenda” e “se facciamo un buon lavoro, il nostro museo sarà molto più amato”: questa è l’appassionata convinzione di Esme Ward.

UNA FERITA INFINITA

La restituzione per Giulia Grechi è premessa imprescindibile per ragionare di decolonizzazione, altro tema centrale nell’attuale dibattito sulle pratiche museali radicali; in questo volume, l’autrice riprende gli assi portanti della sua costante ricerca e del suo pensiero, costellato da riflessioni inerenti ai modelli epistemologici sottesi e dall’esemplificazione di prassi curatoriali e artistiche contemporanee per comprendere come sia possibile disancorarsi dai presupposti coloniali insiti nella logica museale, acquisire ed esercitare “coraggio e radicalità”. Nonché prendere coscienza riguardo alla “ferita infinita” [Esquirol 2021], che viene replicata quando si espone il colonialismo quale episodio storico concluso, inibendo l’approccio traumatico, riflessivo e critico, senza interrogarsi riguardo a una diversa mediazione.

Perché il museo non è innocente: il processo di esposizione è tutt’altro che neutrale, comporta dinamiche di potere strettamente intrecciate all’elaborazione dei saperi, una specifica intenzionalità nella costruzione di ambienti e rappresentazioni, di relazioni con le persone, ma anche con gli oggetti.

“È possibile curare la ferita coloniale?”, si chiede l’autrice. È possibile, se il museo non nasconde ferite (che non guariscono, ma possono essere curate) e cicatrici, assume il conflitto, coniuga le potenzialità di cambiamento.

IL MUSEO-CASA: ABITANTI-CURATORI DI UNO SPAZIO DOMESTICO

Una sezione del volume è dedicata ai musei di quartieri e di comunità e al ruolo che essi devono assumere nella relazione di senso con le collettività; presidi di democrazia, interlocutori di bisogni reali, in dialogo per collaborare a dipanare la complessità delle dinamiche, centri propulsori che si pongono con autorevolezza nella complessa negoziazione di spazi di autonomia, orientati ad affrontare questioni sociali e politiche, nonché alla sperimentazione interdisciplinare. Diversi i casi di studio esplorati in questa parte del libro.

Il saggio di Anna Chiara Cimoli approfondisce la “questione abitativa”, tracciando una mappa dei musei dell’abitare e restituendo la trama articolata di azioni che hanno dato origine al MUBIG, il museo di comunità del quartiere milanese di Greco, che si definisce un museo “diffuso, del presente, partecipato” e ha potuto contare sul coinvolgimento della Pinacoteca di Brera nell’attivazione delle risorse del territorio e di nuove memorie, come racconta James Bradburne.

Il collettivo BLOK presenta il Museo di Quartiere di Trešnjevka a Zagabria, che dà voce alle narrazioni e alle urgenze della marginalità, creando legami solidi con la comunità nella sede divenuta stabile dal 2016, dove i contributi dei cittadini sono gli oggetti della collezione digitale, costituita da oltre quattrocento manufatti e organizzata in capitoli tematici, nonché promuovendo iniziative partecipate quali ad esempio mostre, interventi nello spazio pubblico, passeggiate e laboratori.

Aurélien Fayet dell’Associazione AMuLop  (Association pour un Musée du logement populaire du Grand Paris) racconta il museo di Aubervilliers con l’intento di far conoscere “l’altra storia” in contrapposizione alla mistica della storia nazionale che esclude o rappresenta in modo distorto, coinvolgendo nuclei familiari nel racconto delle diverse generazioni di residenti e dei flussi migratori, mettendo in valore le loro case e il patrimonio popolare che le abita, affidando ai cittadini del quartiere periferico il ruolo di testimoni-attori.

Ogni contributo è caratterizzato da rimandi, riferimenti, citazioni e casi di studio; da evidenziare le puntuali traduzioni, che mettono a disposizione testi di respiro internazionale, nonché il prezioso repertorio di risorse online e un’esaustiva bibliografia, che consentono altre autonome esplorazioni e approfondimenti.

Un volume dunque rilevante e necessario, non solo per chi esercita diverse responsabilità e ruoli all’interno del museo, ma per coloro che hanno a cuore il presente e il futuro di questa istituzione culturale.

 

Il museo necessario. Mappe per tempi complessi” a cura di Simona Bodo e Anna Chiara Cimoli. Nomos Edizioni 2023

 

BIBLIOGRAFIA

  1. Barlacchi C., “La cura e il buio”, in “doppiozero”, 22 dicembre 2023 (https://www.doppiozero.com/la-cura-e-il-buio).
  2. Bodo S. (2022) “Requiem per il museo samaritano? Una provocazione”, in “Letture Lente” (https://www.agenziacult.it/notiziario/requiem-per-il-museo-samaritano-una-provocazione/).
  3. Esquirol J. M. (2021), “Umano, più umano. Un’antropologia della ferita infinita”, Vita e Pensiero, Milano.
  4. Gnoli A., Intervista a Laura Boella, in “Robinson – la Repubblica”, 7 maggio 2022, p. 37.
  5. Mortari L. (2021), “La politica della cura. Prendere a cuore la vita”, Raffaello Cortina, Milano.
  6. Zambrano M. (1996), “Verso un sapere dell’anima”, Raffello Cortina, Milano.

ABSTRACT

 What museum do we need in these troubled times? The book includes a rich mix of international and Italian contributors (museum directors and practitioners, researchers, academics, and activists) whose reflections help us identify the critical features of a “necessary museum”: its ability to let go of the foundational myths of neutrality and universality; its commitment to building equitable and authentic human relationships; its ethics of care and openness to alterity; the centrality of people in everything it does, with particular attention to promoting individual/collective rights and agency, as well as to addressing the most critical challenges of our times (from climate change to wealth and gender inequality), well aware of the “immorality of inaction”. A timely, relevant, and necessary publication not only for museum professionals, but for anyone who cares for the present and future of this cultural institution.

 

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Silvia Mascheroni

Silvia Mascheroni

Storica dell’arte, è ricercatrice, formatrice e progettista nell’ambito dell’educazione al patrimonio culturale e dell’arte contemporanea. È docente presso l’Università Cattolica di Milano (Master “Servizi educativi del patrimonio artistico, dei musei di storia e di arti visive”) e di “Educazione al patrimonio e didattica museale”, Scuola di Specializzazione in Beni Storico-artistici dell’Università di Pisa. Progettista e co-responsabile di “Patrimonio e Intercultura”; co-fondatrice di “Patrimonio di Storie”.

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