skip to Main Content
LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Cosa chiedere ai sistemi culturali ed educativi perché l’umanità contemporanea possa riprendere l’opera dei luoghi della quale questo tempo manifesta una fame così drammatica e profonda? Questo contributo fa parte del dossier “Coltivare Comunità” di Letture Lente sulla rigenerazione e lo sviluppo territoriale delle aree interne

Le cooperative di comunità sono un fenomeno imprenditoriale caratteristico del nostro Paese. Si tratta di cooperative costituite da abitanti di territori e quartieri che diciamo fragili perché troppo distanti dalle leve economiche, da quelle sociali o, in alcuni casi, addirittura da entrambe.

La prima è riconoscibile a Monticchiello (Teatro Povero omonimo, nella provincia storica e rurale di Siena), nata nel 1980 dalla trasformazione di un’associazione teatrale già attiva dal 1967 in impresa collettiva di rappresentazione artistica popolare [1].

Poi a Succiso (Valle dei Cavalieri, sul crinale dell’Appennino ToscoEmiliano di Reggio Emilia) nel 1991, dove alcuni giovani della proloco riaprono il bar in forma cooperativa, per mantenere alla loro comunità un luogo di conversazione e incontro [2].

Poco distante, nel 2003, a Cerreto Alpi – stesso Appennino – un gruppo di giovani ribelli al destino che li voleva grandi solo a valle, confusi nei centri abitati e industriali più importanti della loro provincia, si costituiscono in cooperativa di lavoro, con lo scopo particolare di trasformare ancora in biografia, bene e lavoro i castagneti, le case e le cose del paese [3].

Nel 2004, dentro al quartiere Montanara di Parma, l’Associazione Gruppo Scuola, che già dal 1972 aveva messo testa e mani a produrre abitanti e luoghi come pedagogia su iniziativa di una maestra della locale scuola elementare, trasforma definitivamente in cooperativa sociale la sua attività garantendone la diffusione e la continuità [4].

Il contesto urbano è ancora scena della costituzione di una cooperativa di comunità nel 2006 e stavolta si tratta del quartiere Sanità a Napoli. È la cooperativa La Paranza: con la sua iniziativa giovani locali si riappropriano, a nome di tutta la comunità, del patrimonio culturale delle catacombe facendone luogo di conoscenza, competenza e lavoro. Sono quasi centocinquantamila, da cinquemila che erano, i visitatori accolti e accompagnati dalle guide culturali della cooperativa [5].

NUOVE FORME DI VITA NEL TEMPO DELLA PANDEMIA

La narrazione delle cooperative di comunità potrebbe lasciare la storia e riprendere dalla sua contemporaneità riferendosi ad alcune delle esperienze più recenti. Sei di loro sono nate – con loro le rispettive comunità – durante il lookdown pandemico più duro. Forse le uniche imprese, certamente fra le più interessanti, per le quali i notai hanno dovuto riaprire i loro studi e studiare specifiche misure preventive.

Facciamo tappa a Rigoso, sul crinale montano di Parma, dove alcuni abitanti hanno ripetuto le gesta antesignane di Succiso, costituendosi in cooperativa, per riaprire alcuni esercizi commerciali del paese. Le condizioni che si sono posti è che i loro gestori abitino nella comunità, dovendovi prendere anche casa se provenienti da fuori, e il rispetto rigoroso del modello di sviluppo che queste imprese hanno ormai insegnato [6]. La coproduzione – insieme al fare certificato in visura camerale – di cultura, socialità, ambiente e relazioni con l’esterno che ne riprende contemporaneamente il racconto. Da tredici soci iniziali si sono ritrovati subito in più di sessanta, tutti a versare la quota di capitale di cinquecento euro ciascuno.

A Lampedusa alcune aziende agricole e abitanti dell’isola hanno risposto al progetto portato dall’Associazione Terra! e nasce Mpedusa. Il loro racconto dell’iniziativa basta a rappresentarne il valore e le condizioni di innesco per lo scopo di rendere nuovamente agricola e produttiva la terra dell’Isola. “Oltre all’area degli orti, i terreni su cui pianteremo le sementi antiche delle Pelagie sono stati messi a disposizione dal nostro Aurian, compagno di viaggio da anni qui a Lampedusa, e dalla famiglia di Pasquale Tonnicchi, uomo di grande cuore, grande cultura e personalità che è stato uno degli ultimi agricoltori isolani. La sua memoria e la sua saggezza ci spingono ancor di più a intensificare il nostro impegno per far germogliare di nuovo queste terre battute dal vento” [7].

Sempre in Sicilia, un’associazione ha ripercorso i passi dei cooperatori comunitari della Montanara di Parma. Il teatro della scena è il quartiere San Berillo a Catania. Dirlo interno non è sufficiente a rappresentarne la distanza dal resto della città e dal mondo. Prossimo però ai giovani genieri sociali e comunitari di Trame di Quartiere che ne rifanno i luoghi, vicolo per vicolo, una piazzetta dopo l’altra, con un fare severo, capace di replicarne l’intuizione e il metodo. Propongono che non si possa dire luogo uno spazio che non sia bello, utile, fruibile e senza un tempo di biografia individuale e narrazione comune. Costituendosi in cooperativa dichiarano pubblicamente l’irriducibilità del loro scopo, la loro implicazione abitante, l’urgenza di farne anche economia di trasformazione e scambio sul posto. L’occasione è il ripristino di un palazzo storico di caffetteria e housing sociali [8].

Dobbiamo ripercorrere a ritroso tutto lo stivale italiano per raggiungere un’altra impresa comunitaria nata nel periodo che stiamo attraversando. È VisoaViso e la troviamo a Ostana, sotto al Monviso. Da un paese rifugio che doveva morire, con i suoi tre abitanti, ultimi attesi a lasciarlo nel 1985, a un paese mondo che attrae giovani in cerca di luogo, con lingue e da continenti diversi.

Lasciamo Ostana richiamati dalla cooperativa comunitaria Borghi Sparsi, nell’area metropolitana più a nord e già rurale di Genova, che ha riaperto il negozio di Prelo, nel comune di Serrà Riccò, e fa del bisogno di beni e servizi un’occasione di riconnessione della sua gente e conciliazione dei suoi bisogni quotidiani.

Poi a Costabona, ancora sugli appennini di Reggio Emilia, dove è la cultura del grano e della sua filiera, dalla terra al pane, che riporta nelle aie uomini e donne con figli e nipoti a parlare anche d’altro e pensarsi nuovamente comunità come opera comune.

LE COOPERATIVE DI COMUNITÀ COME IMPRESE CULTURALI

Sono molte più di duecento le esperienze come quelle che abbiamo introdotto e che potremmo indicare per completare l’immagine di un fenomeno diffuso e ormai certo dei suoi modelli di innesco, istituzione e sviluppo [9]. Si tratta di imprese sempre e profondamente culturali: per le condizioni che devono riallestire, per la natura dei patrimoni che risvegliano, per le visioni e le grammatiche necessarie al loro sviluppo, per gli apprendimenti che consentono e, infine, per il contenuto immateriale indispensabile in ciò che producono e propongono al mercato. Il tratto fondamentale del loro fare è quello in corsivo e già da questo primo articolo introduttivo del percorso che Letture Lente inizia lo abbiamo segnalato. Ripercorriamolo.

Teatro Povero di Monticchiello, impresa collettiva di rappresentazione artistica popolare. Valle dei Cavalieri, luogo di conversazione e incontro. Briganti del Cerreto, che trasforma ancora in biografia, bene e lavoro i castagneti, le case e le cose. Gruppo Scuola, produce abitanti e luoghi come pedagogia. La Paranza, che si riappropria, a nome di tutta la comunità, del patrimonio culturale delle catacombe. Corte di Rigoso, che riprende il suo racconto coproducendo contemporaneamente cultura, socialità, ambiente e relazioni con l’esterno. Mpedusa, che, per rendere nuovamente fertile la sua terra, la reimpasta con la cultura, la memoria e la saggezza dei suoi abitanti. Trame di Quartiere, che non dice luogo senza un tempo di biografia individuale e narrazione comune [10].

Lasciamo il resto alla rilettura delle esperienze come chiave per rappresentarci ovunque spazi e tempi di lavoro possibili. Le cooperative di comunità contraddicono la razionalità disciplinare con la quale abbiamo trattato fino a qui la rigenerazione e lo sviluppo territoriale scindendone le scene fra quella biografica, quella culturale, quella sociale, quella spaziale e quella economica. Sono spazio comune di queste competenze, della loro ibridazione prima di quella degli abitanti dei loro luoghi. Ci presentano nuovamente, finalmente riappacificate da un unico racconto, aspirazioni individuali, spazi e beni comuni, remunerazioni e cittadinanze.

L’OPERA E LA FORMA DELLA CITTÀ

Ci riportano all’opera della città come necessaria e fondamentale a tutto ciò che riconosciamo arte e cultura d’autore essendone la manifestazione “più estrema e assoluta”.

Sono le parole di Pierpaolo Pasolini, che riascoltiamo nel suo centenario, mentre sale ancora un sentiero anonimo verso Orte per “La forma della città” nel 1974.

“Questa strada su cui camminiamo, con questo selciato sconnesso e antico, non è quasi niente, un’umile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe opere d’arte d’autore stupende della tradizione italiana. Eppure io penso che questa stradina da niente, così umile, si debba difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore con il quale si difende l’opera d’arte di un grande autore. (…) Il punto dove porta questa strada, l’antica porta della città di Orte: anche questo non è quasi nulla. Sono delle mura semplici, dei bastioni. Nessuno si batterebbe con rabbia e con rigore per difenderle. E io ho scelto invece di difendere questo. Qualcosa che non è sanzionato, non è codificato, che nessuno difende. Ma opera del popolo, dell’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome, che però hanno lavorato all’interno di un’epoca che ha poi prodotto prodotti più estremi e assoluti con le opere d’arte d’autore” [11].

Non sapremmo leggere queste storie e non potremmo intraprendere insieme questo viaggio fra le comunità intraprendenti di abitanti del nostro tempo senza accoglierne i linguaggi e raggiungerle nel punto di fuoco dai quali promana la loro prospettiva. È fuori dal foglio che abbiamo studiato fino a qui e occorre uno sguardo diverso. Riferendoci alla rappresentazione fotografica, cii proporremo di abbandonare l’obiettivo macro, usato abitualmente dalle iniziative eroiche di mera testimonianza, appassionate di restanza e permanenza, oppure, ugualmente, da quelle monodisciplinari, appassionate di sé. Dovremo fare altrettanto dello zoom, usato da professionisti e consulenti distaccati e dediti alla tecnica. È il grandangolo il nostro strumento, unito a tempi lunghi di esposizione, perché sia mosso, ampio e includente lo spettro della nostra osservazione. Una tecnica insegnata da Paul Strand con le parole di Cesare Zavattini nel loro “Un paese”. Era Luzzara nel 1955.

 

“L’occhio non ha età. Quello di Strand proprio no. Perché́ delle cose lui prendeva le due dimensioni, l’essere e il farsi. Forse perciò mi è capitato d’immaginare che famigliarmente colloquiasse con lo spazio e il tempo, anche quando dormiva, per capire con la sua macchina il sonno stesso, perché cosa mai di inutilizzato egli poteva lasciare?

Strand solo in apparenza era pacifico. In realtà, contendeva allo spazio e al tempo certe loro manovre per occultare talvolta la propria originaria ragion d’essere.

Scusate se insisto, ma di Strand ho sempre davanti appunto questo fare il suo mestiere con una continua correntezza da “nativo” insieme all’oggetto di cui voleva fissare la presenza.

Si poteva dare perfino il caso che la gente lo supponesse affrettato o troppo confidenziale nel vederlo preparare la macchina davanti a una cosa e poi abbandonarla lì nella strada come rimarcando più la qualsiasità che eccezionalità, ma quando tornava, riscuoteva tutti i diritti della calcolata assenza durante la quale sapeva bene il genere di connubio che quel tempo preciso e quello spazio preciso avrebbero combinato [12].

I COMPITI COMUNITARI DELL’AZIONE CULTURALE

Cosa chiederci quindi – e cosa chiedere ai sistemi culturali ed educativi che ci sono presenti – perché l’umanità contemporanea possa riprendere l’opera dei luoghi della quale questo tempo manifesta una fame così drammatica e profonda?

Occorre innanzitutto che la cultura torni a essere spazio, tempo e narrazione del vivente. Opportunità di scoperta contemporanea e partecipata delle nuove forme comuni di vita con le quali uomini e donne smarriti tentano di perdonarsi l’abbandono di sé e ritrovarsi.

Le aree più interne, urbane o rurali, si rivelano in questi spazi di maggiore efficacia, quasi che la rarefazione dei flussi non porti solo a più puntuali e composte reattività ma ne consenta anche una più lucida lettura per la loro replicabilità in altri contesti. La cooperazione di comunità è stata ed è laboratorio di innovazione [13]. I paesi e i quartieri impegnati nell’opera comunitaria non consumano abitanti e non li rifugiano, li producono.

Illuminante al proposito il Manifesto del Terzo Paesaggio di Gilles Clement che indica la necessità delle aree terze (quelle ai bordi delle strade e nelle zone d’ombra o scoscese) dove la vita può generarsi, producendo ciò che serve a prati coltivati e giardini ordinati [14].

Chi potrà volgere lo sguardo a queste aree, avendone cura, piacere e competenza, se non il sistema culturale?

Il secondo passo è quello dell’implicazione culturale nelle dimensioni politica, sociale ed economica. Non avremo rappresentanza dei territori se non prima ricostituendone una rappresentazione, che sia comune e viva. Perché sia forma di cittadinanza e abilitazione politica occorre però partecipe intenzionalità. Le esperienze che percorreremo testimonieranno quanto l’azione culturale possa esercitare una funzione di advocacy politica e per la coesione sociale fra le più immediate. L’innesco e gli strumenti culturali legati alla cura della conoscenza, fino alle espressività artistiche, sono a questo proposito opportunità prioritarie rispetto alle pratiche consuete di codesign partecipativo. Occorre investire in pratiche culturali e artistiche implicate nei processi rigenerativi e nella cura del patrimonio culturale locale come campo privilegiato per il loro innesco. Possiamo osservare la stessa necessaria reciprocità con riguardo ai temi dell’allestimento sociale e della qualificazione dei prodotti locali per il loro appeal sul mercato. È peraltro chiara la migliore efficacia delle imprese comunitarie a innesco culturale nell’ottenimento delle quattro condizioni essenziali alla loro sostenibilità economica: il consenso della popolazione locale, l’accesso ai patrimoni materiali e immateriali, la reputazione pubblica tradotta in opportunità di partenariato, una qualificata distintività nel mercato.

A Mamoiada, nella Barbagia nuorese, una lunga e qualificata esperienza cooperativa di riqualificazione del Museo della Maschera è stata fra le prime e più chiare applicazioni di questa condizione. Il Museo è stato riaperto, facendone punto di conoscenza e osservazione del territorio da parte dei suoi abitanti, innesco di processi di appartenenza, allestimento sociale e imprenditivizzazione economica fra gli abitanti. Lo stesso possiamo osservare ad Avigliano Umbro con la riscoperta cooperativa e comunitaria della Foresta fossile di Dunarobba.

A Ussita, sulle pendici dei Sibillini, una guida diversamente turistica del territorio è stata costruita con la popolazione locale e un processo partecipativo, fino a farne non più e solo uno strumento di presentazione dei luoghi ma evento costruttivo degli stessi. La pubblicazione finale né è una sorta di manifestazione [15].

Il terzo passo riguarda la pedagogia delle comunità ed esige che la scuola dei territori interni sia istituzione culturale. Non potrà dirsi comunità un territorio che non sa indicare la sua scuola e non vi sarà scuola riconoscibile se non intrisa e pregna dei suoi paesaggi biografici, sociali, ambientali ed economici. Occorre uno spazio comune nel quale i sogni, i desideri e le paure della gente diventino una domanda comune di senso di una propria urbanità. Questo spazio deve essere la scuola, tempo di capacitazione e svolgimento di questa conversazione [16].

“D’una città – diciamo con Italo Calvino nelle “Città Invisibili” – non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che da a una tua domanda.”

Di tutte le città sognate da Calvino nel suo racconto teniamo particolarmente qui a Ottavia, la città ragnatela.

“Se volete credermi bene. Ora dirò come è fatta Ottavia-città ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. (…) Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto (…). Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge [17].

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] https://teatropovero.it/

[2] https://www.labsus.org/2017/02/succiso-storia-di-un-paese-che-voleva-vivere-e-di-un-bar-che-e-diventato-un-bene-comune/

http://www.vita.it/it/article/2016/05/23/succiso-il-paese-cooperativa-dove-ogni-giorno-si-cambia-lavoro/139495/

[3] https://www.ibrigantidicerreto.com/

[4] https://www.grupposcuola.it/

[5] Nocchetti C., Vico Esclamativo. Voci dal Rione Sanità, San Gennaro FSG, 2018.

[6] Teneggi G., Cooperative di Comunità. Fare economia nelle aree interne, in De Rossi A. (a cura di), Riabitare L’Italia, Donzelli, 2018/2020.

[7] https://www.associazioneterra.it/2020/03/10/nasce-agricola-mpidusa-cooperativa-di-comunita-lampedusa/

[8] https://www.tramediquartiere.org/

[9] IrecoopER (a cura di), Studio di Fattibilità per lo Sviluppo delle Cooperative di Comunità, 2016. https://www.mise.gov.it/images/stories/documenti/allegati/coop/SF_SVILUPPO_DELLE_COOPERATIVE_DI_COMUNITA.pdf

[10] Pazzagli R., Il valore trasformativo della cultura per la rinascita delle aree fragili italiane, in Territori della Cultura (Rivista on line), n.46/2021; Teneggi G., Cultura e sviluppo territoriale. Paole, Echi e Rimbombi, in Territori della Cultura (Rivista on line), n.46/2021.

[11] https://www.teche.rai.it/2015/01/pasolini-e-la-forma-della-citta-1974/

[12] Zavattini C., Strand P., Un Paese, Einaudi, 1953/2021.

[13] Teneggi G., La spinta delle cooperative di comunità, in Osti G., Jachia E. (a cura di), AttivAree, Il Mulino, 2020.

[14] Clement G., Il manifesto del terzo paesaggio, Quodlibet, 2005.

[15] AAVV, Ussita. Deviazioni inedite raccontate dagli abitanti, Ediciclo editore, 2020.

[16] Tantillo F., Luisi D. (a cura di), Scuola e innovazione culturale nelle aree interne, Loescher, 2019.

[17] Calvino I., le città invisibili, Einaudi, 1972.

ABSTRACT

Community cooperatives teach us that cultural action is essential for the qualification of territorial regeneration strategies. These are mutual aid companies set up among inhabitants of inner, rural or urban places for their rebirth. The more than two hundred Italian experiences are all cultural enterprises because at the center of their initiation and their affirmation we find narratives of the territories and their biographies, within global conversations. This business model makes cultural competence a contemporary place that holds together territories and the market of inland areas more effectively thanks to their fragility.

 

Clicca qui e leggi gli altri articoli della sezione “COLTIVARE COMUNITA’” di LETTURE LENTE
Avatar

Giovanni Teneggi

Giovanni Teneggi cura lo sviluppo di cooperative di comunità per Confcooperative. Dal 2005 la sua attività di ricerca, narrativa e consulenziale è dedicata alla costruzione sociale ed economica della comunità. Ha avuto ruoli manageriali in enti sindacali, del terzo settore e organismi pubblici. Ha partecipato a pubblicazioni collettive su questi temi edite da Donzelli, Il Mulino, FrancoAngeli, LetteraVentidue e FBKPress. Abita e vive con la sua famiglia l’Appennino Tosco Emiliano dove è nato.

Back To Top