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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Nel libro “Cura. Per sé e per il mondo” Janigro, psicanalista e psicoterapeuta, e Màdera, filosofo e fondatore di Philo- Pratiche filosofiche, esplorano la dimensione della cura portando il lettore dalla relazione con sé, alla relazione tra sé e l’altro, fino alla sfera politica, di relazione ampia con il contesto socio-politico. Indicano prospettive di pensiero e ispirazioni utili oggi per chiunque si occupi di curare e di pensare (alla cura) con cura - Recensione di Noemi Satta

IL FILO ROSSO DEL TESTO: LA CURA COME RELAZIONE

Cura di Janigro e Madera indaga in modo critico il concetto di cura e, con l’aiuto di diversi autori, partendo dalla constatazione del collasso della capacità sociale di sostenere i legami e le relazioni (Nancy Fraser [1]), osserva quanto le “potenzialità etiche delle emozioni” siano fondamento per le domande di giustizia alla base del concetto e della pratica di cura (Elena Pulcini [2]).

Lungo l’intero testo si contrasta l’identificazione della cura con azioni attinenti esclusivamente alla sfera privata e si afferma il valore di una cura relazionale, che naturalmente integra una prospettiva di affetti e passioni con la necessità di lavorare in ottica di equità e contrasto alle disuguaglianze, affermando così soprattutto la possibilità che la cura possa agire, propriamente e per sua stessa natura, nella sfera pubblica e politica.

ETIMOLOGIE E POSTURE RELAZIONALI DELLA CURA

La parola cura derivata dal latino curiosus sta nel campo semantico dell’apertura e per associazione dell’avere attenzione, guardare, osservare, avere premura ma anche preoccuparsi, avere timore. Cercando radici nel greco antico recuperiamo altre utili sfumature: melete, attenzione pratica esercizio, therapeia, nel lessico medico, terapia e infine con phrontis, cura entra nel lessico poetico: quest’ultimo, infatti, derivato da un più antico phren, a sua volta risalente al sanscrito bharati, indicava cuore e anima per esteso, partendo da un concreto riferimento al diaframma e al respiro. Esserne in debito, è caratteristica dominante della “nostra epoca ansimante”, sempre in ansia e preoccupata di abbassare l’energia e di perdere.

Parola, dunque, che comprende significati contrastanti: quanto questo influisce anche nel prendersi cura? Janigro si interroga su quale sia la postura corretta per avere cura (di sé, degli altri, dell’altro da noi) e segnala la necessità di stare in un’“attenzione fluttuante”. Cita Simone Weil [3], che parla di “attenzione” non come frutto di “volontà, ma di amore e desiderio”. Sostiene nel testo il potere sovversivo della relazione di cura, citando Anne Dufourmantelle [4], con i suoi Potere della dolcezza ed Elogio del rischio. Si riconosce alla “dolcezza” un potere sovversivo, così al “rischio”, antitetico rispetto al dominio odierno della precauzione che tiene al riparo da tutto e dalla vita stessa, il creare la possibilità di stare nel presente esplorando nuovi territori, trovando nuove “zone di resistenza creativa” [5].

Curare diventa quindi un’azione di relazione consapevole con sé, che si “realizza nella relazione con l’altro”. La parola, il racconto, la biografia, l’autobiografia, diventano così strumenti e modi (con le parole di Marion Milner) per “tenere delicatamente le proprie ossa” [6].

L’attenzione fluttuante, o ancora, come dice Janigro citando sempre Milner “i pensieri farfalla”, che sono qualcosa di “piccolo, passeggero, irrilevante” o ancora “scoria, briciola”, potrebbero essere svalutati ma costituiscono un punto di partenza per stare nell’attenzione ampia (e non solo in quella concentrata), quella che “vede un mondo diverso e non si può ottenere a volontà” [7].

Questa parte del testo, che trae molto dalle riflessioni e dalla pratica psicanalitica, ci invita a riflettere sul come si stia in una relazione di cura, cosa comporti, cosa richieda.

La cura porta a esplorare diversi modi di stare in attenzione e in relazione con il mondo, modi che ci guidano, per assimilazione rispetto alla pratica terapeutica individuale, verso la relazione creativa, trasformativa che ci si trova ad agire nella cura delle politiche pubbliche.

LA CURA COME ORIGINE E SCOPO DELLA CULTURA

Cura come radice della cultura: qui seguiamo con Màdera un percorso disciplinare diverso. Etologia umana e antropologia ci portano a riconoscere come primo motore del costruirsi dei gruppi e delle relazioni tra umani, non solo la difesa ma soprattutto la cura della prole. Si definisce come prima matrice quella educativa, dunque, che arriva dallo sviluppo del legame con i neonati e dall’attenzione per il loro apprendimento, con un lungo processo di esposizione a stimoli ambientali e culturali.

Osservando la cura che cura l’incurabile, l’inguaribile, si cita l’esperienza del dolore totale affrontata da Cicely Saunders nel suo curare i malati terminali e fondata nel superamento della sterile distinzione tra tecnica e umanesimo. Tanto quanto è importante il dosaggio farmacologico, è essenziale l’attenzione alla relazione con la persona e con i suoi cari: nell’hospice e nei protocolli di cura fondati da Saunders si tratta non solo il dolore del corpo ma quello legato alla dimensione interiore, sociale, affettiva, economica, spirituale del malato. La cura in modo paradigmatico è culturale, non separa ma comprende la dimensione spirituale e filosofica come sostanziali per la pratica di cura: si è davanti a una cura dell’intero, e a una cura che per paradigma è essa stessa intera.

In quest’ottica, ci ricorda, Màdera, è azione globale: non solo perché permette di pensare in modo completo e integrato all’azione relazionale e alle pratiche ma proprio perché è nel curare l’intero che si riesce a superare il fallimento delle specializzazioni e si riesce a ritrovare il senso della cura.

CURARE IL SENSO

Questo è l’unico modo di intendere la cura: travalicare distinzioni specialistiche inefficaci e stare nella ricerca del senso. La cura del senso è ciò che dovrebbe informare la cura stessa, ma non è frequente che accada e, osservano gli autori, spesso l’insorgere di nuovi disagi è letto alla luce di vecchie categorie strutturali socio-economiche e politiche.

Dunque “la cura di ogni cura è quella di sondare il terreno di possibilità di cura”, la possibilità concreta cioè di trasformare le relazioni sociali, storico-culturali, individuali.

Molte delle riflessioni sono legate alla “stanza d’analisi”, dove avviene la pratica esistenziale, vero e proprio tempo e luogo della ricerca di senso individuale. Tuttavia dagli autori è messa in evidenza continuamente la necessità di interrogarsi sul senso della cura, di rifuggire da ogni certezza interpretativa, sia per evitare i confini corporativi che ogni differente specializzazione nelle pratiche di cure ha sviluppato (e che tanto ostacolano una vera e propria concertazione delle risorse) sia per far agire più potentemente la cura come azione relazionale, interdipendente e cooperativa.

Avvicinarsi al continente delle cure significa entrare negli ambiti della sanità, della psicologia, della psico pedagogia, dei servizi sociale, della formazione, e ancora della difesa del territorio e della tutela delle persone, e per estensione dell’economia, della comunicazione, della giurisprudenza, dell’amministrazione. Tentare uno sguardo che miri a ricondurre a una parte comune, è fallimentare, caotico e inefficace per gli autori. La loro proposta è di trovare il bandolo della matassa ripartendo da sé e dalla cura del senso (cura del contesto): “se vogliamo fare qualcosa per il mondo bisognerà cominciare da sè stessi” (p.126, Janigro, Màdera, 2023). L’obiettivo, dichiarato nelle conclusioni è di evitare il prevalere de “l’ideologia della cura che se pure progressista nelle sue intenzioni, elude troppo spesso il contesto concreto”. 

CURA “PAROLA MATASSA”, CHE PARLA DELL’INTERO

Ci interessa, in conclusione, proprio considerare la cura come attività culturalmente dedicata al contesto sociale e politico nel quale collettivamente ci troviamo a vivere e a operare, per attivare una prassi trasformativa basata sul fatto che essa sia intrinsecamente relazionale.

Impossibile non leggere queste osservazioni alla luce del Manifesto della cura [8], che prende le mosse dalla critica alle attuali politiche socio-sanitarie che hanno sottratto capacità di cura alle fasce economicamente più deboli a favore di quelle più ricche, e che propone un antidoto nella continua attivazione di comunità interdipendenti, plurali, diverse, spurie per sostenere quanto la cura sia «la nostra abilità, individuale e collettiva, di porre le condizioni politiche, sociali, materiali ed emotive affinché́ la maggior parte delle persone e creature viventi del pianeta possa prosperare insieme al pianeta stesso».

Nel Manifesto della cura è citato come contrasto all’ingiustizia la ri-costruzione, nel tessuto urbano e sociale, di quelle infrastrutture della condivisione [9], e segnatamente gli spazi pubblici, piazze o biblioteche o piscine o giardini o scuole o centri culturali, che sostengono la presa di parola, la presenza nel qui e ora e la costruzione di quei territori del possibile e di resistenza creativa.

Curare diventa sempre di più azione che muove persone, collettivi, ricercatori, operatori, progettisti, cittadini nella lettura del territorio nel quale si vive che, nella sua multidimensionalità, può essere campo di costruzione di relazioni interdipendenti, responsabili, solidali, condotte con rispetto delle generazioni che ci seguiranno e del nostro habitat, in ottica “more than human”. Ripensare la cura come possibilità di lavoro su e per comunità plurali e diverse, spurie, dove la diversità sia un valore, chiede impianti solidi progettuali, staff interdisciplinari ben integrati e un concreto lasciare spazio e possibilità di espressione alle persone che interverranno a diverso titolo. Chiede ai decisori pubblici e ai policy makers di integrare nella spesa pubblica quei settori che finora non sono comunicanti, non per rendere tutto terapeutico, ma per rendere tutto culturale e relazionale, per assumere in termini di policy il concetto trasformativo della cura. La cura chiede anche di osservare il vuoto e il disordine e ciò che naturalmente nasce in modo creativo, con quello spirito pronto alla sperimentazione e alla ricerca che contraddistingue il centro di questo testo. Leggere Cura di Janigro e Màdera suggerisce infatti di pensare a una cura dell’insieme, per le nostre società sempre più vulnerabili e incerte, dove “curare la cura” diventa soprattutto un esercizio anche culturale di interdipendenza e di ricreazione continua di relazioni e di senso.

 

Janigro N, Màdera R, “Cura. Per sé e per il mondo”, Editrice Bibliografica, Milano 2023

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Fraser N, La fine della cura. Le contraddizioni sociali del capitalismo contemporaneo, Mimesis, Milano, 2017.

[2] Pulcini E, Tra cura e giustizia. Le passioni come risorsa sociale, Bollati Boringhieri, Torino, 2020.

[3] Weil S, L’ombra e la grazia, Bompiani, Milano, 2007 3.

[4] Dufourmantelle A, La potenza della dolcezza, Vita e Pensiero, Milano, 2022 e Dufourmantelle A, Elogio del rischio, Vita e Pensiero, Milano, 2020 3.

[5] Janigro N, in  https://www.doppiozero.com/anne-dufourmantelle-elogio-del-rischio-e-dolcezza.

[6] Milner M, L’alba dell’eternità. Un modo di tenere un diario, Borla, Roma, 1990.

[7] Milner M, Una vita tutta per sé. Il percorso di una trasformazione con accessibili pratiche quotidiane, Moretti&Vitali, Bergamo, 2013.

[8] Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, a cura di The Care Collective (Andreas Chatzidakis, Jamie Hakim, Jo Littler, Catherine Rottenberg e Lynne Segal), traduzione a cura di Marie Moïse, Gaia Benzi, Edizioni Alegre, Roma, 2021.

[9] Si veda anche Satta N, La cultura cura. Progettare nuovi centri culturali in tempi incerti, Vita e Pensiero, Milano, 2023, testo che descrive il caso specifico di Magnete (Milano), luogo ibrido comunitario, punto di comunità, dove sono trattati i concetti di creazione di “infrastrutture della condivisione” come azioni di cura relazionale del tessuto comunitario.

ABSTRACT

In the book ‘Cura. Per sé e per il mondo’ Janigro, psychoanalyst and psychotherapist, and Màdera, philosopher and founder of Philo- Pratiche filosofiche, explore the dimension of care by taking the reader from the relationship with self, to the relationship between self and other, to the political sphere, of a broad relationship with the socio-political context. They indicate perspectives of thought and inspirations that are useful today for anyone concerned with caring and thinking (about care) with care.

 

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