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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
È necessario che la città diventi impresario di nuovi linguaggi e nuove forme di marketing culturale, mediante un vero piano regolatore della connettività e delle intelligenze
© Photo by Joshua Sortino on Unsplash

Nel suo instant book sulla pandemia intitolato Nel Contagio (Einaudi-Corriere della sera, Milano, aprile 2020), Paolo Giordano spiegava come l’infezione da Covid 19 fosse essenzialmente una deformazione delle nostre relazioni.

Oggi la guerra in Ucraina ci ha drammaticamente mostrato come perfino il combattimento sia determinato e realizzato mediante rapporti e forme di collaborazioni sociali orizzontali.

Nel gorgo dell’epidemia abbiamo visto come – sia nella dinamica di trasmissione del virus che nel suo decorso terapeutico – una distorsione dei legami sociali, da quelli famigliari a quelli sanitari, con il buco nero costituito dalla mancanza di infrastruttura territoriale, abbia aggravato il terribile bilancio dell’epidemia. Troppe morti da solitudine, troppi contagi da promiscuità obbligata, sui trasporti o a scuola.

Il rischio di questa constatazione era di arrivare a considerare il proprio isolamento, o almeno un distanziamento organizzato, come l’unica via di salvezza. Quello che Slavoi Zizeck aveva esemplificato con il detto evangelico Noli Me Tangere (Virus, Ponte delle Grazie, Firenze 2021).

Grazie a questo fenomeno determinato dall’allentamento delle relazioni sociali nel contrasto al contagio, ha preso vigore quella forma di individualismo terapeutico di cui si sono impossessati i no vax per alimentare il loro populismo anti stato.

È tornato così all’ordine del giorno il tema di una riconfigurazione della socialità, del senso di comunità, ancora di più del fare società, come emblema di quella civiltà contemporanea che almeno in Europa ha mitigato la ferocia del liberismo mercantile.

Il filosofo Roberto Esposito nel suo testo Immunizzazione e Comunità (Einaudi,Torino, 2022) parla esplicitamente di de-socializzazione come indotto diretto della minaccia della malattia.

La discriminante politico-culturale che ci ha divisi in questi mesi è stata proprio la contesa attorno a questa de-socializzazione, la necessità o meno di dare corpo e metodo ad un nuovo comunitarismo che fosse in grado di misurarsi con la società digitale che scambia autonomia dell’individuo con subalternità ai meccanismi di calcolo. Di cui la pandemia è stata subito una variante.

In questo percorso abbiamo incontrato poi un secondo cigno nero, appunto la guerra in Ucraina, che ci ha imposto un ulteriore rivisitazione sia del concetto di società che di quello di tecnologia.

UNA GUERRA 3.0

Le cronache che ci inseguono dal fronte orientale ci costringono a ragionare sull’inesorabilità dei nuovi linguaggi virtuali e soprattutto delle nuove geometrie organizzative sempre più decentrate e partecipative.

Nelle prime otto settimane di invasione abbiamo visto prevalere, almeno dal versante ucraino, sui format tradizionali degli eserciti novecenteschi, che riproponevano le forze russe, basati sulla combinazione di fanterie, artiglierie e aviazione, un inedito mix di intelligenze sociali e tecnologiche che producono danni micidiali al nemico costringendolo ad operare in una condizione di subalternità, pur disponendo di forze quantitativamente superiori.

Già la vecchia saggezza di Sun Tzu più di due millenni fa ci avvertiva che in una guerra è avvantaggiato chi si difende e penalizzato chi attacca proprio per l’istintiva socializzazione del combattimento difensivo rispetto alla verticalizzazione di quello di conquista.

In Ucraina vediamo in atto la prima guerra 3.0, ossia un combattimento in cui la società civile, mediante memorie e connettività, diventa logistica diretta degli apparati militari, decentrando, e non concentrando, sia le fasi di azione, quella che una volta chiamavamo guerriglia, sia le fasi di decisioni, che sono sempre state, fino ad oggi, di esclusiva pertinenza dei vertici professionali delle forze armate.

Dopo la pandemia, che ha visto la scienza diventare social, oggi è la guerra che viene investita da una domanda sociale di condivisione, diffondendosi viralmente, sarebbe il caso di dire, sul territorio.

Come sempre il cambio di gerarchia sociale e di modelli organizzativi producono una mutazione dei linguaggi e degli standard semantici.

IL VIDEO DIVENTA PAGINA

Attorno al 2000, Vilèm Flusser, forse uno dei più lucidi e pacati pionieri della mediamorfosi, in un suo testo intitolato La Cultura dei media (Bruno Mondadori, Milano 2004) approfondisce il processo in cui le immagini gerarchicamente prevalgono sui testi nell’intero processo culturale, sospinto dalla fabbrica dell’informazione. Una sostituzione che implica un cambio spettacolare dei poteri e delle modalità di esercitarli.

Scrive Flusser: “Non sono più i politici ad usare le immagini per i propri scopi non-politici – per indurre nei destinatari un comportamento magico – bensì i produttori di immagini in prima persona cominciano ora ad impiegare le immagini in prima persona con lo scopo di manipolare il comportamento”.

Si intuisce, almeno 15 anni prima, come il predominio dell’immagine sia l’emblema del dominio dei produttori di questo linguaggio, svincolati da ogni mediazione, professionale o istituzionale.

Da qui arriviamo, con la progressiva accelerazione del consumo di immagini da parte di ognuno dei miliardi di utenti, al primato dei selettori e distributori di queste immagini, persino rispetto ai produttori: vincono la partita le grandi piattaforme digitali, da Google, a Facebook, a Amazon.

Il combinato disposto di flusso ininterrotto delle immagini e velocità istantanea dell’accesso ci porta alla pervasività globale dell’automatizzazione come meccanismo di organizzazione di quel nuovo rapporto fra domanda ed offerta di contenuti culturali che si deve esaurire nello stesso istante: io cerco un contenuto che deve essere immediatamente fruibile.

In questo scenario il protagonista, l’arbitro, che raccoglie e smista – e dunque ordina anche all’origine, nella fase della creatività culturale – è solo l’algoritmo.

Le pubblicità che hanno invaso i quotidiani con cui Google si accredita come edicola globale ne sono in qualche modo il beffardo vessillo.

La potenza di calcolo, come risultato di due elementi che solo fino a qualche decennio fa erano del tutto sconosciuti sulla scena economica e culturale, quali i big data, come capacità di conoscere tutto di ogni singolo consumatore, e la capacità di elaborazione dei dati, come sicurezza di trasformare ogni informazione in un servizio irrinunciabile da parte dell’utente, modifica l’idea stessa sia di cultura che di comunità.

In questa mediamorfosi, come abbiamo detto, agisce come elemento di interferenza antropologica nelle attività del nostro cervello, e della stessa creatività artistica, l’intelligenza artificiale che automatizza proprio le funzioni che distinguono la nostra specie: la produzione e lo scambio di simboli.

L’intelligenza artificiale interviene sostituendo gradualmente l’incombenza discrezionale dell’uomo fornendo protesi alle nostre sinapsi.

Lo sostiene esplicitamente nel suo tomo La Società Automatizzata (Meltemi editore, Milano 2019) Bernard Stiegler quando scrive “il sapere del tutto automatizzato (se non assoluto) sarebbe del tutto staccato dallo scienziato, cioè dalla sua individuazione”.

Una tesi che abbiamo imparato in queste settimane di guerra a verificare nelle nuove forme di combattimento a distanza, in cui sistemi d’arma automatici, senza alcuna necessità di essere assistiti da tecnici, sono programmati e colpiscono poi automaticamente il bersaglio, ovunque.

Il vincolo del codice, inteso come sistema software, assume un carattere coercitivo prevalente perfino per il codice come norma giuridica, sostiene Dominique Cardon nel suo saggio Che cosa sognano gli algoritmi (Mondadori Università, Milano 2019) dove scrive “le scelte di infrastruttura software strutturano profondamente la maniera in cui gli internauti vedono le informazioni e si rappresentano il mondo digitale”.

Dall’arbitrato dell’algoritmo risaliamo alla prescrittività della piattaforma. Il come fare prevale sul cosa fare.

Una rassegna persuasiva di come questa trasformazione si dispieghi concretamente nelle infrastrutture culturali, mutando proprio le facoltà professionali e sociali del sistema comunicativo, ci viene descritto dal libro Mercanti di verità (Sellerio, Palermo, 2021) di Jill Abramson, l’ex direttrice del New York Times. Una minuziosa e documentatissima cronaca di cosa sia accaduto negli apparati giornalistici americani in questi ultimi 20 anni.

IL GIORNALISMO COME LABORATORIO

Si coglie nella dettagliatissima cronaca, che ci porta proprio nelle stanze dove in questi anni è stata vissuta la grande crisi dell’informazione e dove sono state elaborate le strategie di uscita da quella crisi. La sintesi di quella storia la potremmo cogliere nel capitolo in cui la Abramson, ricostruendo la vita di due grandi apparati tradizionali, quali il New York Times, ovviamente e il suo concorrente storico, il Washington Post, e di due nativi digitali, potremmo dire, come Vice e BuzzFeed ci mostra come ogni testata diventa da distributore di informazioni a centro servizi personalizzato.

Il ruolo fondante del giornalista al tempo della rete, spiega la Abramson, è l’abbinamento di ogni singola notizia con ogni singolo utente, per quanto numerosi siano appunto i frequentatori dei siti digitali dei giornali.

Un’operazione mastodontica, gestibile solo mediante la delega a sistemi tecnologici automatici che procedono mediante profilazione e raccomandazione, le due funzioni che oggi presiedono ad ogni pubblicazione di contenuto giornalistico.

L’obbiettivo anche per i giornalisti diventa la riproduzione di quella capacità estrattiva di valore che mostrano di possedere gli apparati digitali, che usano i dati degli utenti per abbinare in maniera irresistibile la propria offerta ad ogni cliente che si individua come predisposto e indifeso.

Questo meccanismo impone il ridisegno dei profili professionali e delle competenze di ogni singolo artigiano della cultura, dando centralità ai saperi tecnologici per ridurre le forme di dipendenza e di condizionamento da fornitori, consulenti o collaboratori.

Questa dinamica della convergenza, mediata e arbitrata dagli algoritmi, attribuisce anche nuove responsabilità ai vertici delle comunità locali, i nuovi impresari delle produzioni culturali diffuse sul territorio, e agli operatori di comunità, soggetti indispensabili per ridare autonomia e protagonismo ai territori in questa epoca di globalizzazione omologante. Proprio questa alleanza fra amministratori e operatori di comunità si trova a lavorare sul crinale di quell’attrito che si realizza nei territori all’impatto dei flussi globali. Da una parte se ne coglie l’opportunità di visioni e vantaggi internazionali, dall’altro si registra una penalizzazione delle rendite di posizione che produce chiusura corporativa e sovranista.

Ce lo ricorda Aldo Bonomi, uno dei più acuti e instancabili ricercatori sociali, nel suo libro Oltre le mura dell’impresa (DeriveApprodi, Roma, 2021) : “se la potenza estrattiva dei flussi dell’economia-mondo produce crescente reazione e chiusura dei luoghi in comunità rancorose, tocca lavorare, per quel che si può, da una parte per produrre nei flussi una qualche coscienza delle logiche estrattive, dall’altra per accompagnare i luoghi ad assumere coscienza di luogo come capacità dialettica di esprimere uno spazio di rappresentazione collettivo rispetto ai flussi”.

Dice Bonomi che bisogna negoziare sul territorio le forme e i contenuti della contaminazione tecnologica, dando ruolo e funzione ai portatori di linguaggi per ri-mediare le tecnologie prescrittive delle piatteforme.

CITTADINANZA COME RIAPPROPRIAZIONE DI LINGUAGGI E STRUMENTI DI CALCOLO: LA SFIDA DEL 5G

Arriviamo così al cuore del tema che mi propongo di definire, guardando al dossier già citato di Letture Lente: la cittadinanza culturale come negoziabilità permanentemente dei linguaggi del calcolo che porti sia il service provider della pubblica amministrazione sia il content provider degli autori di contenuti a combinarsi con gli operatori di comunità in occasionali soggetti negoziali che possano ridare consapevolezza critica alle comunità sul territorio, riprogrammando le potenze di calcolo.

L’irruzione, ad esempio, del 5G sulla scena ci offre un’occasione concreta e propizia per sperimentare questa nuova modalità di fare comunità mediante la cultura.

Il nuovo standard di comunicazione mobile innesta la peculiarità del video sul modello di fruizione più diffuso e condiviso che è appunto la telefonia mobile. Lo smartphone diventa vettore di segnali pesanti e complessi, in grado di abbattere ogni tempo di latenza e di permetterci di vedere tutto in ogni luogo in diretta. Una modalità che annulla ogni distanza, permettendo una tele-relazione permanente fra le comunità e nelle comunità.

Più dell’elettricità, o della mobilità motorizzata, la città diventa una piattaforma globale in cui ogni funzione, servizio o relazione potrà esprimersi senza limiti spaziali o temporali.

Al momento pubblici amministratori, produttori di contenuti culturali e operatori di comunità non sono diventati interlocutori di questo standard comunicativo, riuscendo ad interferire sui modelli applicativi che le compagnie telefoniche stanno proponendo in chiave esclusivamente commerciale.

Un modello questo puramente aziendale che ci appare contraddittorio con la vocazione del mezzo e persino dal punto di vista dell’efficienza economica inadeguato e asfittico, tanto è vero che al momento siamo ancora al palo, e le stesse compagnie telefoniche che pure hanno investito nell’asta per le frequenze la somma di sei miliardi di euro si trovano senza rassicuranti prospettive di traffico e fatturato.

Il 5G se invece incontra una visione dell’urbanizzazione che calibra sul nuovo vettore la nuova offerta di servizi e relazioni metropolitane potrebbe creare killer application funzionali per lo stesso mercato. Pensiamo a cosa possa essere un museo, o una scuola, un centro di mostre o di eventi culturali investito di questa nuova modalità di connessione che ne prolunga la gittata e amplia la fruibilità a distanza. Ancora più un ospedale o un centro commerciale. Per questo bisogna che la città diventi impresario di nuovi linguaggi e nuove forme di marketing culturale, mediante un vero piano regolatore della connettività e delle intelligenze.

È già accaduto a cavallo degli anni 50 e 60, che le città programmando il territorio proprio con il piano regolatore urbanistico rendessero linguaggi e territorio – flussi e luoghi nella nomenklatura di Aldo Bonomi -laboratorio di uno sviluppo innovativo e anche economicamente vantaggioso.

La transizione nel mondo digitale delle nostre concrete attività non è un abbaglio tecnologico o speculativo, come il polverone sollevato da Marc Zuckerberg sul concetto di metaverso potrebbe invece indicarci.

La terribile e concreta dinamica della guerra, condotta, soprattutto nella prima fase, mediante un uso di soluzioni e riproduzioni digitali delle funzioni tradizionali, con i satelliti che hanno sostituito gli aerei, e i droni guidati da app telefoniche che hanno minacciato le colonne blindate, ci dice che siamo ad un decentramento sostanziale delle esperienze più drammatiche ed essenziali. Se perfino il regno della gerarchia verticale per antonomasia, quale è il combattimento, diventa oggi uno spazio dove l’accesso e la partecipazione mischiano ruoli e funzioni fra dilettanti e professionisti, diventa difficile invece rivendicare ancora un idealistico primato per artisti titolati rispetto a quella frantumazione di ogni sapere e istinto che rende ormai la cultura un processo di combinazione e abbinamento fra quello sciame che di volta in volta si suddivide occasionalmente fra utenti, produttori e impresari.

Semmai è la capacità e la potenza di selezione e riconoscimento dei linguaggi che diventa la vera discriminante e questa funzione non la si deve lasciare al proprietario dell’algoritmo.

Da qui ricomincia una nuova storia di società e cultura.

ABSTRACT

The article investigates the mechanisms of the so-called “media morphosis” which has transformed the communication system, and consequently the system of cultural creativity dominated by coding and computing power. In this perspective, we analyze the evolution of those expressive forms that are now establishing themselves on the centrality of video as a basic language, and of speed as an expressive function. The two factors make the technological dimension central and prescriptive, allowing the domination of the audio-visual speed in the artistic process and in their mode of use, increasingly personalized by the user. The technicality of journalism, as documented by the essay “Mercanti di Verità” (Sellerio) by Jill Abramson, former editor of the New York Times, allows us to concretely verify what approaches these new forms of technological hybridization of creative languages have. The combination of knowledge and digital skills with the forms of artistic creativity is today the real whirlpool where modern citizenship takes shape, in which the rights and ambitions in the affirmation of one’s own ingenuity are declined with the ability to reprogram and negotiate digital devices, which tend to override our discretion. The pandemic experience, with the centrality of epidemiological data, and the terrible war in Ukraine, show us how the decentralization of decisions, induced by the very nature of distributed technologies, risks overturning into a monopoly domain if it is not permanently opposed by the demand for transparency and sharing of data and algorithms.

 

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Michele Mezza

Michele Mezza

Giornalista, docente di epidemiologia sociale dei dati e degli algoritmi alla Federico II di Napoli. Lunga carriera giornalistica in Rai, dove è stato prima inviato del giornale radio nell’URSS di Gorbaciov e nella Cina di Tien An men, poi si è occupato di digitalizzazione degli apparati redazionali, sviluppando, fra l’altro, il progetto editoriale di Rainews24. Come consulente si occupa oggi di sistemi e linguaggi della comunicazione mobile come direttore di Pollicina, centro ricerche dei sistemi di telefonia mobile. Collabora con testate e Blog fra cui Huffington Post, TerzoGiornale, Ytali, Key4Biz. Ha scritto vari libri, fra cui, negli ultimi anni: Algoritmi di Libertà; Il Contagio dell’algoritmo, Caccia al Virus, questi ultimi due in collaborazione con Andrea Crisanti; tutti i testi sono editi da Donzelli.

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