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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
I protagonisti di Trame di Quartiere, progetto civico sociale e cooperativo, raccontano la loro opera urbana nel quartiere di San Berillo a Catania. Questo contributo fa parte del dossier “Coltivare Comunità” di Letture Lente sulla rigenerazione e lo sviluppo territoriale delle aree interne
© Photo by Shane Rounce on Unsplash

Il percorso di Letture Lente alla scoperta e ascolto di “Coltivatori di Comunità” fra le aree interne del nostro Paese parte attrezzato di curiosità, domande, e anche di audaci obiettivi di sintesi nella ricerca di chiavi comuni. La sfida è di senso e progetto, ma ha in quella lessicale – che interroga l’azione culturale – il suo terreno di confronto decisivo con gli attori della rigenerazione che attendiamo. Le domande che ci poniamo sono quelle che l’editoriale a firma di Barca, Pazzagli, Tantillo e Teneggi, “Coltivare comunità, coltivare desideri” rende bene e utilmente nostre.

Tappa di attraversamento di questo flusso è provocatoriamente una trama urbana: il quartiere di San Berillo a Catania. È da qui che iniziamo a parlare di aree interne.

SAN BERILLO. TRAME DI QUARTIERE

Nel quartiere San Berillo di Catania gravitano i soggetti ai quali non viene riconosciuta cittadinanza dal resto della città: ancora rappresentazione stigmatizzante del luogo diverso e proibito, è uno spazio di osservazione ed esercitazione sulle trasformazioni urbane. Progetti di risanamento e recupero continuano a colpire la vita quotidiana delle persone, ponendo il costruire come prospettiva e strumento dominante la dimensione abitativa e il suo sviluppo. I più vulnerabili fra coloro che desiderano coabitare (migranti, sex worker, senza fissa dimora, comunità di stranieri, lavoratori informali) diventano vittime di espulsione, pulizia e repressione, ostacoli alla pianificazione invece che risorsa.

È questa la scena che i protagonisti di Trame di Quartiere, progetto civico sociale e cooperativo, ci invitano a considerare raccontandoci della loro opera urbana a San Berillo.

La Cooperativa di comunità nasce nei mesi successivi al primo lockdown pandemico, quando lo slogan “restate a casa” era schiaffo e sberleffo a chi una casa non la possiede e, nella mancanza di servizi di prossimità, non trova risposte ai propri bisogni. La scelta del gruppo di progetto, già attivo da anni, è stata allora quella di mettere mano anche a processi organizzati di scambio e trasformazione economica, dando pienezza agli obiettivi comunitari che si era posto.

“Abitare – dicono – significa dare senso alla quotidianità organizzata: spazi, relazioni, il fare di produzione e trasformazione. Elementi che danno significato a quello spazio prima del costruire”.

Dal punto di vista tecnico Trame di Quartiere è un team interdisciplinare che promuove e facilita pratiche di azione e di ricerca sul territorio, proponendosi le diversità come risorse abilitanti la città coesa e inclusiva. Un’azione competente. Un tratto distintivo della sua opera, e forse anche un requisito generale dell’azione rigenerativa che le policy devono favorire, è nella coabitazione, nel nostro caso di San Berillo. Le parole guida dei componenti il team (Luca, Andrea, Carla, Roberto, Flavia, Giovanni, Maria Chiara, Luca, Francesco, Maria, Alice, Carolina, Andrea, Badr, Enrico, Elisa) sono sperimentare, abilitare, ingaggiare; il loro punto di azione è dentro, sotto, al fianco e la esercitano assumendosi la fatica e il rischio dell’abitare le strade e un palazzo del quartiere. Un’azione politica e consapevole [1].

UNA COOPERATIVA MAI VISTA

Il titolo è una provocazione a tutte le cooperative già attive nella rigenerazione urbana e fra abitanti e professionisti dei territori per il loro sviluppo. Sappiamo bene quante esperienze “mai viste” già questo ambito di visione, bisogno e mutualità ha ispirato e prodotto. Andrebbero citate tutte. Resta però la necessità e la provocazione del titolo che richiama una delle innovazioni – delle rotture, se vogliamo – necessarie a questa applicazione comunitaria: quella delle forme e degli strumenti. Qui abbiamo e possiamo osservare – ancora sorpresi, come nel 2005, al primo ascolto fuori dal paese degli abitanti di Succiso che avevano costituito, in un contesto diametralmente opposto, la cooperativa detta poi di comunità “Valle dei Cavalieri” -:

  • una cooperativa (quindi innanzitutto – vale sempre la pena segnalarlo – democratica, non speculativa, a porta aperta e a funzione sociale come tutte le cooperative devono essere);
  • comunitaria, volta primariamente a uno scopo comunitario esterno alla cooperativa stessa;
  • sociale, con oggetto esclusivo di integrazione socioassistenziale ed educativa di persone vulnerabili e tendenzialmente escluse dal contesto politico, sociale ed economico;
  • sostanzialmente duale (ma non nella forma civilistica), con processi decisionali aperti alla partecipazione degli abitanti del quartiere ma governata da una base formale e un consiglio di amministrazione fondativi e di guida tecnica (una forma di drivership);
  • abitante, perché anche la base formale e di guida amministrativa della società è composta da persone implicate con la vita del quartiere in termini di riconoscibilità, abitazione, fatica e rischio;
  • imprenditorialmente consapevole della necessità di una lunga fase di fundraising istituzionale legata allo scopo per alimentare progressive generatività economiche, forte (ma anche debole) della necessità di fare del progetto stesso e dei suoi scopi di abilitazione politica, sociale ed economica del quartiere la propria attività imprenditoriale.

Questo ultimo carattere è decisivo per la maturazione del progetto. La cooperativa nasce infatti non per agire immediatamente un business plan già sostenibile di attività economica, ma per dichiararlo pubblicamente, manifestarlo, renderlo partecipabile e possibile, assumendone la fragilità. Diventerà impresa anche economica di terziario e magari manifatturiera ciò che oggi deve già essere impresa sociale e culturale riaffermandone le condizioni.

Non può essere spazio architettonico e di impresa quello che non è già prima – o ancora – di cittadinanza.

Il “salto da associazione di promozione sociale a cooperativa sociale – scrivono i soci – era necessario per avviare un cambiamento organizzativo, giuridico ma anche concettuale rispetto agli obiettivi che ci prefiggiamo di perseguire”. Una sfida necessaria – il rimando è agli sguardi di apprendimento più sotto – ancora non del tutto compiuta.

 

PRIMA LA PRODUZIONE CULTURALE. UNA STORIA VIVA DEL SUO RACCONTO

Partiamo dall’inizio. Primo atto per loro è stato – ed è sempre – la produzione culturale che riabilita capacità autobiografica dei protagonisti. Nel 2015 Trame di Quartiere vince il bando “Boom Polmoni urbani!” [2] e avvia il suo progetto di innovazione culturale all’interno del quartiere proponendo arti performative e audiovisive per riscoprire il patrimonio culturale del luogo, rafforzare le relazioni cooperative tra le diversità che la abitano e costruire un’offerta culturale aperta a nuovi autori e a un nuovo pubblico. Artisti dell’opera sono coloro che vivono e abitano quotidianamente lo spazio fisico di San Berillo, in dialogo costante con il progetto rigenerativo, fino a diventarne progressivamente autori.

Una delle produzioni rese possibili da questo primo atto del progetto di Trame è stata San Berillo Web Serie DOC, risultato di un laboratorio triennale di video documentazione, ideato e condotto dalla regista Maria Arena [3]. Ogni episodio lo racconta attraverso la voce degli abitanti e le testimonianze di chi lo attraversa con uno sguardo a soluzioni possibili per la sua rigenerazione. Gli altri atti dell’opera comunitaria di San Berillo è difficile metterli in fila. Procedono integrati l’uno all’altro, sovrapposti agli stessi spazi ritrovati, con nuovi personaggi di narrazione e trasformazione, in una progressiva abilitazione al fare fragile, inclusivo e istituente.

Affrontare la fragilità territoriale significa accettare la rischiosità e la fragilità dei processi che vi sono ancora possibili.

Fra questi il progetto “Migrantour” [4] con cui Catania diventa città (un po’ più) europea e in pochi avrebbero potuto prevederlo così come il suo senso: essere comunità di destinazione per chi ci vive insieme a chi la può raggiungere e attraversare. Il valore aggiunto è costituito dagli accompagnatori che conducono la passeggiata dei viaggiatori presentando loro spaccati di storia contemporanea della città. La passeggiata turistica proposta da Trame di Quartiere inizia a Palazzo De Gaetani, sede della Cooperativa, nel cuore di San Berillo e li ritorna dopo avere attraversato anche parti della città esterne al quartiere.

Le geografie esterne, la rete con la “comunità globale”, il riconoscimento di valore esterno aggiunto a quello identitario e di utilità interno sono fondamentali alla costruzione comunitaria e mancano all’azione dei soggetti istituzionali pubblici e privati di mediazione che intendono supportare l’impresa comunitaria.

 

SOTTOSOPRA. L’ABITARE COME IMPRESA COOPERATIVA

Con “Sottosopra: Abitare Collaborativo”, progetto sostenuto dalla Fondazione Con il Sud, Trame di Quartiere affronta la povertà abitativa e relazionale. A San Berillo il responsabile del progetto è Oxfam Italia Intercultura in partenariato con la cooperativa, Diaconia Valdese, Sunia Catania, Impact Hub e Comune di Catania. Ha dato a Trame di Quartiere l’opportunità per recuperare una parte dello storico Palazzo De Gaetani, con l’attivazione di servizi di prossimità e la creazione di spazi e tempi di incontro e scambio. I beneficiari sono persone provenienti da percorsi di homelessness che troveranno ospitalità presso il Palazzo e, allo stesso tempo, percorsi di reinserimento sociale ed economico mirati a raggiungere un’autonomia abitativa. La caffetteria condivisa al fronte strada del Palazzo rappresenta il nuovo centro di incontro dove convergono attività di carattere sociale e culturale utili ad avvicinare ulteriormente la città al quartiere.

Il sostegno prioritario si rivolge alle esperienze abitative già in essere e specialmente a quelle contradditorie e che devono essere aiutate a uscire da stati di precarietà e bisogno. La prospettiva dell’abitare (prima di quella del costruire) è fondativa della rigenerazione comunitaria e manca una sua centralità nelle policy attive.

In molti contesti, sia urbani che rurali, la costruzione di cemento ha preso il posto di quella spaziale e sociale: abbiamo dimenticato che le persone, insieme alle altre specie, vivono una dimensione abitativa fatta primariamente di relazioni, conoscenze, conflitti, mediazioni, resilienze. Come suggerisce l’antropologo Tim Ingold [5], riprendendo le suggestioni di Heiddeger, bisognerebbe ridare forma e interesse alla prospettiva dell’abitare e alla relazione come spazio istituente urbanità.

APPRENDIMENTI CRITICI E COMUNI

Per non sostare nella celebrazione descrittiva ed eroica dell’esperienza non possiamo mancare a un’osservazione critica e di apprendimento. Non cerchiamo epigoni ma innovatori delle policy per la comunità e dobbiamo trarre dalle esperienze elementi critici e complessivamente prescrittivi.

Il riferimento al capitale privato è una provocazione necessaria e interroga quotidianamente Trame di Quartiere. Non dobbiamo chiaramente ridurlo “al bisogno di denaro”. Se così fosse non varrebbe nemmeno distinguere fra capitali privati e pubblici e dovremmo ritenere necessariamente efficace la strategia dei Bandi Borghi PNRR. Riferendoci al capitale privato intendiamo allora tutti gli effetti diffusi e circolari di generatività remunerative che il capitale impegnato deve produrre. Se il mercato predatorio ed estrattivo è l’antagonista ai processi costruttivi di comunità, quello mutualistico e inclusivo ne è parte fondamentale e non è sufficiente criticare il primo per generare il secondo. La parola di valore è utilità e quella strumentale che le è necessaria remunerazione. Se la rappresentazione generata dall’intervento sociale a forte impronta culturale e innesco è infrastruttura distintiva di startup delle imprese comunitarie, la scala della loro sostenibilità vuole la crescita di intraprendenze utilitaristiche di scambio sul posto e con l’esterno capaci di remunerazione. Non v’è dubbio che l’insistere di Trame di Quartiere sulla dimensione rappresentativa diventa critica ove e se corrispondente alla mancanza di capitali accessibili sufficienti ovvero all’insufficienza della traduzione in valore imprenditoriale così inteso di quelli disponibili. Non è quindi la natura pubblica o privata del capitale disponibile che qui interessa ma la sua effettiva accessibilità in termini trasformativi. È un requisito che sta da un lato alla fonte dell’approvvigionamento e dall’altro alla capacità dei suoi utilizzatori. Sotto il primo aspetto potremmo parlare della condizione di effettiva gratuità o affidamento a nuove missioni condivise del filantropo ovvero a quella di visione, consapevolezza e pratica di innovazione al policy makers. È questo il tempo nel quale l’efficacia dell’investimento esige la trasformazione delle missioni, dei processi valutativi e – quindi – di quelli organizzativi dell’investitore. L’indisponibilità dei più grandi, pubblici e privati, fra questi (Stato, Fondazioni, Chiesa, Patrimoni fondiari collettivi ad esempio) rende sostanzialmente inaccessibili la loro capacità/disponibilità in termini di effettiva innovazione sociale e “coltivazione comunitaria”. Non v’è dubbio che oggi, con riguardo ai capitali finanziari, il deficit riguardi più queste condizioni che la loro mancanza e potremmo tornare al PNRR per testimoniare già una crisi o – ancora parzialmente in tempo – per annunciarla. La sfida generativa che cerca la crescita di capitali circolanti da impieghi così ingenti è decisiva e non modifica la nuova natura che ne attendiamo in termini di mutualismo e inclusività.

La complessità della natura dell’obiettivo non deve smentire la sua urgenza e troppo spesso l’imprenditoria sociale, il terzo settore o – più genericamente – l’impresa locale ne fanno invece alibi per la loro inefficacia. Lo spazio privato che diventa comune è quello che fa i conti quindi con la circolazione di utilità e remunerazioni collegate al capitale investito e – requisito ulteriore – al patrimonio territoriale. Non v’è costruzione comunitaria se non nella trasformazione in utilità e remunerazioni inclusive dei patrimoni territoriali.

Altro elemento necessario del processo di “coltivazione comunitaria” che leggiamo ancora inespresso in Trame di Quartiere e, da qui, vediamo tanto più necessario è nella costruttività del rapporto pubblico-privato. Le posizioni che confermano una dualità terza e di reciproca delega (inizia una – quella privata seppure collettiva – dove finisce l’altra – quella pubblica seppure di potere e amministrativa) sono rassicuranti e alle volte addirittura legittimanti le relative organizzazioni per i rispettivi consensi (giungono ad alimentarne e sostenerne l’impegno: di spesa o di volontariato). Anche in questo caso il permanere nelle reciproche e “giuste” posizioni, pure alimentando il processo – lo tengono in piedi l’uno contro l’altro – ne neutralizzano la generatività comunitaria smentendone in realtà gli obiettivi. Occorre passare più decisamente alla compartecipazione delle azioni, del vissuto e dei rischi che sono connessi alla dimensione del fare. Sporcarsi i “guanti bianchi”, gli uni da funzionario responsabile, gli altri da antagonista del collettivo. Gli uni tornando alla fatica del territorio e della sua imprevedibile e rischiosa complessità (molta della crisi della rappresentanza è anche deficit di implicazione della pubblica amministrazione), gli altri contemplando nella dimensione collettiva e comune quella pubblica, propriamente intesa, anche nelle sue esigenze regolative e rendicontative (anche l’azione collettiva risponde a qualcuno e non solo ai suoi “utenti” privati uno ad uno). Occorre regolare il rapporto pubblico e privato sulla base di immagini condivise della trasformazione urbana e di reciproche attese e abilitazioni. Diversamente l’azione pubblica si riduce a pubblica amministrazione e quella sociale involve e implode nella rivendicazione politica universalmente antagonista.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Le attività e la vasta produzione di Trame di Quartiere aps e cooperativa di comunità sono accessibili nel loro sito ufficiale www.tramediquartiere.org al quale si rimanda.

[2] www.polmoniurbani.it

[3] Nelle pagine web https://www.tramediquartiere.org/san-berillo-web-serie-doc-1-serie/ è possibile accedere alla serie di video realizzati.

[4] www.mygrantour.org

[5] L’opera di Tim Ingold è molto ampia a questo proposito. Si segnala, fra le altre pubblicazioni, Ingold T., Siamo linee. Per un’ecologia delle relazioni sociali, Treccani, 2020 con la quale l’autore spinge la sua critica all’infrastruttura dominante la relazione sul piano dei network, quale paradigma assoluto della contemporaneità.

 

Luca Lo Re. Antropologo con esperienza di ricerca e azione in ambito urbano e con particolare interesse allo studio delle relazioni tra pratiche spaziali e politiche urbane in contesti interessati dai processi di rigenerazione urbana. Attualmente frequenta il corso di Dottorato in Ingegneria dell’Urbanistica e dell’Architettura, curriculum Tecnica urbanistica del DICEA Università Sapienza, lavorando ad un progetto di ricerca che analizza il riuso come pratica sociale all’interno del processo di riconversione economica e spaziale della città di Taranto. Collabora con associazioni del terzo settore e istituzioni pubbliche in progetti di attivazione sociale e animazione territoriale di aree urbane marginalizzate. È presidente della cooperativa di comunità Trame di Quartiere.

Giovanni Teneggi cura lo sviluppo di cooperative di comunità per Confcooperative. Dal 2005 la sua attività di ricerca, narrativa e consulenziale è dedicata alla costruzione sociale ed economica della comunità. Ha avuto ruoli manageriali in enti sindacali, del terzo settore e organismi pubblici. Ha partecipato a pubblicazioni collettive su questi temi edite da Donzelli, Il Mulino, FrancoAngeli, LetteraVentidue e FBKPress. Abita e vive con la sua famiglia l’Appennino Tosco Emiliano dove è nato.

ABSTRACT

The community cooperative “Trame di Quartiere” was born during the pandemic, in the months following the first lockdown, when the slogan “stay at home” was a slap in the face for those who do not own a house and cannot find answers to their needs due to the lack of proximity services. The project is run by a team of inhabitants of San Berillo (Catania, Sicily), who have already been active for years, and its aim is to activate organized processes of exchange and economic transformation, putting the community at the centre of the action. “Living – they say – means giving meaning to organized everyday life: spaces, relationships, the making of production and transformation”. An experience that allows a critical contribution to regeneration policies.

 

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