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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Politiche egualitarie, comunità progettuali, città policentriche e servizi di prossimità sono alcuni dei fattori che Roberta Paltrinieri, curatrice del volume, insieme agli autori e alle autrici dei contributi presenti nel testo indicano come pilastri sui cui costruire un innovativo welfare culturale

In questo periodo sono numerose le analisi tese ad individuare percorsi per la trasformazione del nostro Paese. Si tratta di riflessioni e proposte riguardanti il rapporto uomo – natura, la trasformazione delle città, la rigenerazione urbana, il ruolo dell’arte e della cultura.

Molti di questi “sguardi” sono strettamente connessi e rappresentano il tentativo di ripensare il nostro modello di sviluppo che genera diseguaglianze, distruzione, disagio, esclusione e povertà per individui, comunità e ambiente.
Politiche egualitarie, governance eterarchica, autointeresse lungimirante, comunità progettuali, città policentriche e servizi di prossimità sono alcuni dei fattori che Roberta Paltrinieri, docente di Sociologia della cultura e Innovazione culturale presso il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, curatrice del volume Il valore sociale della cultura e gli autori e le autrici dei contributi presenti nel testo indicano come pilastri sui cui costruire un innovativo welfare culturale. Un welfare basato sulle pratiche culturali e sulla attribuzione di responsabilità sociale alla cultura.

La cultura può essere il motore del cambiamento in quanto è in grado di attivare e sviluppare processi e pratiche creative e innovative, favorire coesione sociale e partecipazione, fiducia e capitale sociale, promuovere cittadinanza attiva. Gli autori e le autrici dei contributi, esperti in diverse discipline, dalla sociologia alla statistica, dalle performing art ai festival studies, osservano la cultura con l’approccio delle pratiche culturali intese come “spazio in cui persiste una forma radicale di tensione e interrogazione, spazio di connessione in cui rimuovere ogni forma di staticità e di isolamento delle persone e delle cose”. Pratiche che possono comprendere diverse espressioni, declinazioni, e modalità del produrre, del fruire e della coprogettazione culturale. Le pratiche sono dei veri e propri dispositivi in grado di sviluppare il benessere del territorio e delle comunità in una prospettiva integrata e partecipata (Manzoli, Paltrinieri 2021).

Il testo prende in esame sia le relazioni, gli intrecci e le connessioni che le pratiche culturali hanno e possono avere con altri ambiti sociali ed economici, sia gli impatti e i benefici che esse sono in grado di produrre.

Stefano Spillare analizza il rapporto tra cultura e sviluppo anche in una dimensione storica, auspicando il passaggio da concezioni e politiche basate su uno sviluppo senza limiti e senza tempo ad uno che non comprometta le future generazioni e produca la distruzione del pianeta e delle persone, generando quella società che Ulrich Beck definì la “società del rischio”.

La cultura può indicare evoluzioni differenti, sostenibili ed eque, ma queste richiedono un cambio di paradigma che riconsideri il posto dell’uomo nel mondo attraverso una “civilizzazione eco-culturale” (Stefano Spillare).

Per far ciò è necessario attivare e sostenere pratiche di innovazione sociale, non finalizzate esclusivamente all’efficienza organizzativa ed economica, ma concepite come processi di cambiamento e di realizzazione di politiche sociali più eque, sostenibili e inclusive, che riportino al centro l’agency delle persone attraverso forme di auto-mobilitazione, inclusione, co-decisione, co-progettazione, empowerment (Melissa Moralli).

La cultura è il cuore pulsante dell’innovazione sociale, dice Melissa Moralli, che rifacendosi a diversi autori indica gli elementi caratterizzanti l’innovazione sociale: la soddisfazione di bisogni non ancora o parzialmente soddisfatti dallo stato o dal mercato, la riconfigurazione delle relazioni sociali, il rinforzamento della capacità di agire/empowerment e la dimensione culturale.

Sono esemplificativi alcuni esempi riportati nel testo da Giulia Alonso riguardanti i micro festival; da Anna Scalfaro e Marco Solaroli per quanto riguarda gli spazi di cittadinanza culturale e le pratiche musicali giovanili nella Città di Bologna; da Ilaria Riccioni con riferimento alla costruzione e al recupero di significati collettivi attraverso il teatro.

Giulia Alonso descrive l’evoluzione di alcuni festival che, nati come riti esclusivamente estetici con scarse o assenti relazioni con il territorio e con le comunità del luogo, si sono trasformati in volano economico, occasioni di rilancio, scoperta e rigenerazione del territorio attraverso la partecipazione delle comunità locali.

Il teatro nella sua dimensione performativa è una pratica che costringe alla relazione con l’altro, “una palestra di allenamento per le emozioni, per l’assunzione dei ruoli, l’educazione alla relazione faccia a faccia che sta progressivamente scomparendo dal mondo contemporaneo” (Ilaria Riccione).

La costruzione di comunità è il tema che Giulia Allegrini tratta nel suo contributo, esaminando le relazioni tra creatori e pubblici sia nella dimensione partecipativa, sia in quella del consumo e della fruizione.

Produzione e consumo culturale vanno interpretati come pratiche che comprendono e interconnettono esperienze pregresse, conoscenze, emozioni, sensazioni. Il lavoro del pubblico della cultura è articolato e multidimensionale in quanto mette in gioco differenti elementi di carattere emotivo, relazionale, creativo, logico, cognitivo in contesti esperienziali che si creano di volta in volta e sempre diversi l’uno dall’ altro. È necessario, dice Allegrini che si diffondano e migliorino le pratiche di audience engagement in particolar modo in relazione ai luoghi (accesso, legami, senso di appartenenza verso spazi e centri culturali), al digitale (la valorizzazione del digitale per raggiungere i pubblici), al capacity building (il rafforzamento delle competenze delle organizzazioni) e alla valorizzazione di percorsi di partecipazione attiva che superino pratiche strumentali ed inefficaci.

Sarà proprio la predisposizione di percorsi formativi che vadano nella direzione di sviluppare competenze ed abilità “ibride e flessibili” a mettere in grado gli operatori culturali, e non solo, di agire nella complessità odierna e di rispondere alle sfide che i nuovi scenari, in continuo cambiamento, richiedono.

Come nel volume sostengono più autori ed autrici, per raggiungere questi obiettivi è necessario attuare una “decolonizzazione dell’immaginario” che superi il paradigma eurocentrico basato sulla centralità del pensiero occidentale con la sua visione, i suoi saperi e la sua cultura.

È necessaria una “decostruzione di pensieri e rappresentazioni egemoniche per provare a lavorare sull’immaginario culturale e su quello spazio che è la soglia: barriera che divide il noi dall’altro, il dentro dal fuori, l’incluso e l’escluso…

I territori, quindi quelli della mente, quelli dell’essere, quelli del potere vanno quindi decolonizzati, liberati cioè dalla colonialità. Affinché si inneschi questo processo, può essere d’aiuto l’affermazione di pratiche di immaginazione e pratiche artistiche, di organizzazione e di modalità di fruizione dei luoghi del sapere che possono condurre, grazie a forme nuove di partecipazione e di coesione sociale, al superamento di un modello assimilazionista e assistenzialista di inclusione sociale” (Erika Capasso).

Elisa Fusco, cofondatrice del Cultural Welfare Center, nato nel 2020 da professionisti di ambiti disciplinari diversi, racconta alcune esperienze realizzate in più settori (sanità, assistenza, cultura, ecc.) con diverse fasce di età e di popolazione, basate su una concezione di welfare culturale che promuove benessere e salute degli individui e delle comunità attraverso pratiche artistiche.

Le esperienze e le pratiche di welfare culturale diffuse nel nostro e in altri paesi europei sono state analizzate da centri specialistici e i risultati dell’efficacia positiva che esse hanno in diversi ambiti e in più aspetti della vita di cittadini e comunità sono stati ampiamente dimostrati e certificati. Si tratta di numerosi e differenti “benefici” sociali e individuali molto complessi ed articolati che vanno colti ed esaminati nella loro pluridimensionalità e plurivalenza. Come suggerisce Francesco Savoia nel suo contributo “Cultura e valore sociale, teoria e aspetti di misurazione” è necessario che si diffonda maggiormente una cultura della misurazione e della valutazione di quanto accade quando si partecipa ad esperienze culturali.

Giungiamo così ad una delle motivazioni centrali che ha spinto Roberta Paltrinieri a realizzare questo volume: lanciare una vera e propria sfida a decisori, operatori, enti pubblici e privati.

Sono necessari “percorsi di autoriflessione per amministratori lungimiranti, di un settore privato che acquisisca il valore della responsabilità e superi la dimensione della filantropia, di una società civile che superi l’autoreferenzialità per aprirsi alle reti. Necessità altresì di una consapevolezza tra coloro che producono cultura, i quali dovranno interrogarsi sul valore sociale della cultura e per gli stessi osservatori del fenomeno che probabilmente necessitano di paradigmi interdisciplinari per interpretare il reale portato” (Roberta Paltrinieri). Una sfida che richiede di valorizzare e rendere maggiormente strutturate, stabili e diffuse le pratiche culturali in modo che possano svilupparsi con tempi e risorse adeguate e divenire delle vere e proprie policy.

 

Roberta Paltrinieri a cura di, Il Valore sociale della cultura, FrancoAngeli 2022.

ABSTRACT

The volume “Il valore sociale della cultura” [The social value of culture], edited by Roberta Paltrinieri, is a reflection on culture as a driver of change, capable of activating and developing innovative and creative processes and practices, enhancing social cohesion, participation, trust and social capital, and promoting active citizenship. The authors of the essays collected in the book are experts of different disciplines – from sociology to statistic, from performing arts to festival studies – who observe culture with the “cultural practices” approach, meant as spaces of connection that can develop well-being for individuals and communities.

 

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Francesco De Biase

Francesco De Biase

Francesco De Biase, è stato dirigente dell’Area Attività Culturali della Città di Torino. Ha diretto la collana “Professioni Culturali”, Utet Libreria. Ha pubblicato oltre a vari saggi e articoli: L’attore culturale, l’animazione nella città, alla prova dell’esperienza (La Nuova Italia), Manuale delle professioni culturali (Utet), Il nuovo manuale delle professioni culturali (Utet), High Tech High Touch, Professioni culturali emergenti tra nuove tecnologie e relazioni sociali (Franco Angeli), Visto per il teatro (ETI, AGITA), L’arte dello spettatore. Il pubblico della cultura tra bisogni, consumi e tendenze (Franco Angeli), Grazie alla cultura (FrancoAngeli), I pubblici della cultura, audience development audience engagement (FrancoAngeli)., Cultura e partecipazione, le professioni dell’audience (FrancoAngeli), Rimediare, Ri-mediare, saperi, tecnologie, culture, comunità, persone (FrancoAngeli). È direttore della collana “Pubblico, Professioni e Luoghi della Cultura”, FrancoAngeli editore.

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