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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Letture Lente lancia il dossier “Coltivare comunità”, curato da Flavia Barca, Rossano Pazzagli, Filippo Tantillo e Giovanni Teneggi, per ragionare, nell’ambito dei processi di trasformazione dei territori, sul ruolo della cultura come possibile leva di ingaggio delle comunità
© Photo by Flavia Barca. Sandi Hilal e Alessandro Petti, Quadriennale

Con questo intervento Letture Lente lancia il dossier “Coltivare comunità”, curato da Flavia Barca, Rossano Pazzagli, Filippo Tantillo e Giovanni Teneggi, il cui obiettivo è ragionare, nell’ambito dei processi di trasformazione dei territori, sul ruolo della cultura come possibile leva di ingaggio delle comunità, di attivazione di cittadinanza consapevole, come spazio di mobilitazione attraverso nuovi modelli di co-progettazione e nuove pratiche di coesione sociale.

Per proporre un contributo su questo tema (tra le 7.000 e le 10.000 battute) inviare una mail con curriculum ed abstract a contributi@agcult.it

I LUOGHI E LE COMUNITÀ IN UNA NUOVA CORNICE DI SENSO

Nel discorso pubblico, quando si parla di “comunità” si pensa a quel qualcosa che sopravvive o resiste ai processi di marginalizzazione che la società contemporanea crea al di fuori di certi ambiti sociali o territoriali, ad esempio nei piccoli paesi: è un’idea che fa direttamente riferimento a ciò che si perde, o che si è perso, nel passaggio alla modernità. È infatti certo che le comunità locali, intese come ambiti integri e circoscritti, nei quali le persone nascono, studiano, lavorano, vivono e muoiono, oggi in buona parte dell’Occidente non esistono più. Sono esplose in territori molto più vasti. Le persone che le abitano lo fanno spesso in maniera “ubiqua”, dividendosi fra una professione in città e una residenza in campagna, e percorrendo in macchina decine di chilometri al giorno per accompagnare i figli a scuola, andare a lavorare, fare la spesa nei centri urbani in pianura o nei poli di fondovalle.

Nonostante ciò, quello di ‘Comunità’ è un concetto che conserva un valore decisivo nella creazione dell’immaginario sociale, e fa sì che il suo uso, per chiunque si occupi di politiche pubbliche territoriali, sia irrinunciabile. La pandemia da Coronavirus del 2020 ha per altro mostrato che le comunità locali non solo non sono del tutto sparite, ma che si ricompongono, in forme spesso inedite, in situazioni di emergenza e che, come sempre accade di fronte ad aventi traumatici, hanno una capacità di risposta spesso molto più efficiente nel proteggere i soggetti deboli, nell’organizzare e mobilitare tutte le risorse locali per circoscrivere il pericolo, anticipando di gran lunga l’intervento dello Stato, producendo rinnovati quanto necessari sensi di appartenenza. Non si tratta solo dell’abusata quanto sfuggente “resilienza”, ma di qualcosa di più. Di una ricerca.

È il dialogo continuo con il patrimonio territoriale (culturale, naturalistico, gastronomico, materiale, immateriale) che permette le riletture del passato e del presente, proiettandole nel futuro. È sempre più evidente, e tema ricorrente nelle riflessioni di “Letture Lente”, che la riappropriazione da parte delle comunità del valore degli spazi del proprio abitare, della cultura materiale e immateriale che li connota, produce un effetto generativo di coesione territoriale, di partecipazione e di benessere diffuso.

Di fronte alla crescita dei fenomeni estremi, diventa perciò strategico rafforzare la capacità dei luoghi di reagire, anche autonomamente. Per questa ragione, anche se è già disponibile una vasta letteratura scientifica sulla tema, appare utile e rilevante ricercare e definire una visione chiara e sistematica in grado di orientare le politiche pubbliche nell’investire in quell’infrastruttura sociale che chiamiamo “comunità”, partendo da ciò che si fa: che si sta facendo o che si può fare; pratiche più che progetti.

IL DOSSIER DI LETTURE LENTE

Obiettivo dell’iniziativa editoriale di “Letture Lente” è quello, quindi, di riflettere su varie piste di analisi – a cominciare da quelle tratteggiate dagli articoli di Teneggi e Pazzagli – che possano restituire strumenti e metodi di azione rigenerativa partecipata sui territori al fine di individuare elementi di forza e criticità, idee di innovazione sociale ed economica, elementi con robusta capacità di produrre effetto-leva e altri più deboli, ma a lento rilascio benefico nel tempo. Proveremo così a rispondere a domande difficili ma centrali, a partire dalla capacità di alcuni contesti di produrre pratiche esportabili, riproducibili o emulabili, fino a toccare il tema della sostenibilità finanziaria di luoghi difficili e fragili, in cui il tanto decantato sostegno privato appare complesso se non irraggiungibile e ci si chiede quindi se e come possa mai diventare una conditio sine qua non dell’intervento pubblico.

Tra le domande che ci porremo quindi:

  • In che modo e con quali possibilità e limiti il capitale privato può supportare la rigenerazione delle aree interne? Esiste un “modello centro-meridionale” da contrapporre a quello del nord Italia, in cui gli accordi pubblico-privato sono sostenuti dalla presenza di una imprenditoria più solida e di importanti fondazioni bancarie?
  • È possibile quindi immaginare un percorso di rigenerazione dei luoghi e di valorizzazione della cultura che prescinda da un costante finanziamento pubblico?
  • Esiste una formula per “l’ingaggio” delle comunità? Ed un sistema per monitorarlo?
  • C’è un modello di governance che funziona meglio di un altro? E in che modo la governance può essere davvero “partecipata”?
  • Quali sono i fattori chiave per rafforzare la coesione territoriale? In che modo la cultura può diventare una leva? Che ruolo possono avere le scuole, le università ed altri luoghi di mediazione del sapere?
  • C’è un modo per supportare quelle aree del Paese in cui il contesto dell’amministrazione pubblica locale è molto debole e non riesce a fare da intermediario con i luoghi da rigenerare ed il terzo settore?

Per rispondere a queste domande serve una lettura ravvicinata del territorio, competente ma non specialistica. E serve interrogarsi sulla misura delle cose: misurare i luoghi resi fragili da una modernizzazione stanca per quello che hanno, non più soltanto per quello che manca.

SUPPORTO ALLE AZIONI DI POLICY

Ci auguriamo che questo percorso possa essere funzionale, tra le altre cose, a fornire un impianto metodologico più solido nella ricerca e per l’azione pubblica, con utili suggerimenti di policy.

Infatti la prima comunità da costruire, o ricostruire, è insieme quella sociale e quella istituzionale, operazione che ci porta a dover fare i conti con il fatto che, nella costruzione di una ipotesi di futuro, l’immagine idilliaca e rassicurante di una comunità unica, caratterizzata da rapporti “naturali” e organici con un sistema spaziale definito è superata dal convivere in uno stesso luogo, di identità e comunità che pur intersecandosi, non restituiscono un quadro unico condiviso, ma un caleidoscopio di esistenze. E, banale a dirsi, ma anche nelle aree interne, come nelle città, quella che prevale oggi è la diversità. La diversità come antidoto, o la diversità come strategia.

E questo oggi apre un nuovo spazio per il concetto di “comunità”.

Oggi, pratiche di comunità che guardano ai paesi e alle aree interne come un sistema spaziale più sano, più sicuro, più aperto, che conserva però una sua specificità. Un mondo locale che continua ad alimentarsi di relazioni di prossimità, personali, visibili in quasi tutte le aree del nostro Paese. Inoltre gli studi sull’economia informale e, in seguito, sul capitale sociale degli ultimi trent’anni ci hanno mostrato quante forme di produzione e quante forme di economia e di scambio possano esistere accanto all’economia di mercato, che siamo portati a considerare nel nostro mondo contemporaneo come la sola economia possibile.

NUOVI MODELLI DI CREAZIONE DI VALORE

Tornare a ripensare al welfare come un investimento e liberarsi dalla trappola dei bisogni: sono due indicazioni che possono produrre comunità di apprendimento che vedono al centro un ripensamento del ruolo e delle funzioni socializzanti e di produzione di saperi di scuola. La cultura intesa come diritto di cittadinanza, nel senso più esteso del termine, dalla didattica alla ricerca sociale e a quella artistica, diventa motore di aggregazione civica per rigenerare le aree, fattore di partecipazione, riconoscimento di nuovo valore d’uso degli spazi, siano essi edifici, malghe abbandonate o interi borghi, che hanno perso tutto il loro valore commerciale, e per produrre nuove opportunità di lavoro.

Lavorare perché si torni a guardare alle piccole produzioni agricole, di allevamento o artigianali come a delle opportunità di vita e di lavoro, motiva il proliferare di piccole comunità di nuovi agricoltori, che affiancano la produzione ad una riscoperta del valore sociale dell’agricoltura, promuovendo particolari colture e introducendo elementi di retroinnovazione, la reinterpretazione in chiave di innovazione sociale e tecnologica di saperi tradizionali e locali nei processi produttivi, alla tutela attiva del territorio, al suo recupero dopo anni di sfruttamento intensivo o di abbandono che oggi rendono questi luoghi estremamente fragili ed esposti agli eventi estremi provocati dal riscaldamento globale o dall’estrema sismicità di buona parte del Paese.

Uno sguardo critico verso la contemporaneità, verso lo strapotere delle città, del mercato che isola gli individui e che, in un paese dalle diseguaglianze crescenti e a mobilità sociale vicina allo zero, premia solo i pochissimi già fortunati, anima nuove comunità politiche pragmatiche, composte prevalentemente da “nuovi montanari” in fuga dalle città, che si oppongono alla realizzazione di grandi infrastrutture, percepite come il prolungamento di economie estrattive, che fondano festival resistenti, in aree di margine, e che si oppongono alla chiusura dei confini, e che si alimentano e trovano nuova linfa negli anticorpi civici della nostra democrazia, il richiamo ai valori partigiani, sulle Alpi, e la rivolta contro le mafie e la corruzione nel Sud.

Nel frattempo bisognerà valutare attentamente gli esiti e gli effetti del cosiddetto bando Borghi del PNRR, nella sua capacità di coinvolgere e far leva sulla comunità per costruire nuovi modelli di valorizzazione, di gestione e fruizione del patrimonio in grado di colmare le disparità territoriali e le disuguaglianze sociali, sperimentando nuovo design partecipativo e nuove modalità di fare della cultura una leva di rigenerazione sociale. Si tratta di una sfida di visione, ma anche di sostenibilità economica, laddove è l’occasione unica e irripetibile – e quindi da monitorare e valutare con attenzione – per testare anche nuovi modelli economici, funzionali a rendere stabile e duraturo il percorso di rigenerazione una volta che la grande iniezione di denaro del PNRR si sarà esaurita.

ABSTRACT

Letture Lente is launching the new dossier “Cultivating community” with the aim of reflecting on various paths of analysis that can return tools and methods of participatory regenerative action on the territories in order to identify strong and critical elements, ideas of social and economic innovation, elements with a robust ability to produce a leverage effect and others that are weaker, but with a slow and beneficial release over time. In this way we will try to answer difficult but central questions, starting from the ability of some contexts to produce exportable, reproducible or emulable practices, up to touching the issue of financial sustainability of difficult and fragile places, in which private support appears complex if not unattainable.

 

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