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Intervista del Ministero della Cultura ad Alessandro Roccatagliati, direttore delle attività scientifiche dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma, sui documenti riguardanti la produzione originaria di Aida e sulle novità che attendono l'opera di Verdi, a cominciare dalla mostra che verrà organizzata dal Museo Egizio di Torino

È il 28 ottobre del 1971. Mario Medici, direttore dell’Istituto di Studi Verdiani, capisce subito che il fortuito incontro di qualche mese prima con Saleh Abdoun, soprintendente del Teatro Khediviale dell’Opera del Cairo, si è trasformato in un indissolubile legame, che unirà per sempre Parma, la città egizia e Giuseppe Verdi. Perché quella mattina del ’71 un incendio distrugge completamente il teatro cairota: sopravvivono soltanto due statue. Cosa c’entra tutto questo con Aida? Lo racconta a Fulvia Palacino – dell’ufficio comunicazione del ministero della Cultura – Alessandro Roccatagliati, professore di Musicologia e Storia della musica all’Università di Ferrara e direttore delle attività scientifiche dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma, esperto di opera italiana dell’Ottocento.

Perché fu così importante il contatto tra l’Istituto che ora lei dirige e il teatro cairota?

“Nel maggio 1971 Medici apprese per la prima volta, un po’ per caso (sua moglie, turista al Cairo, aveva conosciuto il colonnello Abdoun), che il teatro cairota possedeva numerose lettere e immagini mai viste fino ad allora: documenti che custodivano tanti particolari sin lì ignoti riguardanti la produzione originaria di Aida. Dopo un incontro con Abdoun avvenuto all’Istituto di Parma nell’estate seguente, si stipulò con lui un contratto per giungere entro alcuni mesi, in occasione del centenario, alla pubblicazione integrale di quei materiali. Una volta tornato in patria Abdoun, anche grazie al supporto dell’Istituto, realizzò e spedì i microfilm e le fotografie necessari per la pubblicazione del nostro Quaderno n. 4. Ma mentre le bozze erano in preparazione, con le riproduzioni dei documenti ormai acquisite al patrimonio di Parma, il teatro del Cairo andò a fuoco. Un telegramma dalla capitale egiziana comunicò che quel materiale non esisteva più, andato in fumo insieme alle strutture dell’edificio. Ma la memoria era salva, nelle mani dell’Istituto di Studi Verdiani. E quel contatto fortuito tra i due interlocutori divenne all’istante una vera e propria scialuppa di salvataggio per tutto il prezioso materiale che, seppur distrutto nella sua consistenza originale, era ormai stato trascritto, trasferito su altri supporti, memorizzato con gli strumenti disponibili all’epoca”.

Quali documenti sono stati salvati?

“Alcune fotografie di elementi di scena e soprattutto le immagini di una cinquantina di lettere relative all’organizzazione della ‘prima’ di Aida, andata in scena al teatro cairota nel dicembre 1871: lettere dell’impresario del Cairo a Verdi, alcune a firma del maestro, altre dell’egittologo Auguste Mariette, altre ancora scritte dai primi interpreti. Un cospicuo carteggio, insomma, che tanto ha rivelato sulla nascita di Aida da ogni punto di vista, creativo ma anche logistico-produttivo”.

Come ufficio comunicazione tanto abbiamo cercato il primo manifesto della première al Cairo, senza successo. La sua mancanza potrebbe forse avere a che fare con l’incendio del ’71?

“Mai capitato di vederlo riprodotto, quell’oggetto, né ne scrissero alcunché Medici e Abdoun nel 1971. Posto che sia esistito, è lecito ipotizzare che il manifesto della prima al Cairo sia di fatto introvabile proprio a causa dell’incendio, che potrebbe averlo distrutto. Non possiamo tuttavia escludere che da qualche collezione, magari cairota, possa un domani saltar fuori…”.

Di cosa si occupa oggi l’Istituto Nazionale di Studi Verdiani?

“L’Istituto è partecipato fin dalla fondazione dal Ministero della Cultura, oltre che dai Comuni di Parma e Busseto, e ha come unico e importante socio privato la famiglia Carrara-Verdi. È attivo da più di 60 anni e fu Pierluigi Pietrobelli, successore di Mario Medici (dal 1980 al 2012), a inserirlo nella rete degli enti di ricerca musicologici internazionali, tra cui il confratello American Institute of Verdi Studies di New York. Risultato maggiore di questa collaborazione sono gli Atti del convegno del Centenario della morte di Verdi, nel 2001, che si svolse proprio a cavallo tra Parma e New York. Fondamentale per l’Istituto è la sua biblioteca, punto di riferimento per gli studi su Verdi, che conserva la bibliografia più completa sul maestro e alla quale si affianca l’altrettanto esaustivo archivio di riproduzioni della sua corrispondenza. La grande attenzione che l’Istituto pone verso il digitale ha fatto sì che quest’ultima collezione sia stata da tempo digitalizzata, al pari di altri patrimoni dell’Istituto. Così, entro qualche mese – con le dovute attenzioni per la tutela dei diritti d’autore e di proprietà – sarà per noi possibile rendere disponibili online sezioni significative dei nostri quattro archivi digitali: quello appunto delle corrispondenze verdiane, ma anche quelli relativi all’iconografia verdiana, alla sua fonografia storica e alla videografia di allestimenti scenici verdiani degli ultimi trenta-quarant’anni. E poi ci sono le pubblicazioni: varie collane (le si può esplorare sul nostro sito: www.studiverdiani.it) e la rivista “Studi verdiani”, che esce ininterrottamente sin dai primi anni ’80 e che sta per pubblicare un articolo di fondamentale importanza proprio su Aida”.

Vostre attività in particolare su Aida?

“Date queste nostre caratteristiche, alcuni mesi fa siamo stati contattati dal Museo Egizio di Torino che, in occasione dei 150 anni di Aida, dedicherà una mostra all’opera a partire dal proprio speciale punto di vista, quello egittologico. L’esposizione vede insieme, oltre a noi, l’Archivio Storico Ricordi; e abbiamo avuto gran piacere, sin dalla primavera 2021, nel prestare ai curatori dell’Egizio informazioni, materiali documentari, scritti d’argomento e, da ultimo, anche un mazzetto di podcast: una collaborazione tanto felice che ci riempie di soddisfazione. In merito ad Aida, stiamo poi lavorando sia in ambito scientifico sia in quello divulgativo. Sul primo piano rimane importantissima una questione che è stata all’ordine del giorno già negli anni passati, cioè la piena disponibilità per gli studiosi dei materiali verdiani che erano allora a Villa Sant’Agata, di proprietà della famiglia degli eredi. Non a caso stanno emergendo proprio di recente rilevanti novità sul processo creativo di Aida, indagate da uno dei più grandi esperti odierni sul teatro verdiano, Fabrizio Della Seta, già professore nel Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali, Università di Pavia. Grazie infatti all’acquisizione di quei fondamentali materiali da parte del Ministero della Cultura, Della Seta ha potuto stilare un primo ampio saggio sugli autografi preparatorii di Aida. Lo pubblicheremo appunto sul numero 30 della nostra rivista, tra gennaio e febbraio 2022”.

Di quali documenti parliamo di preciso?

“Sono gli abbozzi musicali di Verdi, ovvero pagine di musica di mano del maestro ove egli annota e in parte sviluppa le idee che confluirono poi nella partitura finale. Questi materiali si conservano ora sotto l’egida della Direzione Generale Archivi del MiC, custoditi e consultabili all’Archivio di Stato di Parma. Un patrimonio di indubbio interesse che, come dicevo, gli studiosi hanno potuto analizzare soltanto in questi ultimi anni. A esso si è in seguito unita l’imponente collezione delle corrispondenze verdiane, che pure già fu per decenni a Sant’Agata presso i Carrara-Verdi; e su questa vasta sezione, altrettanto fondamentale, sarà presto attivata una campagna di inventariazione, catalogazione e digitalizzazione analoga a quella già svolta sugli abbozzi musicali. Tornando però a questi ultimi, è indubbio che le nuove prospettive aperte dagli studi recenti su di essi rappresentano un grande passo avanti per la ricerca scientifica su Aida. E vanno a costituire, così come nel caso di molte opere verdiane tarde, le basi imprescindibili di un altro importante progetto: la realizzazione dei restanti volumi della Edizione critica delle opere di Giuseppe Verdi, impresa che vede da anni il lavoro congiunto di Casa Ricordi e University of Chicago Press”.

Possiamo dare qualche anticipazione sulle nuove scoperte?

“Deontologia mi obbliga a non anticipare il contenuto dell’articolo di Della Seta. Ma se possiamo dire che già conoscevamo abbastanza bene il processo creativo di Aida dal punto di vista dei rapporti tra Verdi e il suo librettista Ghislanzoni – una serie di lettere fondamentali erano già note dal 1913, e meglio ancora da inizio anni ’70 – la novità è legata a ciò che ora possiamo vedere Verdi fece concretamente in musica, con le sue note”.

In proposito, la bellissima notizia è che alcuni degli abbozzi conservati all’Archivio di Stato di Parma saranno per la prima volta visibili al pubblico dal vivo nella mostra al Museo Egizio. Ma oltre a questo importante saggio, ci sono in cantiere altri progetti su Aida?

“L’altro importante progetto che sta per vedere la luce, possibile grazie alla sinergia con il MiC, si colloca nell’ambito della Edizione Nazionale dei Carteggi e dei documenti verdiani. A parte che stiamo per uscire, a settimane, con la riedizione del Carteggio Verdi-Cammarano, integrato da un mazzetto di lettere importantissime che fu acquisito dal Ministero stesso qualche anno fa, ben più specifico sul centocinquantenario di Aida è un altro progetto: ci tengo a dire che è in avanzato stato di produzione l’edizione del Carteggio Verdi-Ghislanzoni. Imperniato com’è al 70% sul processo creativo dell’opera “egizia”, esso vede al lavoro da qualche tempo Ilaria Bonomi, Edoardo Burioni e Marco Spada – italianisti e musicologi – e contiamo di pubblicarlo nell’arco del 2022, sempre sotto l’egida dell’Edizione Nazionale dei Carteggi”.

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