Come sottolineato dallo studioso britannico David Hesmondhalgh nella prefazione del volume, Media audiovisivi e politica culturale: Cinema, televisione e piattaforme digitali, le politiche culturali legate all’audiovisivo non sono mai state considerate un argomento accademico “sexy” e raramente sono al centro del dibattito pubblico. Ciò è particolarmente vero in Italia dove, per ovvie ragioni, gli investimenti nelle politiche culturali si sono concentrati principalmente sulla tutela e valorizzazione del patrimonio artistico e culturale del paese e il dibattito sui media è stato invece dominato, soprattutto durante il ventennio berlusconiano, dalla questione della concentrazione dei mezzi d’informazione e da tematiche come il pluralismo, la par condicio e il conflitto d’interessi.
Lo studio delle politiche culturali dell’audiovisivo continua a rimanere un campo accademico di nicchia, specie in Italia, nonostante che, negli ultimi anni, l’arrivo di nuovi protagonisti nell’ambito dell’audiovisivo, in primis Netflix e altri servizi di video streaming, ha contribuito a rinnovare il dibattito accademico e politico su questioni di lunga data: tra queste la diversità culturale e la tutela delle industrie audiovisive nazionali, minacciate dall’espansione di player statunitensi operanti su scala globale. .
Eppure è ampiamente riconosciuto il ruolo centrale che i media audiovisivi – cinema, video e televisione – rivestono nella formazione delle identità culturali, sia a livello individuale che collettivo, nonché nell’influenzare il sistema di valori e la coscienza morale e politica. Il primo merito del volume Media audiovisivi e politica culturale: Cinema, televisione e piattaforme digitali è quindi quello di contribuire a colmare una lacuna nella riflessione accademica italiana su temi importanti, benché spesso trascurati, delle politiche pubbliche, offrendo nelle parole del suo autore, “un’introduzione critica e selettiva agli studi di politica culturale degli audiovisivi” (p. 141).
Il secondo merito del volume risiede nel pieno raggiungimento degli obiettivi prefissati. Luca Antoniazzi, giovane ricercatore presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, dimostra una padronanza assoluta della materia e una conoscenza approfondita della letteratura accademica, sia anglofona che italiana, come evidenziato dal ricco apparato bibliografico, che include anche la produzione più recente. I vari temi vengono trattati con chiarezza, senza mai cadere nella semplificazione. Le analisi svolte sono equilibrate e attente ad evitare generalizzazioni o estremismi facili. Al contempo, pur presentandosi come un’introduzione alla materia e offrendo una panoramica sulle principali aree dibattito accademico, Luca Antoniazzi non esita a esprimere un proprio punto di vista e a sviluppare una serie di riflessioni critiche e originali, che approfondirò successivamente.
Media audiovisivi e politica culturale: Cinema, televisione e piattaforme digitali è strutturato in cinque capitoli, inclusi un sostanziale capitolo introduttivo nel quale Antoniazzi offre un inquadramento teorico del lavoro e chiarisce preliminarmente l’uso di termini chiavi quali “cultura”, “industrie culturali” e “politica culturale”. Dalle prime pagine del volume emerge chiaramente come il lavoro di Antoniazzi si inserisca nella tradizione dei cultural industries studies, un filone che propone una sintesi originale di political economy, studi culturali e approcci sociologici alla produzione culturale. Uno degli esponenti di spicco di questo approccio è David Hesmondhalgh, dell’Università di Leeds, presso la quale Antoniazzi ha conseguito il dottorato.
Il secondo capitolo offre una panoramica sulla natura, la tipologia e le motivazioni degli interventi statali nel settore audiovisivo, evidenziando la coesistenza di ragioni economiche e del riconoscimento del valore sociopolitico alla base delle attuali politiche di intervento sulla cultura audiovisiva. Questa duplice motivazione emerge chiaramente nei tipi di interventi “espliciti” identificati, tra cui la protezione e promozione culturale, la valorizzazione dell’immagine nazionale e del turismo, la tutela del pubblico e il controllo dei contenuti, oltre alla regolamentazione industriale.
Il Capitolo 3, “Il valore culturale degli audiovisivi”, rappresenta il contributo più significativo e originale del libro. Qui Antoniazzi traccia l’evoluzione storica del dibattito sulle fonti di legittimazione dell’intervento pubblico nel settore culturale, con un focus specifico sull’audiovisivo. In risposta alla crisi delle giustificazioni tradizionali a fronte delle spinte neoliberiste, inclusi gli argomenti degli economisti basati sul cosiddetto “fallimento del mercato”, Antoniazzi analizza l’emergere, negli anni ’90, della prospettiva delle “industrie creative”. Questo approccio fu promosso a livello di politiche pubbliche inizialmente nel Regno Unito dal governo New Labour di Tony Blair e sostenuto, in ambito accademico, primariamente da un gruppo di studiosi australiani come Stuart Cunningham e Terry Flew. Pur riconoscendo le intenzioni lodevoli alla base di questa prospettiva, che cercava di creare basi più solide e ampie per giustificare l’intervento pubblico nel settore culturale a fronte della crisi di legittimazione delle giustificazioni tradizionali, Antoniazzi ne mette in luce i limiti intellettuali, in particolare l’eccessivo ampliamento del perimetro delle “industrie creative” fino a includere attività come il software informatico, l’architettura e l’artigianato. Soprattutto, critica il rischio insito in questo approccio di uno scivolamento verso forme di “strumentalismo economico”, ovvero il privilegiare (e sopravvalutare) l’impatto delle industrie culturali in termini economici, considerandole un motore di sviluppo industriale, a scapito di prospettive che mettano in primo piano il loro valore socioculturale e politico. Questo è uno dei messaggi più forti e convincenti, e condivisibile, che emerge dal libro. Antoniazzi, quindi, propone “una possibile prospettiva di rilancio” (p. 65) che consiste nel fondere il concetto di “valore pubblico”, originariamente applicato nel settore culturale in riferimento al servizio pubblico radiotelevisivo e comprendente il valore culturale come una sua componente fondamentale, con un approccio più attento alle prospettive soggettiviste del consumo audiovisivo. L’intento è di concettualizzare il valore culturale come “capabilities”, ovvero “come risorsa simbolica e opportunità concreta di arricchimento delle esperienze di vita e del benessere individuale e collettivo” (p. 144). Si tratta, come Antoniazzi stesso riconosce, di una “scommessa”, ma il libro pone solide basi per esplorare concretamente come sia possibile fondere queste diverse prospettive e, in particolare, riconoscere la componente soggettiva. Nelle parole dell’autore, “l’obiettivo è quello di situare e capire le soggettività e i relativi processi di significazione e fioritura all’interno delle strutture dell’industria audiovisiva” (p. 147).
Il Capitolo 4 affronta il tema del lavoro creativo culturale. Dopo aver concettualizzato il lavoro culturale, seguendo il filosofo Russell Keat, come pratica motivata da una forte componente di benefici intrinseci quali l’autorealizzazione, Antoniazzi offre una tipologia delle principali figure professionali del mercato del lavoro audiovisivo per poi prendere in esame tre principali aree di intervento pubblico: l’accesso alla professione, la frammentazione dei percorsi di carriera e le retribuzioni. L’autore auspica l’adozione di politiche pubbliche mirate a ridurre le disuguaglianze in termini di accesso alle professioni creative, contribuendo così a creare uno spazio in cui il lavoro creativo possa “esprime il proprio potenziale e sostanziarsi in esperienze di visione che diano voce ai vari gruppi che compongono il corpo sociale” (p. 145).
Infine, il Capitolo 5 affronta tematiche di attualità legate all’avvento delle piattaforme digitali. Nella prima parte, Antoniazzi offre una panoramica sui principali ambiti di intervento delle politiche pubbliche in risposta alla crescente piattaformizzazione delle industrie culturali, tra cui la concentrazione del mercato e il potere delle piattaforme dominanti, la moderazione dei contenuti e le politiche a sostegno del giornalismo. Il resto del capitolo si concentra sull’ambito più prettamente culturale, in cui si collocano iniziative di politica pubblica mirate all’adeguamento delle regole relative alle quote e agli investimenti in contenuti nazionali nel nuovo contesto tecnologico, caratterizzato da offerte on-demand, nonché sulla questione della visibilità di tali contenuti nelle home page (sempre più personalizzate) delle piattaforme di streaming. Viene esaminata la regolamentazione a livello di Unione Europea e la sua implementazione nelle giurisdizioni dei singoli Stati membri, con particolare attenzione al contesto italiano. Pur riconoscendone i limiti, Antoniazzi valuta positivamente tali iniziative regolamentari, respingendo le critiche che le interpretano come protezionismo nazionalistico o xenofobo. Il capitolo si chiude con una discussione sull’impatto ambientale delle piattaforme digitali di streaming. Pur esulando dall’ambito della politica culturale in senso stretto, si tratta di un tema di grande rilevanza, che sta attirando una crescente attenzione anche all’interno degli studi sui media, dove è emerso un nuovo filone di ricerca, quello degli ecomedia.
In conclusione, Media audiovisivi e politica culturale: Cinema, televisione e piattaforme digitali offre una panoramica autorevole sul dibattito in materia di politica audiovisiva nell’era delle piattaforme digitali e dei servizi di streaming. Il messaggio centrale, ribadito nelle pagine conclusive, è la necessità di contrastare la predominanza delle prospettive e delle analisi economiche, che da anni dominano questo ambito. Nell’offrire “un’agenda di ricerca” (p. 147), Antoniazzi sottolinea l’importanza di reintrodurre “il linguaggio e le analisi culturali all’interno dei dibattiti di politica audiovisiva e all’attenzione degli attori industriali” (p. 146), auspicando un ruolo più incisivo per le discipline umanistiche.
ABSTRACT
In Media Audiovisivi e Politica Culturale: Cinema, Televisione e Piattaforme Digitali, Luca Antoniazzi presents a critical review of scholarly debates on cultural policy in the audiovisual sector, particularly in light of the rise of digital platforms and streaming services. Antoniazzi critiques the “creative industries” approach to cultural policy, highlighting the dominance of economic perspectives in the field and advocating for cultural analysis to address issues such as diversity, justice, and accessibility. By examining topics from cultural labour to the influence of global players like Netflix, this book fills a gap in Italian scholarship, making a valuable contribution to media and cultural policy studies in Italy.
