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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Prossimità, comunità e innovazione: è intorno a queste tre leve che si è sviluppata la riflessione dell’ultima edizione del convegno delle Stelline che si è tenuto a Milano il 10 e 11 marzo scorso
© Photo by Francesca Grima on Unsplash

Le biblioteche hanno attraversato un periodo molto difficile a causa della pandemia, che non è ancora finito. Per molte di loro il 2022 sarà l’anno zero in cui il ritorno a un nuovo inizio e a una nuova normalità non può significare limitarsi a rialzarsi, ma è indispensabile che sviluppino una capacità di riprogettare il servizio sulla base di una nuova visione. I pilastri su cui fondare un percorso di ricostruzione vincente sono rappresentati da tre parole chiave: innovazione, prossimità, comunità [1].

È davvero il 2022 l’anno zero, l’anno della ripartenza delle biblioteche dopo il Covid-19? Nel momento in cui scriviamo ciò che sta accadendo in Ucraina rende questa domanda quasi priva di senso. Ci sembra di essere caduti in un baratro perfino più profondo di quello al quale ci eravamo abituati negli ultimi due anni. Prima di ogni altra cosa c’è la pace.

Comunque, è intorno a queste tre leve – prossimità, comunità e innovazione [2] – che si è sviluppata la riflessione dell’edizione numero 27 del convegno delle Stelline, che si è tenuto a Milano il 10 e 11 marzo scorso e che ha visto la partecipazione di centinaia di bibliotecari italiani e la presenza tra i relatori della Presidente di IFLA-International Federation of Library Associations and Institutions Barbara Lison e del President di EBLIDA – European Bureau of Library, Information and Documentation Associations Ton Van Vlimmeren. Un convegno simbolo tornato finalmente in presenza che ha raccontato con il suo programma, fatto di sessioni principali ed eventi paralleli, il grande bisogno del settore di essere e agire come una comunità di pratica. Concetto questo esplicitato in un bel libro di Etienne Wenger con il quale si intendono gruppi sociali che hanno come obiettivo la conoscenza e nei quali ogni individuo ha libero accesso e impara dall’esperienza dell’altro. Le comunità di pratica si basano sull’idea che l’apprendimento è un processo essenzialmente sociale ed esperienziale che consiste nel negoziare nuovi significati all’interno di una comunità caratterizzata da una forte interazione [3].

Tentare in questo spazio una sintesi dei contenuti emersi alla due giorni è impresa ardua e forse inutile mentre mi pare più utile provare a rappresentare la principale linea di tendenza.

La fenomenologia bibliotecaria – intesa proprio come ricognizione ordinata dei fenomeni e descrizione del modo in cui si presenta e manifesta una realtà [4] – emersa mostra a mio avviso una profonda contraddizione in atto. A una crescente domanda di specializzazione, legata al moltiplicarsi e al differenziarsi delle sfide con le quali i bibliotecari si devono misurare, anche sulla base delle diverse tipologie di biblioteca, si mescola la necessità di strumenti comuni che poggiano – attenzione – non su una visione intra-disciplinare ma sulla rottura dei confini delle discipline accademiche come le abbiamo conosciute. Prima fra tutte proprio la biblioteconomia [5].

I temi trattati lo dimostrano. Basta accostare alcune delle relazioni presentate durante le quattro sessioni principali – Le biblioteche pubbliche per la rigenerazione delle città coordinata da Giovanni Solimine, I nuovi confini delle biblioteche accademiche coordinata da Simona Turbanti, I percorsi dell’innovazione coordinata da Cecilia Cognigni e Le ragioni della comunità coordinata da Massimo Belotti – per cogliere come le modalità operative dei bibliotecari si stiano moltiplicando e gli stessi si trovino a confrontarsi con obiettivi molto diversi. Che cosa hanno in comune la promozione della lettura e la valutazione della ricerca scientifica, i linked open data con la rigenerazione urbana e la valorizzazione della diversità culturale, la progettazione strategica e l’accesso ai finanziamenti con la citizen science e la open science?

Dunque, nella diversità delle questioni emerse un comun denominatore è possibile rintracciarlo ed ha a che vedere con la rottura dei confini disciplinari. Come Donatella H. Meadows ci ricorda: “È una sfida restare creativi abbastanza da abbandonare i confini che hanno funzionato per l’ultimo problema e trovare il più appropriato insieme di confini per il prossimo problema. È anche una necessità, se vogliamo trovare la giusta soluzione ai problemi” [6].

Non sarà forse un caso se abbiamo potuto ascoltare le relazioni di bibliotecari e studiosi di biblioteconomia ma anche di studiosi ed esperti di relazioni internazionali, management, innovazione sociale e sostenibilità, progettazione strategica, economia della cultura, statistica sociale, welfare culturale, solo per fare qualche esempio. E dal punto di vista metodologico si è parlato ampiamente di design thinking, di maieutica dolciana, di metodi etnografici e ancora di innovazione sociale ecc. Non propriamente metodi della tradizione biblioteconomica italiana.

Dunque, in tema di fenomenologia la questione è che le etichette professionali appaiono molto sfumate e sembra necessaria oggi più che mai una ridefinizione continua, quasi quotidiana all’insegna dell’auto-coscienza. Proprio su questo tema ha poggiato non a caso la restituzione di due importanti esperienze che meritano di essere almeno segnalate e seguite attentamente in futuro: la prima in fieri relativa alla realizzazione del piano strategico 2022-2026 del sistema bibliotecario di Milano, raccontata da Stefano Parise e Liù Palmieri, e la seconda descritta da Veronica Ceruti e Gaspare Caliri relativa al potenziamento e allo sviluppo del ruolo delle biblioteche come luogo di cittadinanza e welfare culturale delle biblioteche di Bologna. Due contesti caratterizzati da una storia importante, da una profonda tensione verso il cambiamento ma anche da una notevole infornata di nuove leve: 35 a Milano e poco meno a Bologna.

Ma l’Italia delle biblioteche non è Milano e Bologna e protagonista del convegno è stata in effetti –sottotraccia ma neanche tanto – proprio questa urgenza, ovvero la drammatica carenza di personale, una sorta di convitato di pietra. La potremmo chiamare la “leva zero”.

Senza i bibliotecari è chiaramente difficile parlare di comunità di pratica, prossimità e innovazione, anzi fa quasi un po’ sorridere.

Lo ha ricordato molto bene Maria Stella Rasetti parlando di innovazione buona e cattiva e ricordando come l’ossessione per l’innovazione introduca un potenziale/reale conflitto tra servizi di base, impoveriti dai tagli in bilancio e dal mancato turn-over del personale, e progetti di sviluppo, gli unici sui quali si concentrano di fatto le risorse dei bandi che incentivano “pratiche di servizio che possono apparire come l’effetto della follia di bibliotecari bipolari: manca la carta igienica nei bagni, ma abbonda il PLA per le nuove stampanti 3D; si chiude un piano della biblioteca per assenza di personale, ma si trovano le risorse per finanziare un nutrito ciclo di trasmissioni in una web radio locale; non c’è modo di sostituire i computer al pubblico, ormai obsoleti, ma si installano cyclette e altri attrezzi ginnici negli spazi aperti della biblioteca, per permettere agli utenti di fare un po’ di pratica sportiva” [7].

Anche la relazione che io e Alessandra Federici abbiamo presentato alla sessione di apertura è andata a parare esattamente su questo. Nella nuova geografia post-pandemica che abbiamo tentato di descrivere e che racconta di 330 strutture chiuse nell’ultimo anno (che segnano la differenza tra l’universo di riferimento del censimento dell’Istat e le biblioteche che si sono dichiarate aperte al pubblico) le 189 biblioteche chiuse definitivamente erano aperte in media solo 15 ore a settimana perché avevano solo 80 addetti occupati a tempo pieno in tutto e tra questi più della metà lavoravano a titolo completamente volontario. Per la metà del totale dei comuni interessati (il 52,6%) le biblioteche che hanno interrotto la loro attività, in quanto uniche strutture presenti, privano definitivamente di qualsiasi servizio bibliotecario, un bacino d’utenza potenziale totale di quasi 500 mila abitanti e bisogna stare molto attenti perché, come i dati raccontano, il 10% dei comuni italiani ha come unico presidio culturale proprio le biblioteche [8]. Dunque le prossime occasioni di incontro – di comunità di pratica – è essenzialmente a questo che dovranno essere dedicate, prima tra tutte gli Stati Generali delle Biblioteche che si terranno a Milano nei prossimi mesi [9].

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Rimando all’editoriale completo di presentazione del convegno online qui: https://www.convegnostelline.com/editoriale-2022

[2] Alcune letture a mio avviso imprescindibili sono: sul concetto di “prossimità”, Ezio Manzini, Abitare la prossimità. Idee per la città dei quindici minuti, Milano, Egea, 2021. Sull’ “innovazione” non solo tecnologica ma soprattutto sociale e culturale il Libro bianco sull’innovazione sociale di Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan. Sulla “comunità” i miei personali punti di riferimento continuano ad essere le esperienze degli anni cinquanta, quelle di Adriano Olivetti, Danilo Dolci, ecc.

[3] “Le comunità di pratica fanno parte integrante della nostra vita quotidiana. Sono così informali e così pervasive da entrare raramente nel mirino di una analisi esplicita, ma per quelle stesse ragioni sono anche del tutto familiari. Anche se l’espressione può suonare nuova, l’esperienza non lo è affatto”. Cfr. Etienne Wenger, Comunità di pratica. Apprendimento, significato, identità, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006 (tit. or. Communities of Practice. Learning, Meaning and Identity, Cambridge University Press, 1998), p. 14.

[4] Si veda la voce ‘fenomenologia’ in https://www.treccani.it/vocabolario/fenomenologia/

[5] La visione espressa dalla biblioteconomia sociale va in questa direzione. Chiara Faggiolani, Giovanni Solimine, Biblioteche moltiplicatrici di welfare e biblioteconomia sociale, in Biblioteche in cerca di alleati. Oltre la cooperazione, verso nuove strategie di condivisione. Atti del Convegno delle Stelline, Milano 14-15 marzo 2013, a cura di Massimo Belotti. Milano, Editrice Bibliografica, 2013, p. 47 -57.

[6] Cfr. Donatella H. Meadows, Pensare per sistemi. Interpretare il presente, orientare il futuro verso uno sviluppo sostenibile, Milano, Guerini Next, 2019 (e-book). Utile ricordare che Donatella H. Meadows è una delle autrici del rapporto The limits to growth del 1972 considerato alla base delle riflessioni sullo sviluppo sostenibile che hanno portato all’Agenda 2030. Cfr. Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers, William W. Behrens III, The limits to growth. A report for The club of Rome’s project on the predicament of mankind, New York, Universe Books 1972. Il volume è stato tradotto in italiano nello stesso anno con il titolo I limiti dello sviluppo. Rapporto del System Dynamics Group Massachussets Institute of Tehnology (MIT) per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità.

[7] Maria Stella Rasetti, Innovazione buona o innovazione cattiva? Le biblioteche alla ricerca dell’innovazione sostenibile. In: Le tre leve della biblioteca: innovazione, prossimità, comunità. Relazioni del Convegno delle Stelline 10-11 Marzo 2022, Milano, Editrice Bibliografica, 2022, p. 125-130, DOI: 10.53134/9788893574631-125.

[8] Faccio riferimento all’indicatore di offerta culturale presentato da Alessandra Federici e ancora in corso di elaborazione, costruito partendo dai dati Istat sulla presenza di biblioteche, di musei, di spettacoli dal vivo e di librerie per comune.

[9] Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del Comune di Milano, li aveva annunciati qui: https://www.linkiesta.it/2021/11/intervista-tommaso-sacchi-comune-milano-cultura/

ABSTRACT

The article presents a reflection about the current and future challenges of public libraries in Italy. The last edition of the “Stelline Conference” – an iconic event dedicated to public libraries sector – has been the occasion to discuss a variety of themes, highlighting the need for the entire system to be and to act as a community of practice. A concept that indicates – as explained by Etienne Wenger – a community based on the idea that learning is a fundamental social and experiential process which consist of negotiating new meanings within a community characterised by a strong interaction.

 

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Chiara Faggiolani

Professore associato di Archivistica e biblioteconomia, direttrice di BIBLAB - Laboratorio di Biblioteconomia sociale e ricerca applicata alle biblioteche dell’Università di Roma Sapienza.

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