LA SVOLTA ANTROPOLOGICA E IL DECLINO DEL DESIDERIO
Nel mainstreaming della comunicazione è rimbalzato un passaggio del 59° Rapporto Censis 2025: l’Italia è entrata nell’età selvaggia, tempo del “ferro e del fuoco, di predatori e di prede”, dove la violenza e la prevaricazione illimitata prevalgono sul diritto e sul progresso illuminato [1].
La diagnosi è descrittiva e cinica: se negli anni precedenti l’analisi si concentrava sulle conseguenze economico-sociali della crisi (finanza, debito, divari di classe), oggi la svolta è segnata dall’abbandono della razionalità economica a favore di una prospettiva che riconosce l’irrazionalità e l’antropologia come veri motori della storia. È il Censis stesso ad affermare che “non è l’economia da sola a guidare i grandi processi”, ma sono i “caratteri antropologici” (paure, miti, fanatismi ideologici) a costituire la forza motrice.
Siamo usciti dalla comunità del rancore dei primi anni Duemila, caratterizzata dalla degenerazione del desiderio in egoismo proprietario e paura del declassamento. L’Italia dei rancorosi era un Paese che, pur nella sua tossicità, combatteva e manifestava un eccesso di energia negativa che la politica doveva saper incanalare [2].
La crisi che stiamo vivendo è per il Censis la conseguenza di un vitalismo irrazionale che ha soppiantato la “fiducia ragionevole in un illuminato e impersonale progressismo liberal”: l’Italia ha smesso di guardare al futuro per concentrarsi sulla sua mera capacità di esistere nel presente.
La società italiana contemporanea è intrappolata nel declino del desiderio di futuro. In questo scenario, l’energia sociale, anziché essere proiettata in avanti per generare nuove opportunità, viene impiegata per la difesa dell’esistente. Il Paese si attesta su un “ritorno ai fondamentali” [3] di natura meramente protettiva. Questa ritirata nel presente, pur garantendo una resilienza immediata e limitando gli urti delle crisi geopolitiche, congela la mobilità sociale e blocca ogni slancio progettuale. L’orizzonte si restringe, la progettualità collettiva scompare e la società si ritira “a guscio” nella convinzione che basti resistere per sopravvivere.
WELFARE FAMILISTA, CULTURA E DISUGUAGLIANZE
Con questa cornice interpretativa, il Rapporto Censis 2025 analizza il welfare per sostenere che la crisi non è solo un mero problema di scarsa spesa pubblica (un dato stabile del welfare italo-mediterraneo [4]), ma un problema di qualità della vita e di fragilità antropologica.
Siamo un Paese di “immortali” (over 65 al 24,7%) che vive a lungo (aspettativa di vita media 83,4 anni), ma male. Il BES ISTAT 2024 documenta che la speranza di vita in buona salute (HLE) si ferma a circa 58,1 anni [5]. La società italiana sta vivendo un declino di civiltà: “il desiderio di prolungare l’esistenza e di sfuggire alle malattie non si traduce in un sistema di assistenza e di cura sostenibile”. In questo senso, il problema è avere trasformato la longevità in un “peso economico e sociale insostenibile, innescando una polarizzazione tra chi può permettersi servizi privati e chi si affida unicamente alla resilienza familiare”.
La metafora dell’autonoma difesa immunitaria descrive una società che si salva da sola, senza un’azione coesa dello Stato. Ma questa ritirata è anche culturale: il Censis evidenzia come il collasso della progettualità sia alimentato da una vera e propria deprivazione di senso. L’unica difesa rimasta è rappresentata dal “regime di welfare familista” (con il 43,2% dei pensionati che aiuta i parenti), che però si accompagna a un preoccupante disinvestimento simbolico. La cultura, nel 59° Rapporto, emerge come la grande assente della coesione: laddove mancano spazi di elaborazione culturale, il welfare si riduce a mera sopravvivenza biologica. Il fallimento si manifesta nella disuguaglianza territoriale certificata dai divari di aspettativa di vita (3 anni tra Nord e Sud) e dalla polarizzazione del welfare tra regioni best e worst (divario di 23,6 punti [6]). In questo scenario, la povertà culturale diventa il moltiplicatore delle altre disuguaglianze: senza un’infrastruttura culturale che riattivi il desiderio, il welfare familista resta un guscio protettivo ma sterile, incapace di generare futuro.
LAVORARE FACCIA A FACCIA CON IL PRESENTE
Ha probabilmente ragione il sociologo Luca Pesenti quando, nel commentare il Rapporto Censis 2025, sostiene che “dobbiamo prendere atto di essere usciti definitivamente dal ‘900” [7].
È in questa direzione che Il Censis chiede alla politica di lavorare “faccia a faccia con il presente”. Non un governo debole, ma un governo che si cali nella realtà contingente, trasformando la mera resistenza sociale in un’azione politica fertile: “…lavorare faccia a faccia con il presente diventa il lato positivo e fertile di un governo ibrido dello sviluppo. Una politica ibrida che non abbia visioni astratte del futuro e si tenga vicina alle dinamiche sociali di rigenerazione interna”.
La sfida allora non è più soltanto quanto spendere, ma come e dove agire. Il cambio di paradigma delle politiche pubbliche di welfare deve essere il passaggio dalla logica redistributiva a quella generativa.
Il consenso su questa architettura concettuale è totale tra gli studiosi di Economia Sociale e delle politiche di welfare generativo: Magatti e Giaccardi identificano nella generatività sociale l’unica via per ricostruire la libertà [8]; Venturi e Zandonai dimostrano che l’innovazione sociale deve sempre creare “spazio al desiderio” [9]; Maino insiste sulla sussidiarietà circolare (o co-amministrazione) come modello di governance istituzionale per rendere operativa la generatività [10].
Tuttavia, l’applicazione del paradigma generativo rimane per lo più confinata in laboratori di innovazione o eccellenze locali e i territori non vedono ancora un cambio di paradigma strutturale. I progetti virtuosi restano spesso modelli isolati e il sistema, nella sua maggior parte, è ancora ancorato alla logica della mera esternalizzazione e della gara d’appalto, senza quel salto di qualità sistemico che trasformerebbe la sussidiarietà circolare da eccezione a regola.
LA CULTURA COME INFRASTRUTTURA DELLA GENERATIVITÀ
Il vero blocco non è di natura finanziaria, ma risiede in una miopia che non osa tradurre l’architettura concettuale della generatività in prassi strutturale. La transizione del Welfare State non ha ancora prodotto nuovi modelli perché manca la consapevolezza che la generatività necessita di una base culturale profonda: non c’è rigenerazione sociale senza una “infrastruttura dello spirito” che riabiti i luoghi e le relazioni.
Occorre pluralizzare il welfare e rendere effettivamente obbligatorio per la Pubblica Amministrazione l’utilizzo degli strumenti di governance – e in particolare della co-amministrazione – non come adempimenti burocratici, ma come atto politico. Lo Stato deve smettere di essere solo un “erogatore di prestazioni” per farsi abilitatore di energie. In questo scenario, il 59° Rapporto Censis suggerisce che la vera sfida è ricostruire l’immaginario collettivo: la cultura non è un accessorio del tempo libero, ma la precondizione per la cittadinanza. Il desiderio – sostiene Paolo Venturi – ha bisogno di “ecosistemi che lo nutrano: comunità, organizzazioni, luoghi di lavoro, politiche pubbliche” [11].
La cultura diventa così welfare culturale, l’unico strumento capace di disinnescare quella “età selvaggia” descritta dal Censis, trasformando il timore dell’altro in riconoscimento reciproco.
La posta in gioco è smettere di confondere il welfare con il solo sostegno ai bisogni primari. Un approccio generativo restituisce alle persone la libertà di desiderare. Ecco perché l’innovazione sociale non è mai solo risposta a un bisogno: è sempre spazio al desiderio. Senza questa consapevolezza, il rischio è trasformare il sociale in un mero centro di riparazione dei danni, privo di qualsiasi forza rigeneratrice.
Affinché la generatività si traduca in realtà, è imprescindibile che l’Amministrazione Pubblica riconosca e strutturi la co-amministrazione con il Terzo Settore come prassi ordinaria. Integrare la dimensione culturale e sociale nella gestione dei territori è l’unica via per sfuggire all’immobilismo del presente e riportare l’orizzonte del futuro al centro della missione del Paese.
NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
[1] Censis (2025), 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025, Presentazione: Roma, 5 dicembre 2025. Link [2] Bonomi A. (2008) Il rancore. Alle radici del malessere del Nord, Milano, Feltrinelli. [3] Bonomi A. (2018), Nel labirinto delle paure, Torino, Bollati Boringhieri. [4] Nisticò, A. (2025). Il Welfare Italo-Mediterraneo nel contesto dell’Europa Sociale, in “Nomos”, n. 2/2025. Link [5] ISTAT (2025), Rapporto sul Benessere equo e sostenibile in Italia, BES 2024. Link [6] Think Tank Welfare, Italia (Ambrosetti). Rapporto 2025. Link [7] “Giovani, Europa, welfare: non diamo a Trump il monopolio dell’annuncio” di Nicola Varcasia in Vita.it, 6 Dicembre 2025. Link [8] Giaccardi C., Magatti M., Generare libertà. Accrescere la vita senza distruggere il mondo, Bologna, Il Mulino. [9] Venturi, P., Zandonai F. (2024). Spazio al desiderio. Il potere delle aspirazioni per generare innovazione e giustizia sociale, Milano, Egea. [10] F. Maino (a cura di) (2024), Agire insieme. Coprogettazione e coprogrammazione per cambiare il welfare, Sesto Rapporto sul secondo welfare in Italia, Bologna, Il Mulino. [11] Venturi, P., Zandonai F. (2024). Spazio al desiderio. Il potere delle aspirazioni per generare innovazione e giustizia sociale, Egea.ABSTRACT
The 2025 Censis Report reveals an “immortal” yet fragile Italy, where familist welfare fills the institutional void. This article explores how the decline in future-oriented thinking is linked to profound cultural and anthropological deprivation. The author advocates for a shift towards “social generativity” and “cultural welfare” to move beyond a purely reactive logic. By implementing co-administration between the State and the Third Sector, it is possible to transform the management of needs into a collaborative creation of meaning, bridging inequalities and reigniting collective hope.
