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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Intervista a Gabi Scardi per riflettere sull’evoluzione del rapporto tra arte negli spazi pubblici e trasformazione sociale
© Photo by Francesca Marconi. “Corpi fanno paesaggio”, una mostra diffusa a cura di Gabi Scardi

L’artista Daniel Buren definiva la strada come “un terreno da conquistare” e non dunque un terreno neutrale: l’arte nello spazio pubblico si muove in tale direzione, scegliendo di prendere le distanze dai luoghi istituzionali finalizzati all’esposizione e conseguentemente alla musealizzazione dell’arte.

Nel 2011 viene pubblicato il volume “Paesaggio con figura” che vede Gabi Scardi – autrice, curatrice, critica e docente – riflettere sul rapporto che intercorre tra arte, sfera pubblica e trasformazione sociale.

A dieci anni dall’uscita del libro, e in occasione delle giornate di studio su Arte e spazio pubblico, promosse dalla Direzione generale Creatività Contemporanea del Ministero della cultura e dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali per condividere pubblicamente gli esiti della riflessione avviata – con l’omonimo progetto – sull’arte contemporanea nello spazio pubblico in Italia, abbiamo posto alcune domande a Gabi Scardi, con l’intento di approfondire il rapporto tra opera pubblica, luogo, tempo, soggetto e istituzione.

Se frutto di una processualità ben curata, ponderata, studiata, l’opera nello spazio urbano può assurgere alla funzione primaria dell’arte di allontanarsi dalla comfort-zone dell’immediata fruizione e invitare lo spettatore, o in questo caso, il Flâneur, a imbattersi in quella che Walter Benjamin definiva una “fruizione distratta”, dove per distrazione non si intende disattenzione, ma meraviglia della casualità.

Sono trascorsi dieci anni dal volume “Paesaggio con figura. Arte, sfera pubblica e trasformazione sociale” (2011) Uno dei principali obiettivi del libro è stato quello di riuscire a cogliere nell’operato dell’artista un’adesione alla realtà che conduce verso una condivisione. Che cosa è mutato da allora?

La domanda si presta a molteplici risposte. Di dieci anni fa resta anzitutto, in molti artisti, la propensione ad aderire alla realtà e di accompagnare, con il loro messaggio emancipatorio e con un’attitudine processuale, progettuale, generativa, i cambiamenti in corso. Molto però è cambiato, necessariamente: l’arte è sempre in divenire; e quando nasce da un impegno nei confronti del contesto non può che co-evolvere insieme al contesto stesso. Evidentemente non mi riferisco solo al contesto fisico, ma agli interlocutori a cui si interessa e si rivolge, e delle cui energie si nutre: una successione di soggetti che cambiano nel tempo – si tratta di generazioni di cittadini – ed è chiaro che le opere stesse, nell’inglobarne i desideri, le necessità, l’azione, mutano a loro volta.

Inoltre se interessarsi alla sfera pubblica significa intersecare tematiche condivise, oggi alcune questioni appaiono assi più cogenti di quanto non apparissero dieci anni fa; le tematiche ambientali e quelle postcoloniali, per esempio, hanno acquistato rilevanza a fianco a quelle sociali, di abitabilità dei luoghi, di rappresentanza di genere, di inclusione della diversità che già erano centrali. I centri interni si sono rivelati non meno cruciali delle aree urbane.

Tra i diversi cambiamenti tangibili avvenuti in questo ambito di ricerca nell’arco del decennio alcuni sono estremamente positivi; questo modo di concepire l’arte non solo si è radicato sempre più tra gli artisti, ma è ora riconosciuto anche a livello delle istituzioni; basti pensare, per esempio, alla ricerca sull’Arte nello spazio pubblico lanciata recentemente dalla  Direzione generale Creatività Contemporanea del Ministero della cultura insieme alla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali; o al fatto che il Comune di Milano ha recentemente istituito un ufficio dedicato ai progetti “pubblici”: una risposta al fatto che, per chi voglia attivare iniziative artìstiche sul territorio, uno dei problemi più seri può essere  la complessità di individuare interlocutori istituzionali e di avviare con loro un dialogo, e di muoversi all’interno di situazione normative in cui le pratiche dell’arte faticano a trovare spazio di azione.

Esistono d’altra parte nuove criticità, legate ai mutamenti della realtà che viviamo.

In particolare, ritengo che un mutamento radicale abbia investito il concetto di partecipazione. Vi ha contribuito massicciamente il web, che induce una partecipazione a portata di click: veloce, anche a scapito dell’attenzione e della concentrazione e, in molti casi, della sostanza; in grado di offrire soddisfazione immediata, non importa se effimera.

Questo abito mentale rappresenta una sfida per artisti orientati a calarsi nel vivo delle dinamiche urbane, del tessuto sociale e delle sue trasformazioni; scelta incompatibile con la velocità, con la replicabilità, con un’appetibile facilità. Rispetto a dieci anni fa, è diventato meno ovvio associare al concetto di partecipazione quello di una condivisione pregnante, profonda e a lungo termine.

Nel 1934 John Dewey, all’interno del volume Arte come esperienza, attribuiva alla ricerca artistica la capacità di conferire significato, consapevolezza, senso di apertura all’esistenza. L’arte, spiegava Dewey, dà vita a un’esperienza che ci consente di coltivare la nostra capacità empatica proprio in termini di condivisione, di partecipazione. Stimola a connettersi realmente gli uni con gli altri.

Se vogliamo pensare che l’estetica si possa fare “pubblica” e possa avere un ruolo centrale nella vita delle persone, la sfida è proprio immaginare interventi densi, stratificati, in grado di accogliere le inclinazioni sensibili degli individui, fragilità, incertezze e contraddizioni comprese. Capaci di resistere alla tendenza alla semplificazione e alla velocità, di tenersi ai margini della comfort-zone di cui parli. Il loro ruolo è di spingere l’interlocutore ad arrischiarsi su un terreno poco sicuro, dove si potrebbe trovare qualcosa, qualcosa di importante, prezioso, ma non è ancora chiaro cosa. Proprio l’atteggiamento interrogativo genera negli artisti la forza propulsiva e l’intento progettuale e costruttivo che con il libro Paesaggio con Figura intendevamo avvalorare.

L’incertezza dell’artista di fronte a una realtà fragile e complessa, così come la nostra incertezza davanti all’opera, è un elemento da valorizzare.

Arte e revisione storica. Democrazia. In questo scenario di profondo cambiamento, qual è l’importanza che assume il monumento per la costruzione della storia e della forma della città, e come spiegare il fenomeno reazionario che spesso si verifica “contro il monumento” stesso?

I gesti di attacco rispetto a un’opera pubblica possono avere matrici molto diverse. Credo che raramente si tratti semplicemente di azioni reazionarie. Possono piuttosto essere atti irrazionali oppure prese di posizione, più e meno ponderate, rispetto a opere, e a maggior ragione a monumenti che rivestono il ruolo di simboli per eccellenza; è il caso della rimozione dei monumenti nell’ambito del movimento Black Lives Matter; con le statue abbattute a provare che il loro potenziale, in termini di trasmissione di significato, non svanisce, tutt’altro: si conserva nel tempo; proprio per questo può finire per deflagrare nei momenti in cui le sensibilità si acuiscono.

Detto questo, quando collochiamo un’opera nello spazio pubblico cittadino l’opera diviene appannaggio di tutti gli abitanti della città, con le loro tensioni, non soltanto con la capacità di apprezzare.

La domanda è: cosa si può fare perché per i cittadini l’opera d’arte diventi l’oggetto non solo di una reazione, ma di un’interlocuzione dialettica più profonda? Anzitutto occorre che l’opera sia sintonizzata sul presente, che si rivolga ai cittadini con il reale intento di comunicare. Questo dipende dall’artista e di coloro che lo affiancano nella realizzazione. Ma fondamentale è anche il tema della presa di coscienza che può passare attraverso l’educazione. Ritengo inoltre che nell’integrazione delle opere d’arte nella vita delle città abbiano un ruolo centrale le istituzioni, che possono fare molto per facilitare nel cittadino la consapevolezza di essere depositario dell’opera, e quindi il dialogo tra l’opera stessa e gli individui.

Va quindi fatto un lavoro culturale affinché un numero sempre più ampio di persone possa comprendere il senso di quelle opere che sono loro; sarà poi più facile che scelgano di prendersene cura.

Ricorrente l’esempio della metropolitana di Napoli Metro Art Napoli – Le Stazioni dell’Arte, inaugurato nel 2001; anche se molti altri esempi si potrebbero fare.

L’iniziativa è stata promossa dall’amministrazione comunale al fine di riqualificare diverse aree della città. Sotto la direzione artistica di Achille Bonito Oliva le stazioni della Linea 1 e 6 della metropolitana sono state rinnovate sulla base delle proposte di designer e architetti italiani e internazionali. Oggi contano più di duecento opere realizzate da artisti provenienti da tutto il mondo.

Contro ogni pronostico, queste opere non sono state oggetto di atti vandalici. Sono state infatti percepite e vissute come un dono, un dono capace di arricchire la città. I cittadini se ne sentono investiti e ne vanno fieri, quindi le apprezzano. Hanno scelto di viverle, quelle opere, e le hanno fatte proprie.

Uno dei temi più dibattuti ultimamente è quello del rapporto che intercorre tra arte e rigenerazione urbana: in che termini possiamo discuterne oggi?

I progetti di rigenerazione urbana tendono a innestare il proprio carattere progettuale sul territorio mettendo in campo una pianificazione stringente, tenendo conto di precisi punti di vista, di stili di vita auspicati, di specifici interessi economici. I processi artistici riescono più facilmente a integrare le diverse sfaccettature di una realtà urbana imprevedibile e variegata, contaminata, spesso conflittuale. Questo è possibile grazie a caratteristiche degli artisti quali intuitività, trasversalità, sperimentalità, adozione di prospettive inconsuete, disponibilità ad aderire con elasticità alle situazioni che si presentano. Ho insomma l’impressione che, intercettando le contraddizioni di cui la città e più in generale la realtà si nutrono, l’arte riesca più facilmente a intercettare fragilità, criticità, tendenze ancora inespresse e anche potenzialità sommersi del contesto; tutti aspetti   che altrimenti, sfuggirebbero o verrebbero trascurati. Sottraendosi a un atteggiamento aprioristico essa riesce a far emergere infiniti diversi modi di essere “persone” all’interno della società. Per questa sua capacità di fare appello ai sommovimenti della realtà e alla sua complessità sarebbe importante che arte e urbanistica si potessero integrare, dialogando più e più in profondità di quanto non abbiano fatto sino ad ora.

D’altra parte, se in molti casi è proprio in relazione alle collettività territoriali che gli interventi artistici assumono un senso più pieno e più profondo, ritengo che l’integrazione tra arte e politiche di governance territoriale, così interessante per entrambi gli ambiti, comporti diverse complessità, e anche un rischio: quello di una strumentalizzazione dei progetti artistici. L’arte non deve rinunciare a problematizzare, a provocare cortocircuiti. Deve poter mantenere il proprio carattere antistrumentale, alla facoltà di affrontare la realtà in maniera alternativa e laterale, alla capacità di coltivare sensibilità critica, e di generare anzitutto nuovi modi di vedere. Come già evidenziavo in Paesaggio con Figura può dunque interagire con progetti di rigenerazione territoriale, ma è bene che possa mantenere distanza critica. Proprio così, sulla base di una compartecipazione attiva, ma problematica, l’impegno degli artisti diventa più prezioso.

In che modo, secondo lei, gli interventi artistici possono contribuire alla costruzione di un’immagine della città dando vita a dei luoghi paradigmatici come nel caso di New York?

Mettendo a fuoco dinamiche esistenti in modo da portarle alla coscienza di tutti, e sostituendo uno sguardo nuovo alle immagini già consolidate,

Pensiamo, tra i numerosissimi esempi possibili, a ciò che Barbara Kruger ha fatto nello spazio pubblico a partire daglianni ‘80: ha fatto emergere le dinamiche dell’identità, dello desiderio, la manipolazione a cui gli abitanti delle grandi città sono soggetti per via del linguaggio usato dai mass-media, gli effetti profondi che ha sull’individuo l’invito martellante a un consumismo indiscriminato operato dalla pubblicità: è del 1987, ma ancora oggi potente, il suo I buy, therfore I am proiettato nel tempio della pubblicità a dimensione urbana, Times Square.

Questo è uno dei numerosissimi modi in cui gli artisti invitano gli abitanti della città a interrogarsi senza sosta, a cambiare prospettiva, a sottrarsi al déja vu dell’abitudine e ad acquisire nuove consapevolezze. Non diversamente ha fatto Alfredo Jaar con il suo This is not America (A logo for America) del 1987, commissionato anch’esso, come l’opera di Barbara Kruger, per Times Square dal Public Art Fund per la serie Messages to the Public.

Negli ultimi due anni, in cui siamo stati stravolti dalla pandemia, lo spazio pubblico, così come il fare arte, sono stati al centro di un ripensamento necessario. Qual è la valenza che, in una situazione inedita come questa, l’arte assume nello spazio pubblico?

Oggi, nell’epoca delle grandi incognite, l’arte risulta essere più che mai uno specchio del presente, un modo per riportare gli eventi a una dimensione umana, sottraendoli al mantra fallace della semplicità e della facilità. Credo inoltre che in questo momento l’arte possa fare molto in termini di ripensamento e di riattivazione di un senso di interdipendenza, fra le persone e con l’ambiente e tutti i suoi abitanti, umani e non, di cui la pandemia ha provato la centralità.

Cittadinanza significa appunto relazione, condivisione, interdipendenza. E lo spazio pubblico, che per un certo periodo di tempo è stato interdetto, è tradizionalmente quanto di più esemplificativo rispetto a questi concetti. Lo possiamo considerare come un vero e proprio presidio. Dalla situazione pandemica che abbiamo vissuto deriva senz’altro una maggiore consapevolezza della sua importanza.

Ma sono i progetti nella loro concretezza a poter dire molto sulla possibilità di riconquistare i luoghi pubblici facendo leva su una reale partecipazione.

Porto come esempio il progetto Corpi fanno Paesaggio dell’artista Francesca Marconi: un progetto pubblico per eccellenza e profondamente radicato nella realtà di una zona specifica, che esprime la necessità di tornare a confrontarsi con la dimensione condivisa dello spazio inteso come un insieme, dinamico e composito, di vissuti individuali e di potenzialità. Corpi fanno Paesaggio si compone di immagini che trovano spazio, nella forma di affissioni dai più diversi formati e dimensioni, tutte meticolosamente studiate, sulle facciate dei palazzi, sulle paline alle fermate dei mezzi di trasporto, nelle stazioni metropolitane milanesi di Loreto, Pasteur e Cimiano e su un autobus che, nel suo percorso, attraversa la zona di Viale Padova.

Il progetto nasce da una riflessione e da un rapporto intenso di conoscenza e fiducia coltivato da tempo con gli abitanti di questo quartiere, conosciuto fino a poco tempo fa come quartiere problematico. Dà infatti seguito a Internazionale Corazon, che aveva preso vita nel maggio 2019, e Todes, del 2021. Per quanto riguarda Internazionale Corazon, dall’incontro di Marconi con gli abitanti dell’area erano emersi ritratti di persone che danzano con costumi fatti appositamente realizzare dall’artista sul modello di quelli utilizzati per le danze tradizionali Caporales, comuni a Milano nelle comunità di origine andina. Con Todes, invece, l’artista aveva inoltre raccolto una serie di enunciati capaci di esprimere il fondamento, anche poetico, della percezione del quartiere. Facendo leva sull’energia dell’immaginazione, della parola e della danza Marconi elaborava così il tema del meticciato culturale e di una cittadinanza aperta e inclusiva, avente come piattaforma piazze e strade cittadine. Se danzare la città è infatti asserzione di presenza, oltre che momento di incontro tra comunità, e farlo avendo per scena il territorio urbano è un modo per narrare di sé in relazione al luogo, così anche le definizioni di Via Padova che l’artista ha raccolto presso gli abitanti dell’area, evocano di volta in volta un corpo urbano vivo, che si anima di presenze e di attività, che pulsa di desideri e di necessità.

Dopo il periodo di emergenza pandemica, con i manifesti di Corpi fanno Paesaggio che si espandono in strada restituendo agli abitanti dell’area il loro stesso ritratto, l’immagine di una cittadinanza variegata ma inclusiva torna a far parte integrante del panorama urbano; e con essa la gioia della partecipazione e del protagonismo, individuale e collettivo.

Negli ultimi dieci anni in Italia e nel mondo sono nati numerosi progetti che, come questo, possono contribuire a una comprensione profonda di ciò che accade, nei più diversi contesti. Credo sia fondamentale tornare a fare il punto ed aggiornare il discorso critico, come questa intervista mi sta invitando a fare.

Quali infine, gli impatti, gli sviluppi attesi e le condizioni abilitanti?

Per poter contribuire a una vivibilità della città è bene avere presente che la visione che abbiamo dei luoghi è sempre parziale, e che per questo occorre mantenere un’attenzione reale nei confronti dello spazio pubblico; occorre inoltre tenere viva la capacità di porsi domande e continuare a cercare risposte approfondite, aderenti alla realtà che di volta in volta si profila. L’arte aiuta a farlo.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Scardi G., Paesaggio con figura. Arte, sfera pubblica e trasformazione sociale, Allemandi editore, Torino 2011.

 

Gabi Scardi è storica dell’arte, curatrice di arte contemporanea. Docente presso Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e IED, Milano. Direttrice artistica nctm e l’arte, presidente associazione NAHR, Nature Art & Habitat Residency. A partire dal 2021 è co-direttrice della rivista Animot, di cui ha curato il vol. numero X. Da sempre impegnata in progetti pubblici e sul territorio e interessata a temi dell’interdipendenza e della cura. Fa riferimento a istituzioni italiane e internazionali per cui cura mostre e progetti. Tra le pubblicazioni: Il Teatro Continuo di Alberto Burri, Corraini, 2015; Paesaggio con figura: Arte, sfera pubblica, trasformazione sociale, Allemandi 2011.

ABSTRACT

The artist Daniel Buren defined the street as “a terrain to be conquered” and therefore not a neutral terrain: art in public space moves in this direction, choosing to distance itself from the institutional places aimed at exhibiting and consequently mutualizing art. In 2011, the book “Paesaggio con figura” (Landscape with a Figure) was published, in which Gabi Scardi – author, curator, critic, and lecturer – reflected on the relationship between art, the public sphere, and social transformation. If it is the result of a well-curated, pondered and studied process, the work of art in space can rise to the primary function of art to move away from the comfort-zone of immediate fruition and invite the spectator, or in this case, the Flâneur, to encounter what Walter Benjamin called “distracted fruition”, where distraction does not mean inattention, but the wonder of randomness.

 

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Finizia Taddeo

Finizia Taddeo

Classe 1996. Neolaureata presso l’Università IULM di Milano in Arte, valorizzazione e mercato con una tesi dal titolo Mostre e cultura digitale. Ambienti, media, soggetti, ha acquisito pratiche e conoscenze metodologiche utili alla gestione dei processi di produzione culturale. Ha potuto sviluppare competenze storico-artistiche, economiche, manageriali e organizzative specifiche del mercato culturale. Durante i suoi studi ha inoltre combinato, in chiave multidisciplinare, il sapere al “saper-fare” esplorando quasi tutte le sfaccettature del sistema dell’arte: dalla curatela al management, dalla comunicazione all’inquadramento giuridico, con un focus specifico sui nuovi sistemi digitali.

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