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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Giuliano Zanchi, Lo spirituale dell’arte. Estetica e società nell’epoca post secolare, Milano, Editrice Bibliografica, 2023

Gli ultimi libri di Giuliano Zanchi configurano un’avvincente trilogia dell’esilio. Ne La bellezza complice si descriveva come alla voragine aperta dalla morte di Dio e dalla secolarizzazione trionfante grazie al turbo della società dei consumi, si accompagnasse un ricorso generalizzato all’estetizzazione del mondo, come palliativo contro il male di vivere, una rete di protezione per non sprofondare nel Maelstrom del nichilismo, a costo di intendere la bellezza, come farmakon, ossia non più come rivelazione, bensì come cosmesi.

Ne le Icone dell’esilio Zanchi insegue le immagini della devozione popolare che emergono nei periodi di crisi sociale e disorientamento, quando il ricorso alla dottrina appare una prospettiva algida e distante; a partire dalle immagini del Sacro Cuore fino alle contemporanee riproduzioni industriali di immaginette miracolose e Madonne lacrimanti, dove in una marea montante del sentimento popolare, emerge una dinamica bottom up che produce una nuova aura antipodale rispetto alle previsioni Benjaminiane, proprio in ragione della sua diffusione industriale e inflazionaria.

Ne Lo spirituale dell’arte, infine, si sviluppano in forma compiuta ed estesa gli accenni già ben presenti ed anticipatori contenuti nei due precedenti volumi. Per usare le parole dell’autore, “Diversamente da quanto avevano preconizzato le sociologie degli anni Sessanta, gli effetti della modernizzazione che accompagna il dispiegarsi della società secolare, non hanno portato all’estinzione della religione, quanto piuttosto alla sua fuoriuscita dai contenitori tradizionali e al suo riversamento in ogni ambito utile alla vita sociale; al prezzo di una profonda trasformazione”.

Il rifugio degli dei

Segno inequivocabile della trasformazione, rileva Giuliano Zanchi, è la nascita quasi concomitante della Storia dell’arte e della Storia delle religioni, frutto emergente di due estinzioni intrecciate, dal momento che la Storia rappresenta il contenitore culturale della raccolta differenziata dove riporre tutto ciò che non riveste più una funzione vitale nella società. Se l’arte da parte sua sembra imboccare una traiettoria già ben preconizzata da Nietzsche, rinunciando alla ricerca della bellezza e affrontando la bruttezza della verità e gli orrori della realtà con una postura superomistica dell’eroe che affronta nudo tutte le galaverne e i rigori del mondo (sollecitando un confine sottile al di là del quale albergano i supereroi della Marvel), gli dei, al restringersi progressivo delle nicchie ecologiche della religione, sempre più minacciata da una secolarizzazione che rende quasi ingenuo e poco conveniente parlare di spiritualità, vagano in cerca di altre dimore, in una diaspora che porta a trovar rifugio nelle strutture espositive, nei musei e nelle mostre, con liturgie strutturalmente simili agli occhi di un antropologo,  anche se traslate rispetto all’ambito religioso, dove, in compenso, il parlare non più della spiritualità, ma dello “spirituale” rientra nella convenzione del discorso culturale elevato, accettabile in società e scevro da ingenuità fortemente marginalizzate da una razionalità più retorica che praticata.

Durante un’intervista, alla domanda se fosse credente o meno, il grande Vittorio Gassman rispose che Dio era per lui un’esigenza estetica.

E l’estetica si apre oggi come rifugio possibile e accogliente degli dei in esilio.

Dell’incomprimibilità dello spirito

La trattazione dettagliata dei fenomeni e degli esempi nelle pagine del libro evoca una metafora fisica, a una sorta di legge di incomprimibilità dello spirito; pressata da una società ormai post-secolare e da un materialismo largamente dispiegato, la spiritualità si diffonde attraverso misteriosi vasi comunicanti conservando la sua forza in altri ambiti, primo fra tutti il mondo dell’arte: caso paradigmatico, la sacralità assunta dalle opere d’arte, dalle mostre e dai musei cui fa da contraltare il biglietto d’ingresso nelle chiese e nei luoghi di culto che conservano importanti testimonianze di arte sacra. La pala, l’affresco, il ciclo pittorico, da oggetto cultuale e di devozione a patrimonio culturale, a dimensione spirituale nidificata nel capolavoro artistico.

Se si sorvola sul nulla si crea (di cui diremo dopo) viene in mente il Lavoisier del nulla si distrugge ma tutto si trasforma, nell’individuazione di una dimensione dello spirituale, al di là delle forme specifiche e delle rappresentazioni che assume nella storia, come fondamentalmente incomprimibile e imprescindibile. I percorsi carsici indotti dalle trasformazioni dispiegano altrove questa dimensione ma sempre con grande potenza e visibilità.

La seconda settimana della creazione

La creazione per secoli è stata il sacello della sacralità, il suo nome riservato rigorosamente alla descrizione della Genesi, separata irreversibilmente da ogni altro avvenimento da un giorno di riposo.

Fidia e Prassitele esercitavano una techne, Michelangelo, e Leonardo erano artigiani, e proprio Leonardo si spese per innalzare le arti visive almeno al livello della poesia. Ma nessuna sacralità creatrice, ancora.

Oggi, cinque secoli dopo, tutto è creazione, anzi creatività; creatori sono i designer, gli artisti (ça va sans dire), i pubblicitari, gli scenografi, i vetrinisti, gli stilisti, i visagisti, i registi, i cartoonist e un’altra lunghissima teoria di professioni. La sacralità della creazione il cui termine “ha sempre indicato sia il processo generativo mediante il quale si attribuiscono a Dio le intenzioni legate all’esistenza del mondo, sia il risultato di questo processo” si trasferisce a una molteplicità di attività del quotidiano, alla produzione artistica innanzitutto, ma anche, e non senza qualche acciacco, a moltissime attività dove sia richiesta una capacità di problem solving e di rappresentazione seduttiva. Giustamente Zanchi parla della pubblicità come forma d’arte contemporanea, e cita un passaggio illuminante di Sloterdijk: “A partire dal momento in cui gli esseri umani hanno cominciato a mettersi al lavoro nel modo che è tipico dell’Occidente, è cominciata la seconda settimana della creazione. Solo un’umanità caduta e cacciata poteva far avverare l’idea di fare più del Dio della Genesi. Il peccato originale si trasforma in produttività, la catastrofe metafisica dell’uomo innesca un processo ipergenetico. L’uomo è il Dio della seconda settimana della creazione”.

Largamente immemori della prima settimana, e solo parzialmente scusati dal non avervi assistito personalmente, viviamo pienamente nella seconda settimana della creazione.

Distanti dalla spiritualità religiosa, ci godiamo lo spirituale dell’arte in compagnia di un aperitivo ai vernissage delle mostre o durante una visita guidata al museo che rischia di divenire una modalità esistenziale di interazione con il mondo: la visita guidata tracima dal museo e investe i siti archeologici, i distretti dell’enogastronomia e le itineranze turistiche, assurgendo al livello di modalità ordinaria di disvelamento dei valori e del loro portato di spiritualità, piccolo o grande che sia.

Uno spirituale vagante e ubiquo

È proprio di questa fase post-secolare e postmoderna il privilegiare la dimensione orizzontale della conoscenza e dell’esperienza rispetto a quello della profondità, dell’approfondimento, del paradigma. È un dato di fatto, non un giudizio, e neppure una nostalgia. Lo spirituale non è più oggetto monopolistico delle religioni ma si diffonde e produce aura attorno a creatori non più divini, bensì umani, a volte persino troppo umani. E, tuttavia, continua a essere una dimensione non eludibile, anche nei suoi vagabondaggi e nelle sue ubiquità. Giuliano Zanchi esplora queste dinamiche sociologiche senza accettarne lo scetticismo radicale che implicano, bensì evidenziando come più in profondità di questo processo sostitutivo, agisca la dimensione estetica come reale ambito di percezione trascendente. A fianco alla dimora storica e alla residenza anagrafica nel cuore della religione, che comunque permane, occorre conoscere e seguire la dimensione trascendente dello spirituale implicata anche da questi nomadismi, perché ne va della nostra performance esistenziale, nonché della nostra possibilità di comprendere il mondo senza ridurlo a una silhouette e di descriverlo alle prossime generazioni all’altezza della complessità e delle turbolenze che continuiamo ad avvertire sotto ogni superficie.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

Giuliano Zanchi, la Bellezza Complice. cosmesi come forma del mondo, Milano, Vita e pensiero, 2021

Giuliano Zanchi, Icone dell’esilio. Immagini vive nell’epoca dell’arte e della ragione, Milano, Vita e pensiero, 2022

Giuliano Zanchi, Lo spirituale dell’arte. Estetica e società nell’epoca postsecolare, Milano, Editrice Bibliografica, 2023

ABSTRACT

This is the third book of a trilogy devoted to understanding the great societal changes and the migrations of the spiritual dimension, starting from Nietzsche’s well-known statement about the Death of God. If in the first book of the trilogy, the accomplice Beauty, the aesthetic dimension plays the role of covering and hiding the existential Maelstrom opened by Death of God, in this last volume of the trilogy, the focus is on the exile of gods and the shift of the spiritual dimension toward arts, exhibitions, and museum, now assigned of forms of devotion and liturgies, once proper of the religion. The term “creation” was restricted in the past to the beginning of the world and the action of God; it’s now used for a countless variety of activities, from advertising to arts, to architects, designers, craftsmen, hair stylists, and window dressers. It is the “second week of creation,” according to Sloterdijk’s statement. The first week is over; in the second one, we profit from this spread of spirituality from the arts to the rest of the world. The guided tour exits from the museum’s rooms and becomes an existential way of life. Giuliano Zanchi explores these societal dynamics without accepting the radical skepticism implied, underlying, on the contrary, how the aesthetic dimension represents – deeper in this shift – a real context of transcendental perception.

 

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Luca Dal Pozzolo

Luca Dal Pozzolo

Architetto, è Direttore dell’Osservatorio Culturale del Piemonte. I suoi ambiti di ricerca riguardano le politiche culturali e la programmazione territoriale, i beni culturali e lo sviluppo locale. È stato visiting professor in diverse università in Francia, Belgio e Spagna. Ha pubblicato numerosi libri e articoli sui temi dell’economia della cultura, della programmazione culturale e della progettazione urbana. Insegna inoltre presso il Politecnico di Torino.

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