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Una sfida per andare oltre la frammentazione
Rete Delle Culture

Per lo più sono fili d’erba che non riescono a fare cespuglio. Eppure sono presenti in ogni dove, dalle grandi città ai piccoli borghi. Sono le organizzazioni culturali non lucrative che, in questi anni, sono numericamente cresciute ma le loro fragilità si sono ulteriormente evidenziate durante la lunga fase della crisi pandemica. Fra il 2020 e il 2022 hanno dovuto fare i conti con l’applicazione del Codice del Terzo Settore, costruito senza tener conto delle loro peculiarità. Erano assenti dai luoghi di rappresentanza, dai tavoli di concertazione, dal dibattito pubblico sulla riforma. Molti sono rimasti in un limbo, incerti se avviare le procedure per iscriversi al Registro Unico del Terzo Settore (RUNTS), ed ottenere il riconoscimento di ETS (Ente di Terzo Settore), oppure restare ai margini. Molto spesso si tratta di organizzazioni non strutturate a sufficienza, animate da volontari generosi ma senza le competenze necessarie per una gestione ordinata conforme alle prescrizioni del Codice. Operano in piccole comunità, non hanno volontari stabili e fanno fatica a costruire bilanci sostenibili. Eppure sono preziosi animatori del tessuto sociale e culturale di molte comunità. Per questo rappresentano, in larga misura, “i naufraghi” della stessa riforma.

In questo contesto ci sono molte “oasi”, organizzazioni più strutturate che promuovono festival, rassegne, eventi oppure gestiscono spazi un tempo dismessi e abbandonati, soprattutto nelle periferie urbane, erogano servizi al pubblico nei luoghi della cultura, operano nella lotta alla dispersione scolastica e nel contrasto alla povertà educativa, agiscono nella costruzione del welfare di comunità, assumendo spesso il profilo di vere e proprie imprese culturali no profit. Sono quindi strutturalmente esperienze orizzontali, territoriali, riconosciute dalle comunità locali che ne legittimano l’azione. Ed è questa la ragione principale per cui sono esperienze frammentate, fili d’erba, e in qualche caso, autoreferenziali.
D’altra parte, mentre nell’ambito delle organizzazioni di volontariato, piuttosto che nel settore sociosanitario o più propriamente sociale, c’è una lunga ed antica tradizione di associazioni, consorzi e reti nazionali, nell’ambito culturale non si rintraccia nulla di tutto questo in maniera evidente e significativa.

Infine non si può sottovalutare che le organizzazioni culturali no profit, per le loro attività, dipendono in larga misura dall’accesso al finanziamento pubblico e, laddove sono presenti, dalle erogazioni delle Fondazioni di origine bancaria. Nel caso del Mezzogiorno la dipendenza dai finanziamenti pubblici è pressoché totale. C’è poca esperienza di fundraising e scarsa capacità di programmazione. Il “bandismo”, che finanzia progetti spesso di breve durata, non agevola il consolidamento e lo sviluppo delle organizzazioni, prevede la formazione di partenariati “strumentali” alle previsioni dei bandi, alimenta uno spirito competitivo che sovrasta la spinta alla collaborazione. Anche per queste ragioni sono molto rare le reti territoriali. Non hanno rappresentanza nel Forum del Terzo Settore, organizzato con enti nazionali verticali, e non hanno relazioni con il vasto mondo del no profit a livello locale. E tuttavia ci sono tentativi di “farsi cespuglio”.

In questo contesto è nata l’Associazione Rete delle Culture che associa fondazioni, onlus, cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato, imprese sociali che operano nel settore culturale con evidenti risvolti in ambito sociale. La recente Assemblea Nazionale che si è tenuta a Salerno ha riunito le “oasi” insieme ai “naufraghi” della riforma del Terzo Settore, con un duplice obiettivo: provare a dare una rappresentanza ai frammenti di innovazione che spesso contraddistinguono queste esperienze; delineare una strategia che consenta di affrontare alcuni nodi storici come l’accesso al credito, la formazione dei quadri dirigenti, il ricorso al fundraising come scelta non occasionale e sporadica, il superamento della frammentazione, la costruzione di un sistema di alleanze sia nell’ambito privato che del privato sociale.

In ultima analisi l’obiettivo è organizzare l’attraversamento del deserto connettendo le oasi senza abbandonare i naufraghi, provando a costruire piattaforme di sviluppo dell’economia sociale.

Riprendendo una bella metafora utilizzata a Salerno da Aldo Bonomi, la Rete è il “caravanserraglio”, il luogo dove si riuniscono le carovane che desiderano fare insieme un percorso condiviso. E tuttavia questo non darà i frutti sperati se il cespuglio resterà isolato, privo di un sistema di relazioni con il resto del Terzo Settore.

Per queste ragioni la Rete delle Culture aderirà al Forum del Terzo Settore per dare rappresentanza ma anche per contribuire a definire una piattaforma politica spendibile nel rapporto con il Governo e il Parlamento. Tema questo molto delicato, soprattutto in uno scenario in cui sembra abbastanza evidente il rischio che, dopo gli ampi riconoscimenti attribuiti al Terzo Settore durante la fase pandemica, si assista ad una sua progressiva marginalizzazione nelle politiche di sviluppo sociale, culturale ed economico del Paese. Sembra essere infatti tornato in auge l’idea della centralità dello Stato, di uno Stato pervasivo nell’economia come nella regolazione della vita sociale e la sussidiarietà sembra circoscritta ad una diversa distribuzione di compiti e funzioni fra Stato e Regioni, lasciando ai margini gli Enti locali come i corpi intermedi. E nel dibattito sull’autonomia differenziata, a proposito dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni), non si fa alcun riferimento alla garanzia dei servizi culturali essenziali. Temi cruciali a cui la Rete delle Culture intende dedicarsi nell’ambito del Forum del Terzo Settore ma anche cercando di costruire alleanze con gli altri soggetti che operano nel settore culturale.

Molti sono gli ambiti in cui si potranno sviluppare forme di collaborazione con gli Enti pubblici. A partire dall’applicazione dell’art. 55 del Codice del Terzo Settore che ha introdotto gli istituti della co-programmazione e co-progettazione, dell’art. 89 che estende il ricorso a forme speciali di partenariato pubblico-privato agli ETS per la valorizzazione di beni culturali immobili di appartenenza pubblica. C’è un complesso lavoro da fare, con pazienza, determinazione, per costruire consapevolezze fin qui troppo deboli, provando a fare densità, ad aggiungere senso all’agire collettivo, quotidiano.

A Salerno abbiamo posto un grande tema: come riorganizzare, sia a scala locale che nazionale, la rappresentanza degli ETS, aprendo una discussione franca, aperta. L’attuale modello nasce prima della riforma e risente della più generale crisi della rappresentanza dei corpi intermedi. A nessuno si deve chiedere di rinunciare a sé stessi, ai propri obiettivi, alla propria storia. Ma oggi è tempo di riportare alla nostra memoria l’antico insegnamento che “nessuno si salva da solo”.

La Rete delle Culture sarà un luogo aperto, animato dalla Carta dei Valori che ha indicato, fra i principi ispiratori, la centralità della persona e il valore del lavoro individuale e collettivo, il contrasto ai divari economici e sociali, favorendo l’inclusione di uomini e donne, soprattutto di chi si trova ai margini, il diritto alla cultura e alla formazione per tutti. Occorrerà essere vigili per scongiurare due rischi: l’autoreferenzialità e il corporativismo. Dobbiamo tenere insieme le parole e i fatti. Come ha scritto la poetessa Emily Dickinson, “dobbiamo abitare nella possibilità”. La Rete delle Culture è una piccola tessere del grande mosaico che compone il Terzo Settore. Questa consapevolezza non deve mai sfuggirci. Possiamo e dobbiamo fare la nostra parte, condividendola con chi vorrà farsi nostro compagno di viaggio. Siamo una goccia nell’oceano. Ma come disse una volta ad un giornalista Madre Teresa di Calcutta, “senza la nostra goccia, l’oceano sarebbe più piccolo”.

Ledo Prato
Presidente Rete delle Culture

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