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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Comprendere la diversità di traiettorie che portano a processi partecipativi nell’ambito del patrimonio culturale è importante per fondare un’agenda di ricerca che permetta di dare legittimità a tali iniziative e allo stesso tempo affrontarne le opportunità e le sfide. In quest'ottica, il presente contributo propone alcuni spunti di esplorazione per approfondire e sviluppare la conoscenza del fenomeno. Tali spunti rispecchiano declinazioni diverse della partecipazione alla gestione e valorizzazione del patrimonio culturale
© Foto di Mauro Lima su Unsplash

In un contesto di tendenziale riduzione delle risorse pubbliche per la cultura, da anni si discutono politiche e strategie volte a favorire la sostenibilità del patrimonio culturale attraverso un sempre maggior ricorso all’intervento e risorse private. L’enfasi è stata però spesso posta su aspetti economicistici e gestionali delle politiche culturali, puntando su forme di incentivazione economica per indurre il contributo dei privati o su strategie di sviluppo dei pubblici volte ad attrarre visitatori e aumentare la domanda. Solo più recentemente si è assistito all’emergere di una nuova consapevolezza tra diversi attori del mondo culturale e sociale che mette sempre più al centro il tema della partecipazione nel legame tra beni e istituzioni culturali, da un lato, e i pubblici o i cittadini, dall’altro.

Bonet e Negrier (2018), in un articolo di alcuni fa, hanno descritto in modo cristallino la svolta partecipativa nelle politiche culturali, soprattutto in ambito europeo, evidenziando alcuni fattori di cambiamento nella relazione tra cultura e società che stanno portando a questa svolta, con conseguenze significative nella riconfigurazione dei comportamenti culturali e delle strategie delle istituzioni culturali. Tra questi fattori di cambiamento, i principali sono senza dubbio il sempre più sfocato confine tra produzione e fruizione culturale (spesso agevolato dalle nuove tecnologie), la ricerca di nuovi modelli di sostenibilità economica per le istituzioni culturali maggiormente legati al dialogo con i propri pubblici e sostenitori e, infine, un ampiamento dello spettro definitorio delle esperienze culturali che ha relativizzato i tradizionali modelli di gerarchie nell’interpretazione del patrimonio culturale e nella produzione artistica.

Analogamente, la Convenzione di Faro e il dibattito che ha portato alla sua formulazione rappresentano forse oggi il riferimento più esplicito alla svolta partecipativa nelle possibilità di gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. In particolare, l’introduzione nel testo della Convenzione della definizione di comunità patrimoniali (o comunità di eredità) è fondamentale per iniziare un percorso di riconoscimento di pratiche e iniziative partecipative che ruotano intorno alla gestione e valorizzazione del patrimonio culturale dei territori.

In questa prospettiva, la ricerca promossa dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali rappresenta un primo passo per mappare e comprendere un mondo multiforme, dai confini sfumati, di esperienze comunitarie e partecipative in Italia che molti percepiscono avere un denominatore comune o essere la convergenza di diverse traiettorie esistenti o emergenti. Comprendere la diversità di traiettorie che portano a processi partecipativi nell’ambito del patrimonio culturale è importante per fondare un’agenda di ricerca che permetta di dare legittimità a tali iniziative e allo stesso tempo affrontarne le opportunità e le sfide. Partendo dai risultati della ricerca, il presente contributo vuole per questo proporre alcuni spunti di esplorazione per approfondire e sviluppare la conoscenza del fenomeno. Tali spunti rispecchiano declinazioni diverse della partecipazione alla gestione e valorizzazione del patrimonio culturale.

LA DIFFUSIONE DELLA GESTIONE PARTECIPATA NEI MUSEI E ISTITUTI SIMILARI ITALIANI

La ricerca della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali evidenzia come le comunità emerse dalla mappatura che si ispirano ai principi della Convenzione di Faro siano organizzate principalmente in forme associative e cooperative (circa il 60%). Se questo sembra essere il modello organizzativo prioritario attraverso cui si esprime la gestione partecipata al patrimonio culturale, è anche vero che tale evidenza emerge da un campione autoselezionato (ossia di iniziative e soggetti che hanno aderito spontaneamente alla mappatura). Il passaggio logico successivo è quello di domandarsi quanto tale modello di gestione partecipata sia diffuso relativamente ad altre forme gestionali. Una possibile risposta a tale domanda può essere trovata analizzando i dati dell’Indagine ISTAT sui Musei e Istituti Similari. Se da un lato tale fonte informativa si concentra solo su una rilevante ma non esaustiva parte dei beni culturali italiani (musei, aree archeologiche e monumenti), il carattere censuario della rilevazione permette di elaborare alcune osservazioni sul ruolo che associazioni e cooperative hanno nella gestione del patrimonio culturale.

Un primo dato da cui partire è quello secondo cui in Italia al 2021 vi sono 408 musei (pari al 12% sul totale dei musei, principalmente di Storia, Etnografia, Tematico), 7 aree archeologiche (2% sul totale delle aree archeologiche) e 41 monumenti (15%) di proprietà e direttamente gestiti da associazioni e cooperative. Sono numeri relativamente esigui, anche considerando solo i musei e gli istituti similari privati (circa 1400), che derivano in parte dall’assetto storico-istituzionale del patrimonio culturale italiano, principalmente orientato alla proprietà pubblica, o nel caso degli istituti privati, a quella degli enti ecclesiastici. Il quadro si arricchisce se consideriamo invece gli enti culturali pubblici gestiti in forma indiretta (circa 900 in Italia). In questo caso, più della metà (556) sono gestiti da associazioni e società cooperative, a cui vengono affidati beni culturali principalmente di proprietà dei comuni.

Queste semplici evidenze sono utili per stimolare una riflessione su come l’assetto istituzionale e la tipologia dei beni culturali possano essere condizioni abilitanti nel favorire forme organizzative orientate alla gestione partecipata. Inoltre, gli stessi dati possono essere anche letti per individuare specifici modelli territoriali di gestione partecipata del patrimonio, in cui sono più presenti forme proprietarie o gestionali da parte di associazioni e cooperative. Per quanto non sia lo scopo di questo contributo addentrarsi nell’analisi approfondita del fenomeno, un esercizio di visualizzazione a livello regionale dei modelli proprietari e gestionali dei musei e istituti similari (figg. 1 e 2) permette già di evidenziare come in alcune regioni la proprietà o gestione indiretta da parte di associazioni e cooperative sia molto limitata, mentre in altre (come per esempio la Sardegna) vi siano dei livelli molto elevati di coinvolgimento di organizzazioni associative e cooperative.

Fig.1 – % Enti privati di proprietà di Associazioni e Società Cooperative, Fonte: ISTAT

 

Fig.2 – % Enti pubblici dati in gestione a Associazioni e Società Cooperative, Fonte ISTAT

GLI AMICI DEI MUSEI: UNA POSSIBILE DECLINAZIONE DELLE COMUNITÀ PATRIMONIALI?

Un fenomeno relativamente poco esplorato in Italia è quello degli amici dei musei. Queste esperienze hanno in molti casi caratteristiche ed esprimono storie di partecipazione e coinvolgimento che le rendono affini con la definizione delle comunità patrimoniali formulata nella Convenzione di Faro. Una ricerca condotta ormai dieci anni fa (Bertacchini e Falletti, 2015) si poneva l’obiettivo di esplorare come in Italia gli “Amici dei Musei” possano rappresentare un tassello per sviluppare politiche più ampie di sostegno alle istituzioni del patrimonio culturale. In queste organizzazioni si riconosceva infatti una componente rilevante di coinvolgimento attivo dei pubblici capace di favorire la creazione di una nuova forma di mecenetasimo adozionale.

Alla base del mecenatismo adozionale esistono due possibili modelli di formazione e sviluppo degli Amici dei Musei. Un primo modello è quello della stewardship del patrimonio culturale, che vede nella società civile la spinta propulsiva per la creazione di gruppi di sostenitori che nascono spontaneamente ed è esterno e indipendente dall’istituzione supportata, normalmente guidato da relazioni di reciprocità tra i suoi membri e organizzato sotto forma di associazione. Il capitale sociale, culturale e la coesione identitaria di una comunità sono le condizioni necessarie per innescare forme strutturate di sostegno e valorizzazione al patrimonio culturale di un territorio. Nel secondo modello, definito nella ricerca come membership museale, sono invece le istituzioni culturali a costruire la propria comunità di sostenitori mediante iniziative di coinvolgimento e sensibilizzazione dei pubblici. L’importanza del patrimonio culturale, la reputazione, l’accountability, la capacità gestionale e di ascolto delle istituzioni culturali sono secondo questo approccio i principali fattori per creare una base ampia di membri e trasformarli in sostenitori attivi. Utilizzando un approccio quantitativo e qualitativo basato sui dati del Censimento Musei e Istituti Similari dell’ISTAT e un’indagine approfondita delle associazioni federate alla Federazione Italiana degli Amici dei Musei (FIDAM), la ricerca (Bertacchini e Falletti, 2015) evidenziava le peculiarità di un modello italiano di mecenatismo adozionale e le potenzialità per un suo futuro sviluppo. In media, solo il 28% delle oltre 4.500 istituzioni del patrimonio culturale italiano dichiarava di avere un gruppo di sostenitori o un’associazione di amici, con valori più elevati nel Centro e Nord Italia e sensibilmente inferiori in alcune regioni del Sud e nelle Isole. Gli amici dei musei tendono a essere presenti dove più forte è sul territorio il capitale culturale e sociale delle comunità e in quelle istituzioni dotate di maggiore autonomia gestionale e proattività nelle relazioni con i loro pubblici. Osservando le caratteristiche strutturali delle associazioni di amici dei musei intervistate, si riscontrava invece come queste realtà, escluse poche eccezioni, siano generalmente delle organizzazioni “leggere”, caratterizzate da una relativa maggioranza di soci di genere femminile, ma allo stesso tempo da una scarsissima presenza di giovani. Il contributo di queste associazioni a favore delle istituzioni supportate si declina in particolare attraverso la produzione, condivisione e divulgazione di conoscenze ed esperienze sui beni culturali, il sostegno finanziario costante e continuativo principalmente attraverso l’impiego delle quote associative e, infine, il sostegno al funzionamento e gestione dei musei mediante volontariato.

In definitiva, il quadro generale che emergeva dieci anni fa era quello di un mecenatismo adozionale in cui gruppi della società civile si costituiscono intorno all’interesse per la preservazione e conservazione del patrimonio storico artistico. Le forme di coinvolgimento e sostegno riscontrate sono molteplici, ma allo stesso tempo, escluse alcune eccezioni, esprimono modelli relativamente tradizionali di supporto al patrimonio culturale e interazione con le istituzioni supportate. In questa prospettiva, comprendere se il fenomeno degli amici dei musei si sia oggi ampliato ed evoluto rappresenta una possibile linea di ricerca per cogliere una ulteriore dimensione della partecipazione al patrimonio culturale in Italia.

LA PARTECIPAZIONE ALLA VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO: QUALE RUOLO PER LE COMUNITÀ DIGITALI?

Il dibattito sulla transizione digitale del patrimonio culturale si è spesso concentrato sulle opportunità e le sfide affrontate dalle istituzioni culturali, ma meno attenzione è stata dedicata alla comprensione del ruolo di iniziative partecipative e collaborative nel contribuire a questo processo.

Le comunità collaborative digitali dedite al patrimonio culturale sono fiorite negli ultimi due decenni come piattaforme che sfruttano l’intelligenza collettiva per tutelare, diffondere e condividere il contenuto digitale del patrimonio. Queste esperienze sono emerse dalla convergenza delle necessità e delle attitudini espresse dalle istituzioni culturali, dai professionisti e dalle persone che condividono interessi e passioni per il patrimonio. Per esempio, le iniziative di Digital Public History (Noiret 2018) rappresentano comunità online collaborative che colmano il divario tra storici, professionisti del patrimonio e il pubblico più ampio. Abbracciando le tecnologie digitali, favoriscono l’accessibilità, la partecipazione e la co-creazione dei contenuti storici. Allo stesso modo, oltre alla collaborazione attraverso le comunità di pratica degli esperti che coinvolgono rappresentanti di istituzioni e professionisti, diverse istituzioni culturali hanno iniziato ad adottare un approccio partecipativo, stimolando il coinvolgimento, l’attivazione e l’espansione del loro pubblico (Roued-Cunliffe, Copeland 2017). L’uso delle tecnologie digitali ha amplificato le opportunità per i processi partecipativi attraverso nuove forme di interazione con il pubblico, consentendo a comunità di persone e organizzazioni di partecipare alla definizione o revisione della rappresentazione del patrimonio e dei territori gestiti dai musei attraverso la co-progettazione e la co-curatela di mostre, o utilizzando e reinterpretando creativamente il patrimonio delle istituzioni attraverso hackathon, iniziative di crowdsourcing, narrazioni e campagne online (Bonacini 2018).

Inoltre, il fatto che le istituzioni culturali conservino documentazione di pubblico dominio e siano spesso enti pubblici che producono dati pubblici aperti ha favorito la tendenza collaborativa e partecipativa nell’accesso e riutilizzo dei dati del patrimonio culturale e delle opere di pubblico dominio lungo diverse traiettorie. Una prima traiettoria deriva dalla condivisione del patrimonio culturale digitale da parte delle istituzioni per creare comunità collaborative. Questo caso è illustrato per esempio dal progetto Europeana, una piattaforma avviata dal settore pubblico che aggrega gli archivi digitali di numerosi musei, biblioteche e archivi.

La seconda traiettoria è invece rappresentata dalle comunità online di individui e volontari che sono sempre più interessati a utilizzare tali risorse per produrre e condividere conoscenze legate al patrimonio culturale.

Tra queste iniziative, il concorso fotografico Wiki Loves Monuments (WLM) rappresenta un caso di particolare interesse, sia per le dimensioni della comunità coinvolta e dei beni culturali documentati, sia per l’utilizzo del suo contributo alla conoscenza aperta attraverso strumenti che permettono di comprendere le dinamiche di produzione e condivisione della conoscenza sul patrimonio culturale. Infatti, dal 2010, coinvolgendo oltre 98.000 partecipanti provenienti da 93 paesi e più di 1,5 milioni di monumenti fotografati, WLM è stata un’opportunità unica per diffondere e promuovere il patrimonio culturale dei paesi partecipanti attraverso immagini condivise con licenze libere. I numeri dell’edizione italiana di Wiki Loves Monuments confermano come questa iniziativa si configuri come un prezioso strumento collaborativo di documentazione digitale dei monumenti. Dal 2012, circa 7.900 partecipanti hanno contribuito all’edizione italiana del concorso, caricando su Wikimedia Commons più di 155.000 fotografie inerenti a 6.200 monumenti e beni culturali. Le potenzialità di Wiki Loves Monuments nel favorire la produzione e condivisione di conoscenza dei beni culturali e dei territori italiani su Internet sono state misurate attraverso diverse metriche. Come documentato in una recente ricerca (Bertacchini, Pensa, prossima pubblicazione), al 2019 le foto scattate all’interno del concorso e caricate su Wikimedia Commons sono state visualizzate 145 milioni di volte. Dalla prima edizione italiana, 15.000 foto di beni culturali sono state riutilizzate in progetti Wikimedia e oltre 26.000 pagine Wikipedia sono state arricchite con immagini di monumenti caricate nell’ambito del concorso. Allo stesso tempo, le pagine Wikipedia dei comuni arricchite con foto del concorso hanno ricevuto più visualizzazioni e sono cresciute maggiormente in termini di quantità di informazioni testuali presenti sulla pagina rispetto alle pagine Wikipedia dei comuni in cui non sono state scattate fotografie.

In questa prospettiva, comunità digitali come quella nata intorno a Wiki Loves Monuments potrebbero essere considerate, in linea con i dettami della Convenzione di Faro, come un’esperienza di comunità patrimoniale, costruita però attraverso i legami più fluidi della sfera digitale (Sciacchitano 2020), ma che proprio per questa natura la rendono ancora più innovativa e pioneristica nei processi partecipati di valorizzazione del patrimonio culturale.

** Il testo è tratto dal volume “La partecipazione alla gestione del patrimonio culturale”, Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, a cura di Alessandra Ferrighi, Elena Pelosi, Luca Sossella Editore, 2024 (https://lucasossellaeditore.it/libro/la-partecipazione-alla-gestione-del-patrimonio-culturale/) **

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Bertacchini, Enrico, Pensa, Iolanda, Exploring Collaborative Digital Heritage Communities: A Quantitative Assessment of Wiki Loves Monuments In Italy. Il Capitale Culturale (prossima pubblicazione).

Bertacchini, Enrico, Falletti, Vittorio, 2015, Gli amici dei musei in Italia: verso un mecenatismo adozionale. Centro Studi Silvia Santagata-EBLA. Disponibile su https://www.fondazionesantagata.it/pubblicazioni/rapporto-dellindagine-amici-dei-musei-in-italia-verso-un-mecenatismo-adozionale/

Bonacini, Elisa, 2018, Heritage Communities, Participation and Co‐creation of Cultural Values: The# izi TRAVEL Sicilia Project, in “Museum International”, 70 (1-2), pp. 140-153.

Bonet, Lluis, Négrier, Emmanuel, 2018, The participative turn in cultural policy: Paradigms, models, contexts, in “Poetics”, 66, pp. 64-73.

Noiret, Serge, 2018, Digital Public History, in Dean, David (a cura di), A Companion to Public History, John Wiley & Sons, Newark, NJ, pp. 111-124.

Roued-Cunliffe, Henriette, Copeland, Andrea (a cura di), 2017, Participatory Heritage, Facet Publishing, London.

Sciacchitano, Erminia, 2020, La rigenerazione a base culturale: il ruolo delle comunità digitali, in “Territori della Cultura”, 42, pp. 220-223.

ABSTRACT

As public resources for culture decline, discussions about policies and strategies for the sustainability of cultural heritage have intensified, increasingly relying on private funding. The focus has often been on economic and managerial aspects, emphasizing financial incentives to encourage private contributions or developing strategies to attract visitors. In the last decade, a growing awareness has emerged among cultural and social actors, highlighting the importance of participation in the relationship between cultural assets, institutions, and the public. The Faro Convention represents a clear reference to this participatory shift in managing and promoting cultural heritage. Research initiated by the Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali serves as a first step to map and understand the diverse landscape of community and participatory experiences in Italy. This contribution proposes exploratory avenues to deepen knowledge of the phenomenon, reflecting various expressions of participation in the management and enhancement of cultural heritage.

 

 

Enrico Bertacchini

Enrico Bertacchini

Enrico Bertacchini è professore associato di Scienze delle Finanze presso l’Università di Torino. Esperto di economia e politiche della cultura, ha condotto ricerche e analisi sul ruolo del patrimonio culturale e delle industrie culturali e creative nei processi di sviluppo socio-economico. È componente della Cattedra UNESCO in the Economics of Culture and Heritage dell'Università di Torino, e membro del Consiglio Direttivo della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino.

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