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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Proprio i numeri del festival lo separano dal suo contesto televisivo. Una rete generalista come Rai 1 non può più consumare solo in pochi giorni quel grande market place della musica nazionale che si raccoglie attorno al teatro Ariston. Un canale fabbrica della musica insieme a un appuntamento vetrina
© Foto di Austin Neill su Unsplash

UN APPUNTAMENTO DEL SISTEMA PAESE

Tre spettatori su quattro che stavano davanti a una televisione sabato 10 febbraio 2024 erano sintonizzati sul festival di Sanremo. Un dato plebiscitario che ha trasformato l’evento musicale da proposta di punta del servizio pubblico a un esclusivo e universale appuntamento del sistema paese, che trascende largamente il contesto della stessa Rai.

In particolare a testimoniare questa autonomia del festival dal suo editore c’è la constatazione di una presenza davanti ai teleschermi di una platea giovanile, più di 4 milioni dai calcoli delle agenzie specializzate (https://24plus.ilsole24ore.com/art/ecco-come-sanremo-ha-strappato-1-milione-spettatori-piattaforme-AFWxAGhC), che non segue abitudinariamente i palinsesti televisivi né probabilmente li seguirà dopo. Un dato che vede parallelamente calare, in coincidenza delle trasmissioni da Sanremo, il consumo delle tv streaming per circa un milione a serata. Un travaso contro corrente che inverte il flusso di questi ultimi dieci anni.

LA CRESCITA DELLE DECLINAZIONI DIGITALI

Ma a dare una personalità preponderante alla gara canora rispetto al contesto televisivo che la ospita sono i contatti digitali, ossia quel modello del tutto individuale di utenza, tramite i diversi formati web, che, rispetto alla fruizione della televisione generalista, è considerato sicuramente dai pubblicitari più prezioso perché è attivato da un esplicito atto di volontà del singolo spettatore, che decide di seguire e commentare quello spettacolo in un dato momento della giornata.

Si tratta di un fenomeno crescente da anni, che vede l’audience di Sanremo integrata e irrobustita da centinaia di migliaia di click sulle diverse piattaforme, soprattutto Instagram e TikTok, e un seguito del tutto inedito su RaiPlay dove quest’anno si è arrivati a superare i 25 milioni di sintonizzazioni. Sono utenti più che spettatori, che usano l’opportunità di trovarsi contemporaneamente dinanzi allo stesso contenuto televisivo, circostanza ormai quanto mai rara, per intessere ulteriori relazioni e soprattutto usufruire di quell’evento per riformattarlo e reimpaginarlo con i propri commenti.

È quel fenomeno che gli studiosi definiscono “ruminazione” della rete, che trasforma ogni singolo contenuto audiovisivo o testuale in un flusso di manomissioni che rielaborano il formato originario trasformandolo poi agli occhi della propria community.

All’interno di questo gigantesco grafo sociale che vede incolonnarsi moltitudini poderose di individui – stiamo parlando di milioni di persone, prevalentemente giovani, che si muovono da uno schermo all’altro, da una piattaforma all’altra, saltellando come dei “tarzan” digitali, da una liana ad un’altra per attraversare tutto il web – ogni singolo protagonista, sia esso cantante, musicista, autore o semplice supporter, cerca spazio e luce, incrementando il proprio bagaglio di followers oppure accumulando click e views sui social.

Proprio l’affiorare di queste relazioni individuali fra il singolo artista e ogni singolo fan rappresenta il valore aggiunto di questa nuova formula del festival. L’intrecciarsi di nuovi stili e culture musicali porta in primo piano, proprio attraverso gli utenti e i consumatori di questi stili, i processi sociali che attraversano il nostro paese. A Sanremo abbiamo appreso, più e meglio di molti reportage, come oggi la questione giovanile non coincida più in un’indifferenziata espressione di protesta o di disagio, ma si articoli in categorie e tribù distinte, che ci parlano di realtà e dinamiche che non sempre sono colte dal sistema politico istituzionale. Così come questioni come la violenza, la guerra, la differenza di genere, arrivino ad assumere direttamente la parola con canzoni e comportamenti che interrogano l’opinione pubblica. Tutto questo diventa non solo occasionale testimonianza, ma articolazione di vere fabbriche di produzione, di un’economia che si proietta sui grandi mercati globali. Le nuove figure professionali che attorniano e supportano l’artista che si esibisce ci indicano come questi mestieri stiano rideclinando l’idea di professione e di lavoro, dando al sistema Italia uno spessore che non sempre viene colto.

LA NUOVA AGORÀ GLOBALE E INCLUSIVA

Concretamente abbiamo visto come si configurino così nuovi indici di popolarità che rende ogni interprete un influencer momentaneo, ma soprattutto trasforma il palcoscenico dell’Ariston in un’agorà globale dove si riflettono e si propongono processi sociali di grande spessore.

Affiorano i nuovi linguaggi giovanili, che vengono ancorati ad un ambiente comune con altre generazioni, ibridandosi, come abbiamo visto a Sanremo fra cantanti del tutto innovativi o comunque discontinui, come Geolier o Ghali, accanto a veterani come Loredana Bertè o i Ricchi e Poveri. Attraverso la coesistenza nello stesso evento si mischiano e si scoprono reciprocamente le tribù sociali di riferimento dei diversi mondi culturali.

Prende forma così, quasi all’insaputa della stessa Rai, un nuovo modo di produrre inclusione e promuovere intrecci e contaminazioni sociali come è appunto un evento carismatico che viene usato ed attraversato da fenomeni e testimonial diversi.

La musica, in un paese quale il nostro, composto da comunità, stili e tradizioni tutte protese ad una comunicazione globale, capaci di parlare direttamente al mondo, nell’epoca della riproduzione delle identità, potremmo dire, diventa uno straordinario apparato di relazione e convergenza fra le diversità sempre più stridenti che solcano il paese.

Il rap, ad esempio, con le sue coloriture mediterranee, che ha trovato nel nostro sud interpreti ma soprattutto un terreno di coltura non esente da rischi, come sempre nei generi di confine, sta diventando una vera grammatica espressiva di chi si trova escluso dai canali di formazione tradizionali.

Riportare queste comunità nelle istituzioni, a contatto con strumenti di welfare, quale è il servizio pubblico radiotelevisivo, significa integrare e unificare ceti e culture che rischierebbero l’esclusione.

Ma parliamo anche di un mercato vitalissimo anche in termini professionali. Sanremo sta diventando un incubatore di figure e talenti che danno potenza ed autonomia al sistema dell’immaginario nazionale, rendendolo meno subalterno ai monopoli anglosassoni, e più capace di scambiare e intrecciarsi con le filiere produttive e tecnologiche.

UNA MISSION DI COMPETIZIONE PER LA RAI

Tutto questo non trova un adeguato ambito di espressione nel sistema comunicativo nazionale, e ancora meno nella gamma delle proposte della Rai. Ci si limita ad una frammentarietà di trasmissioni, come i talent, che occasionalmente ci portano nei pressi di queste fabbriche, ma senza riuscire mai a scavalcare/scalzare la frivola apparenza. Penso alle diverse sensibilità che affiorano territorialmente rispetto proprio al modo di intervenire sull’immaginario. Cinema, arte, sistema museale, e musica sono ormai comparti di un’unica grande industria immateriale che sta dilagando nel mediterraneo, e di cui l’Italia, si trova ad essere, quasi con sorpresa matrice e culla.

I giovani ne sono il motore, soprattutto ne sono gli autori. Proprio questa seconda funzione è la vera novità: l’ispirazione diventa rapidamente prodotto e poi reputazione.

Tutto questo non trova un adeguato ambito di espressione nel sistema comunicativo nazionale, e ancora meno nella gamma delle proposte della Rai. Ci si limita ad una frammentarietà di trasmissioni, come i talent, che occasionalmente ci portano nei pressi di queste fabbriche, ma senza riuscire mai a scavalcare la frivola apparenza.

Forse solo Maria De Filippi con i suoi format di Amici e dintorni ha intuito e strutturato un lavoro in questa direzione diventando un marchio e costruendo un primato su cui poggia una parte non irrilevante dell’offerta di Mediaset.

La Rai non ha da tempo canali che parlino in questa direzione. Pensiamo a cosa fu negli anni 60 Bandiera Gialla, oppure nel decennio successivo Ring, o ancora alla radio Alto Gradimento con Arbore e Buoncompagni, e poi Mister Fantasy di Carlo Massarini.

Erano brecce che squarciavano la routine del divano generalista irrompendo nelle camerette dei giovani in cui il televisorino da 14 pollici cominciava ad anticipare l’individualizzazione della comunicazione giovanile.

Ora quelle camerette sono diventate uffici ed aziende dove si cimentano talenti a volte immaturi ma spesso capaci di grandi performance. La rete ne è diventata il grande megafono che ha accorciato le distanze, portando ognuno direttamente nell’anticamera di un produttore. Questi processi sono ancora confinati nel gossip o nella più assoluta indifferenza, mentre rappresentano un segmento strategico del made in Italy.

Oggi il servizio pubblico, alla vigilia della fatidica scadenza del 2027, dove si dovrà rinnovare la convenzione decennale che lega Rai allo stato Italiano, deve trovare nuove modalità di essere utile e gradito, ed oggi si è graditi se si è utili.

Un’opportunità potrebbe venire proprio da una declinazione innovativa dell’idea di multimodalità, oltre che multimedialità. Ossia combinare accanto ai palinsesti generalisti che cercano di consolidare platee tradizionali, una diversa offerta di televisione sociale, che si proponga come medium di attività e di competizione. Intrecciare reti generaliste che costruiscono appuntamenti e platee con flussi di cronache e narrazioni che invece ci danno il senso comune di settori portanti sarebbe una nuova geometria aziendale sostenibile proprio perché utile. Ad esempio come è possibile che la Rai viva ancora come occasionale esibizione di singoli spiriti eletti, dalla famiglia Angela a Corrado Augias, il racconto del sistema artistico e non dedichi a questo mondo un canale che ci racconti giorno per giorno i programmi e le progettazioni dei musei italiani? Non sarebbe un modo per dare forse una spolverata a Rai Cultura? Non sarebbe un nuovo linguaggio di inclusione sociale con cui rendere ancora meglio la cittadinanza culturale in questo paese?

SANREMO TUTTO L’ANNO, QUALCHE PROPOSTA

La combinazione fra questi due effetti – integrazione sociale e competizione globale – rende Sanremo non più un evento saltuario, un mito annuale, ma ne reclama invece la continuità.

Penso ad esempio ad un vero canale del fare musica, così come Sanremo ci ha abituato a parlarne nei cinque giorni canonici di febbraio. Un canale che sia una vera piazza di condivisione non solo degli interpreti ma anche delle figure di supporto, come i musicisti, i parolieri, i consulenti del marketing o i supporti tecnologici. Un canale che renda trasparente questo formicaio italiano. Pensiamo a cosa fu negli anni 80 MTV, con la sua capacità di costruire pubblici diversi, parlando alle diverse generazioni di giovani che si succedevano. Non solo un prodigio televisivo ma un vero forum della musica europea che educa e organizza le ambizioni e i desideri di centinaia di migliaia di dilettanti da cui uscirono migliaia di professionisti e decine di grandi successi.

Sarebbe un modo per declinare anche una nuova idea di servizio pubblico, meno legato alla verticalità di un palinsesto top down e più proteso ad interpretare dinamicamente il ruolo di impresario del sistema paese, di un organizzatore che eccita e supporta le capacità e le potenzialità sommerse. Parliamo di un medium che colga finalmente l’intuizione di Mc Luhan quando divideva appunto i sistemi della comunicazione fra freddi e caldi annunciandoci che non è il contenuto ma è il modo di organizzarsi che determina il messaggio. E un canale della fabbrica della musica sarebbe un modo coerente ed adeguato ad un mondo in cui gli utenti si confondono con gli interpreti e tutti e due si sovrappongono agli editori.

ABSTRACT

A proposal for a new public service strategy: using the success of Sanremo as a permanent connection to the world of musical creatives. It is precisely the numbers of the festival that separate it from its television context. A generalist network like Rai 1 can no longer consume the great market place of national music that gathers around the Ariston theater in just a few days. The contamination of the public and the pervasiveness of the new singing languages impose a more specialized offer that accompanies the evolution and socio-artistic transformations throughout the year and then presents them in the great agora of Sanremo. A proposal that would give new life to the idea of a public service as a great orchestrator of family audiences and professional channels, giving the country’s talents an incubator and a partner.

 

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Michele Mezza

Michele Mezza

Michele Mezza, giornalista, saggista e docente universitario. Una lunga carriera in Rai, prima ck e inviato all’estero (Urss e Cina) poi come responsabile di sviluppo di progetti tecnologici. Fra l’altro ha ideato e realizzato il progetto del primo canale All News della Rai, Rainews24. Ora insegna epidemiologia sociale presso l’Università Federico II di Napoli.Collabora con Testate e Blog fra cui Huffington Post. Dirige la comunità digitale Mediasenzameditori.org. Ha scritto vari testi fra cui, sempre per l’editore Donzelli, Avevamo la Luna (2013), Algoritmi di Libertà ( 2016), Il contagio dell’Algoritmo ( 2020), Caccia al Virus, con Andrea Crisanti, nel 2021; ed infine Net War ( 2022).

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