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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
La settima Placemaking Week Europe si è tenuta per la prima volta in Italia, a Reggio Emilia, città modello per politiche inclusive e sostenibili. L’evento ha esplorato il Placemaking come approccio partecipativo alla rigenerazione urbana. Partendo dall’esperienza dello scorso anno, che ha portato alla creazione dell’opera The Organ Pipes di David Tremlett, la Fondazione Palazzo Magnani ha partecipato a un tavolo di discussione, con altre realtà da tutto il mondo, interrogandosi sulla possibilità dell’arte di essere strumento di Placemaking

© David Tremlett, The Organ Pipes, Ex Caffarri, Reggio Emilia, ph Lorenzo Palmieri

 

PLACEMAKING WEEK EUROPE

Si è conclusa di recente a Reggio Emilia la settima edizione di Placemaking Week Europe (23-28 settembre), la prima in Italia dall’attivazione del programma nel 2017, dopo Rotterdam, Strasburgo, Pontevedra, Valencia, Stoccolma ed Amsterdam. Reggio Emilia è stata scelta non solo perché aderente al progetto Intercultural cities programme (ICC) del Consiglio d’Europa, ma anche e soprattutto in quanto città che mette al centro delle sue politiche i servizi alla persona, la partecipazione attiva e la sostenibilità.

Per Placemaking si intende infatti quella pratica di pianificazione urbana che indirizza le trasformazioni a partire dalle esigenze di chi abita e vive il luogo. L’obiettivo prioritario del Placemaking è in particolare quello di trasformare gli spazi in luoghi, nell’accezione di spazio fisico in cui la comunità sviluppi un senso di appartenenza ed attaccamento. Non si tratta soltanto di rigenerazione fisica, bensì di creare delle esperienze che animino lo spazio pubblico e lo rendano maggiormente condiviso. Secondo la definizione del PPS (Project For Public Spaces) il Placemaking è un’operazione visionaria, funzionale, inclusiva e adattabile, guidata dalla comunità.

Essendo un processo multidisciplinare, possono considerarsi Placemakers diverse professionalità, con la comune finalità di guidare processi partecipati per la definizione di nuovi spazi pubblici. Allo stesso modo, se si volesse ricostruire l’origine del Placemaking, bisognerebbe attingere a diversi momenti di svolta all’interno della storia dell’urbanistica contemporanea. Sicuramente le sue basi vanno ricercate all’interno dell’attivismo degli anni ’60 e ’70 e nelle opere che ne ricostruiscono le vicende, come “Vita e Morte delle Grandi Città Americane” della giornalista e sociologa americana Jane Jacobs che, passando dalle strade di New York alla letteratura, è stata tra le prime a criticare il modello standard di metropoli, disapprovandone la natura impersonale e parlando per prima del concetto di “quartiere” come luogo vitale ed attivo.

Il concetto di Placemaking nella sua forma attuale ha cominciato a prendere forma nei decenni successivi, in particolare negli anni ’80 con iniziative come il PPS sopracitato, che ha lavorato per applicare i principi delineati da Jane Jacobs e William H. Whyte in progetti pratici di sviluppo urbano in tutto il mondo. Con l’accentuarsi delle preoccupazioni ambientali e della sostenibilità, il Placemaking ha cominciato ad intrecciarsi con l’urbanesimo verde, portando ad una focalizzazione non solo su fattori sociali e culturali, ma anche sulla salute ecologica degli ambienti urbani. Negli ultimi decenni, il movimento del Placemaking è fiorito in un fenomeno globale, suscitando progetti guidati dalla comunità e iniziative su scala territoriale che cercano di dare potere ai cittadini e creare spazi che riflettano il carattere unico e le esigenze di chi li abita.

Al momento in Italia non esiste un gruppo formalizzato, ma soltanto una rete nazionale che sta iniziando a raccogliere partecipazioni da parte di professionisti del settore. Sicuramente in questo senso Reggio Emilia è stato un punto di partenza per creare una piattaforma nazionale e per portare all’attenzione dell’opinione pubblica il fenomeno.

RIABITARE I LUOGHI

Riassumendo molto brevemente quelli che sono i temi e le maggiori sfide del Placemaking si potrebbe dire che l’obiettivo prioritario sia quello di mettere in discussione i cosiddetti “non luoghi”, definizione del famosissimo antropologo francese Marc Augé, che con il termine intende spazi privi di identità. Per farlo si cerca di riportare al centro le relazioni, intese come relazioni con il luogo, relazioni interpersonali, relazioni che promuovano l’accessibilità e l’uguaglianza sociale tra tutti i gruppi presenti.

Naturalmente ci sono molti modi per reinventare uno spazio pubblico, ma per farlo collettivamente è necessario un mediatore, un tecnico che possa farsi carico di orientare nel modo più neutrale possibile il processo attraverso le proprie capacità specifiche. Francesca Gioia, presidente Fiab Tuttinbici di Reggio Emilia, nella plenaria conclusiva ha definito i Placemakers proprio come cargiver di bisogni collettivi.

I Placemakers, per orientare la trasformazione in modo da poterla definire aderente agli obiettivi del movimento, devono garantire la promozione dell’inclusività sociale, promuovere lo sviluppo locale (di modo che siano poi le stesse comunità a gestire i bisogni futuri del luogo), e creare luoghi amati in modo da incoraggiare le persone a viverli, lavorarci e giocare al loro interno.

La tematica del gioco è particolarmente interessante nell’ottica del Placemaking perché promuove le relazioni, può essere intergenerazionale e promuove l’utilizzo del luogo nei momenti di tempo libero come scelta individuale.

Tra le sfide del Placemaking si possono anche individuare tematiche che diventano minacce al processo riappropriativo del luogo, come ad esempio la gentrificazione delle aree coinvolte e l’aumento degli interessi immobiliari. A questa minaccia non sono ancora presentate soluzioni concrete, se non quelle di inserire fin dall’inizio attori economici, pubblici o privati, con cui stipulare accordi chiari che possano essere monitorati per evitare che le comunità locali vengano sopraffatte dagli ottimi risultati ottenuti.

THE ORGAN PIPES

In quest’ottica diventa interessante l’esperienza portata ai panel da Fondazione Palazzo Magnani che ha presentato l’operazione di arte pubblica The Organ Pipes realizzata lo scorso anno sulla facciata dell’ex-Mangimificio Caffarri di Reggio Emilia.

L’operazione è stata di per sé definita da un investimento pubblico, gestito di concerto tra Comune, STU Reggiane e Fondazione Palazzo Magnani. L’obiettivo comune era quello di realizzare un’opera di arte pubblica da lasciare alla città e da collocare in un’area già interessata da un investimento privato. All’interno dell’ex-Caffarri si sono quindi collocate diverse realtà locali pubbliche e private (Fondazione Reggio Children, Centro Teatrale MaMiMò, scuola reggiana box) che hanno dato nuova vita al luogo.

L’idea di caratterizzare anche lo spazio esterno attraverso una committenza pubblica deriva da quella che per Reggio Emilia è una tradizione cominciata da lontano, quella appunto dell’arte pubblica. È del 2003 il primo progetto cittadino Invito a ideato e proposto alla città dall’artista Claudio Parmiggiani che coinvolse all’epoca quattro protagonisti dell’arte internazionale (Robert Morris, Luciano Fabro, Eliseo Mattiacci, Sol Lewitt) per pensare e produrre opere per alcuni luoghi significativi della città. L’esperienza è proseguita col progetto del 2013 Curiosa Meravigliosa curato dal fotografo Joan Fontcuberta nell’ambito del Festival Fotografia Europea che ha caratterizzato in modo permanente una facciata cieca dei Musei Civici cittadini con un enorme pavone realizzato con gli scatti raccolti in una public call che ha coinvolto attivamente la cittadinanza. In questa prospettiva si è deciso di indirizzare quest’ulteriore intervento, interpellando l’artista britannico David Tremlett.

La scelta dell’artista britannico David Tremlett è stata dettata principalmente dalla sua storia e dalla sua carriera. David Tremlett fonda il suo lavoro sulla codifica e sulla narrazione dei luoghi. Viaggia moltissimo e dalla fine degli anni ’70, durante i soggiorni in Australia, Africa, Iran, Afghanistan e India, entra in contatto con grandi superfici policrome stese manualmente con pigmenti naturali che lo affascinano dal punto di vista artistico e a cui si ispira nelle sue opere sia di piccolo che di grande formato. Il suo rapporto con l’Italia inizia nel 1974, grazie all’invito di Marilena Bonomo a Bari e poi alla conoscenza di Massimo Valsecchi, che ora possiede Palazzo Butera a Palermo. L’Italia lo affascina in particolare per la tradizione dell’affresco. Ama artisti come Giotto, Mantegna, Michelangelo e Bernini. Inizia così un sodalizio che lo porterà molte volte in Italia per realizzare mostre e importanti interventi artistici permanenti commissionati da istituzioni e da privati. Tali interventi artistici si svolgono per lo più in contesti sia industriali che urbani dismessi o difficili. Questo perché egli stesso si dichiara più interessato a contesti con un alto potenziale di trasformazione che a realtà culturali maggiormente consolidate.

Il grande wall drawing che David Tremlett ha sviluppato sulla parete di ingresso e sui giganteschi 13 silos dell’ex Caffarri, si inserisce nel contesto di uno dei maggiori casi nazionali di rigenerazione urbana che la città di Reggio Emilia sta attuando da un decennio nell’area delle ex Officine Meccaniche Reggiane. Le officine sorgono nel 1904 nel Quartiere Santa Croce e rappresentano oggi una delle più forti identità di Reggio Emilia, sul piano storico, sociale e urbano, essendone state il cuore pulsante delle attività produttive per tutto il secolo fino alla chiusura definitiva avvenuta nel 2008. Dopo anni di abbandono, oggi quella stessa area rappresenta una delle più grandi realtà di rigenerazione urbana, per estensione territoriale e vicinanza con il centro storico cittadino, di tutta Europa. Il Reggiane Parco Innovazione si configura come un polo europeo di servizi e funzioni di altissimo potenziale comprensivo di un hub tecnologico a carattere scientifico-umanistico, che riunisce Università e centri di ricerca, imprese e pubblica amministrazione. All’interno di questo rinomato contesto cittadino, che rappresenta una sfida sia dal punto di vista della trasformazione del tessuto urbano che dell’integrazione di un’area eterogenea e multietnica dal punto di vista sociale, la Fondazione Palazzo Magnani ed il Comune di Reggio Emilia hanno scelto l’arte contemporanea come strumento di riscatto e miglioramento.

È proprio dell’arte come strumento di rigenerazione urbana che la Fondazione Palazzo Magnani ha parlato durante la Placemaking Week Europe, in un intervento concertato con altre esperienze internazionali con cui condivide lo stesso approccio. L’arte ha il potere di generare senso di appartenenza, bellezza e nuove prospettive, tutti obiettivi in comune con i principi del Placemaking. In un mondo sempre più guidato dagli investimenti economici e dal profitto, dove le politiche urbane spesso minacciano l’identità sociale dei quartieri locali, l’arte può costruire ponti tra le comunità e i loro spazi. Che sia un percorso partecipato, come Nuestros Colores, un progetto comunitario promosso dall’associazione La Libélula Cooperative di Vancouver (Canada) per rafforzare il senso di appartenenza al luogo da parte della comunità Latino Americana; oppure un percorso a posteriori a partire da un’opera realizzata per la comunità, come nel caso del Caffarri, l’arte può essere occasione per l’empowerment individuale e la coesione sociale.

Sicuramente i tempi richiesti per metabolizzare una nuova realtà sono sempre molto lunghi. È forse proprio qui che il Placemaking può trovare il proprio ruolo nell’accompagnamento della comunità locale, con il fine di rendere questi spazi luoghi vivi che possano essere attivati in maniera autonoma. La grande sfida da affrontare per il futuro sarà quella di lasciare strumenti che garantiscano, anche a livello economico e politico, la possibilità di integrare una rigenerazione riuscita con un pubblico più ampio e con processi duraturi e non escludenti.

ABSTRACT

The seventh edition of Placemaking Week Europe took place in Reggio Emilia, marking the first Italian stop of the international program since 2017. The event explored how urban spaces can be transformed into meaningful places through community engagement, sustainability, and social inclusion. Reggio Emilia’s long-standing tradition of public art, exemplified by David Tremlett’s The Organ Pipes, offered a vivid example of cultural regeneration. The discussion highlighted the potential of art and participatory design as catalysts for collective identity and urban renewal, addressing challenges such as gentrification and long-term community empowerment.

 

Matilde Barbieri è project manager della Fondazione Palazzo Magnani.

Francesca Tagliavini è architetta responsabile degli allestimenti della Fondazione Palazzo Magnani.

 

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