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Letture Lente inaugura ogni anno con ascolti in profondità. Catterina Seia dialoga con Antonio Calabrò, un intellettuale di riferimento nel fare impresa, nell’impresa che produce cultura, nelle sue visioni, nei suoi processi, nelle sue relazioni
Antonio Calabrò

Antonio Calabrò, da giornalista, si definisce “abituato a surfare sui fatti, sui fenomeni e a cercare il legame tra le cose”. Con un lungo elenco di cariche di peso – cooptato nella task force dei saggi per la politica economica voluta dal Primo Ministro Draghi, Responsabile Affari Istituzionali e Cultura di Pirelli, Direttore della Fondazione Pirelli, Vice Presidente dell’Unione Industriali di Torino, membro del Consiglio Generale di Confindustria, Presidente della Fondazione Assolombarda, dell’Advisory Board di UniCredit Lombardia e di Museimpresa e molto altro – da manager culturale afferma di avere la stessa attitudine, ovvero stabilire nessi tra le cose per “organizzare idee e iniziative”.

Tutti vorrebbero chiederle come si gestisce un’agenda che pare impossibile. Quale la chiave del successo?

Un’eccellente squadra di persone con cui lavorare e a cui dare larghe deleghe, sapendo che ognuno opera con il proprio stile. Importante è la sintonia di fondo, la fiducia. Con uno stile di guida molto dialettico e capace di ascolto. Lavorare con le persone è la vera crescita e l’unica soluzione per affrontare sfide complesse. Le idee, per me, si sviluppano dentro un percorso dialogico. Sono abituato a ragionare conversando, così i pensieri prendono forma. È un tratto molto meridionale, molto mediterraneo, che mi appartiene profondamente. La conversazione non è tempo perso, ma ben impiegato. Un progetto, un’idea, una scrittura hanno bisogno di tempo. Di elaborazione e di confronto. La creatività stessa ha bisogno di tempo per poter crescere. Dall’alto dei mei 71 anni, posso testimoniarlo. E adesso essere usciti dalla segregazione della pandemia e aver ricominciato a lavorare in presenza è un regalo fantastico della vita. Certo, le varianti del virus, come Omicron, chiedono prudenza e responsabilità. Ma, comunque, non bisogna mai rinunciare all’abitudine a confrontarsi, ad ascoltare, a essere pronti ad accogliere un’idea migliore.

Cosa significa fare impresa, oggi, nell’era dell’accelerazione delle trasformazioni?

Da sempre dare risposte in termini di prodotti e servizi, ma con meccanismi di produzione e di distribuzione che oggi per brevità chiamiamo di “sostenibilità”. Sostenibilità ambientale e sociale, con obiettivi di miglioramento della qualità della vita, che si sostanziano non solo in redditi maggiori, ma soprattutto in nuovi equilibri, in vite più dense, meno alienanti e nevrotiche. Una qualità della vita delle persone che interagiscono con l’impresa in ogni ambito. Dei lavoratori, dei consumatori, dei fornitori, dei cittadini che abitano nei territori su cui l’impresa impatta. Di tutti coloro che guardano all’impresa come un luogo in cui attraverso il lavoro si costruiscono cittadinanza e appartenenza alla storia.

Perché l’impresa è comunità, come diceva Adriano Olivetti. Comunità anche complessa, difficile, contrastata e in cui i conflitti si mediano. L’impresa è uno straordinario organismo vivente rivolto al mercato, una creatura dinamica, variabile. L’impresa sul mercato è vita.

L’impresa è una dose consistente di pensiero e poi di realizzazione, di messa a terra dei progetti, con quella che nel linguaggio manageriale si chiama execution. Ma non c’è execution che non abbia alle spalle un pensiero, anche molto dirompente. Fare impresa è insieme un atto eretico, contro le credenze stabilite e le abitudini tradizionali di produzioni e prodotti, ma è anche una condizione d’ordine, cioè di esecuzione, fatta bene, di ciò che è stato progettato.

Quali i segni del profondo cambiamento dopo lo choc pandemico?

Ci risvegliamo in un mondo in cui abbiamo affrontato un percorso terribile, la pandemia, ancora purtroppo non terminato. Ma vale la pena comunque registrare la soddisfazione dell’avere realizzato, nell’arco di un anno e mezzo, vaccini efficaci e terapie positive. Con una riscoperta dell’importanza della ricerca e dell’investimento di lungo periodo sul valore fondamentale della Salute, non solo della Sanità. Ci affidiamo alla ricerca dopo gli anni dell’inconcludenza, dell’incompetenza, delle false credenze, delle fake news, dei valori antiscientifici, del terrapiattismo, del dileggio per chi ha studiato, dell’insulto per le competenze. Il potere dei mediocri si è dimostrato fallace. Si ricomincia a dare valore al merito di chi sa, studia, fa bene.

Il ritorno alla ricerca si riflette sul valore delle competenze, sulla qualità delle persone, sulla qualità dei processi?

La competenza è un valore forte perché è intelligenza, studio, lavoro di molte persone e dialogo tra saperi diversi. Il pensiero politecnico è un’opportunità: un ingegnere e un filosofo mettono insieme un algoritmo per farci vivere meglio; un sociologo e un neuroscienziato definiscono come si sta dentro una rete di garanzia sui social; un letterato e un artista costruiscono un racconto delle trasformazioni, per parole e immagini. E così via continuando. Primo Levi, nelle pagine de “Il sistema periodico”, ci ha insegnato la poesia della chimica e in “La chiave a stella” la bellezza del lavoro meccanico. Libri da rileggere e fare amare dalle nuove generazioni.

L’incremento verticale del PIL dopo la stasi precedente il Covid è l’inizio di un nuovo percorso di sviluppo?

La vita è ripresa, ma il 6% e più di crescita dopo il meno 9% dell’anno precedente è in buona parte un rimbalzo. Quanto sia strutturale lo vedremo nel 2022, nell’incertezza dell’aumento dei prezzi delle materie prime, dell’energia, di alcuni semi-lavorati essenziali come i microchip. Bisogna impegnarsi per costruire le condizioni per crescere stabilmente del 2% all’anno. In questo senso investire bene le risorse del Recovery Fund dell’Europa è indispensabile. Il governo Draghi, serio e affidabile, è una garanzia. Dentro la ripresa c’è la consapevolezza dei criteri che devono guidarla, cioè la sostenibilità ambientale e quella sociale. Va considerato che le transizioni, come quella ecologica e quella digitale, non sono mai gratis. Ci sono investimenti, cambiamento dei consumi, si cancelleranno molte centinaia di migliaia di posti di lavoro in Europa. E bisogna saper fare scelte nazionali ed europee di lungo periodo.

Chi paga la transizione?

È una domanda fondamentale alla quale va unita quella sulle politiche di welfare, di formazione, per tutti coloro che usciranno dai vecchi processi produttivi. Quali politiche fiscali per sostenere gli investimenti? E per costruire un “nuovo paradigma” dello sviluppo economico che sappia tenere insieme crescita economica e abbattimento delle diseguaglianze? Joseph Stiglitz e Jean-Paul Fitoussi hanno scritto Misurare quello che conta. Occorre misurare l’andamento dell’economia non soltanto in termini di prodotto interno lordo, ma in termini di Better Life Index o anche di BES – Benessere equo e sostenibile. Quantità e qualità.

Abbiamo di fronte una straordinaria sfida culturale: coniugare quantità e qualità.

La Cultura è un attore fondamentale nei processi di cambiamento, per incrociare conoscenze, non solo competenze. Le competenze si usurano velocemente. Le conoscenze non sono soltanto il come, ma anche il perché si fa. Occorre che scienziati e umanisti lavorino insieme, che il racconto di questo processo sia gestito da chi lo sa costruire, per parole o per immagini. Occorrono multidisciplinarietà, intelligenze che camminino insieme.

Un mondo generativo ha necessità di presenze femminili, anche ai vertici del mondo del lavoro.

Una lettura maschile dello sviluppo è povera in quanto parziale. E va fatto un analogo ragionamento intergenerazionale. È urgente riscrivere il patto generazionale. Non solo per il diritto di noi anziani a essere partecipi, ma perché esiste uno sguardo dirompente e impaziente che non tollera vecchie gabbie e uno sguardo consapevole e paziente di chi guarda a complessità maggiori. Dobbiamo pensare pensieri in cui donne e uomini, nonni, figli e nipoti costruiscano, da punti di vista diversi, l’evoluzione del mondo.

È responsabilità di tutti noi stare a bordo. Francesco De Gregori lo scrive in una canzone densa di significato, “La storia siamo noi”. La cultura, gli intellettuali, debbono sentirne la responsabilità.

Il rapporto delle aziende con l’arte sta quindi nella capacità di sollecitare strutture di pensiero che colgano e rappresentino i segnali delle trasformazioni?

L’impresa ha la straordinaria capacità di essere sulla parte alta della trasformazione. Lo vediamo dai prodotti che sono capaci di intercettare l’evoluzione di costumi e consumi, aspettative e abitudini.

Adriano Olivetti ha portato gli intellettuali in azienda per nutrire punti di vista diversi dalla pura tecnica. E sempre per questa ragione Pirelli ha finanziato la Rivista su cui hanno scritto i principali intellettuali italiani dalla fine degli anni Quaranta all’inizio dei Settanta.

Buone attitudini da rilanciare. Oggi, infatti, l’impresa dimostra un limite, nel non raccontarsi. Gli uomini d’impresa hanno un deficit di consapevolezza dell’importanza del racconto, del modo di lavorare, delle ricerche. E, dall’altra parte, bisogna allargare il concetto di cultura. La cultura, certo, sono romanzi, dipinti, sculture, grandi film, serie televisive. Ma cultura è anche una nuova scoperta della chimica e della fisica. Un algoritmo ben costruito, con coscienza delle trasformazioni sociali che determina. Un contratto di lavoro perché definisce i rapporti tra soggetti dentro la società in una chiave di trasformazione e crescita. È cultura scrivere un bilancio, perché è un resoconto di un percorso, ma nel contempo è un progetto di futuro. Cultura è un brevetto, una mescola, una lega speciale di carbonio e altre componenti.

Gli artisti figurativi del passato, d’altronde, sono grandi innovatori sui materiali. Pensiamo alle vernici nelle botteghe dei pittori del ‘400. Alle conoscenze di Antonello da Messina che è stato non soltanto un grande pittore, ma anche un meraviglioso chimico capace di fare capire alla pittura italiana la composizione e gli effetti delle vernici sperimentate dai pittori fiamminghi, con una straordinaria efficacia dei colori, un altro spessore della luce. Piero della Francesca era un grande matematico. Nella loro testa la cultura politecnica non aveva un aggettivo, era la cultura.

Alcuni settori sono più consapevoli di essere produttori di cultura?

Lo sono tutti i settori che stanno sulla frontiera dell’innovazione, per capirne il senso e per indirizzarla, per stare dentro l’onda della trasformazione.

In Pirelli si legge la straordinaria fertilità della relazione tra gli ingegneri e gli artisti coinvolti da HangarBicocca, una straordinaria finestra sul mondo.

Il Pirelli HangarBicocca non è solo una finestra sul mondo. È un laboratorio dentro il mondo, un luogo di ibridazioni. Meticcio.

In una delle mostre di Hangar di alcuni anni fa, l’artista Carsten Nicolai venne in Pirelli per realizzare un’opera. Trascorse ore nei laboratori di Ricerca e Sviluppo e ci fu uno scambio profondo con gli ingegneri e i tecnici che lavorano sui materiali e sulla luce. Un apprendimento reciproco.

Queste realtà sono da leggere insieme ai processi della Fondazione Pirelli e delle attività culturali e di comunicazione della Pirelli. Pensi, tanto per fare un solo esempio, alla trasformazione nel tempo del Calendario Pirelli che si adatta all’evoluzione dei linguaggi e dei costumi. Oppure alle collaborazioni di artisti e scrittori ai bilanci Pirelli e a una rivista come “World”. La Fondazione Pirelli è custodia e valorizzazione della memoria, ma la memoria è uno strumento per leggere l’attualità, per leggere le trasformazioni e cercare di determinarne il senso, gli obiettivi.

Avere una Fondazione che lavora sul senso di responsabilità della cultura significa per esempio anche aprire biblioteche in azienda perché le persone leggano. Pirelli in Italia ne ha tre: in Bicocca e in fabbrica a Bollate e a Settimo Torinese. Che funzionano. Oltre il 50% dei dipendenti nel quartiere generale della Bicocca è iscritto alla biblioteca, riceve newsletters e trova le novità da prendere in prestito, ma anche i libri illustrati per bambini. Leggere non è solo un piacere, ma migliora la qualità della vita e la relazione con il mondo. L’impresa ne ha una ricaduta positiva. Una persona è consapevole perché legge, è più creativa, più stimolante, sa stare meglio dentro una contraddizione, conosce mondi e li conosce divertendosi perché leggere è bello, non solo utile.

Analogie che si trovano a livello di sistema. Le legge in Musei d’impresa, la realtà che presiede? Cosa è cambiato nell’ultima decade?

Una frase che ci rappresenta è “l’avvenire della memoria”. Museimpresa è una realtà unica nel panorama internazionale. Ora sono più di 110 i musei e gli archivi storici, una componente qualificata della grande, della media e della piccola industria, realtà che hanno compreso che la competizione si fa sulla qualità, sull’innovazione e che l’esperienza, la memoria, quello che viene conservato è un asset di competitività.

Le nostre imprese possono stare sul mercato non solo perché fanno – usando la famosa frase di Carlo Maria Cipolla – “cose belle che piacciono al mondo”, ma perché continuano a farle meglio e a farle prima, con segni distintivi forti. La memoria di quello che abbiamo fatto del design degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche delle relazioni dialogiche con gli artisti, con gli scrittori, con i pittori, con gli scultori, con i videomakers, ci parla di ciò che allora era avanguardia e ci spinge a continuare a investire sull’avanguardia perché sia memoria di domani.

Oltre il mecenatismo.

I nostri musei e i nostri archivi non sono diletto da mecenati, ma sono fondamentali funzioni aziendali. C’è un asset competitivo che altri non hanno, la nostra storia. Bisogna far valere la nostra storia, che è un punto di identità, ma è anche uno stimolo al cambiamento.

Il mecenatismo attiene alla responsabilità personale di chi ha un capitale e lo mette a disposizione di una comunità. Molti imprenditori operano nella cultura in chiave restitutiva.

Ma questo atteggiamento, comunque positivo, è solo una parte della questione del rapporto tra impresa e cultura. L’impresa ha necessità di investire sui processi culturali per continuare a vivere. Ancora più esattamente, l’impresa è cultura e deve stare ai tavoli in cui si costruiscono le politiche culturali in una comunità. Un’impresa è un attore culturale, non è solo un finanziatore di cultura.

Il mercato è molto di più dell’incontro di domanda e offerta. Basta leggere Le voci di Marrakech di Elias Canetti: il mercato è un insieme di aspettative e di desideri, di offerte e di occasioni di cambiamento. Un mercato è voci, pensieri, relazioni, una struttura di comunità in cui si incrociano desideri e racconti. Un mercato è un teatro. Il mercato è la struttura fondante di una comunità. Dove nascono i mercati che tirano fuori l’Europa dal medioevo? Attorno alle Abbazie benedettine che sono fabbriche, fabbriche agricole, fabbriche di libri, di manufatti, e sono all’incrocio delle strade su cui sorgono i mercati. I mercati sono luogo della civiltà. Per capire cosa sono i mercati e i mercanti bisogna leggere quel libro fantastico scritto da Benedetto Cotrugli alla fine del ‘400 che si chiama Il libro dell’arte di mercatura: il mercante è un uomo morale.

Stiamo uscendo dalla pandemia con antenne più sensibili. In questi tempi complessi cosa chiediamo al lavoro intellettuale?

Dobbiamo leggere elementi diversi che interagiscono e ci impongono una lettura profonda.

Gli intellettuali hanno la straordinaria responsabilità di interpretare e far comprendere il senso delle cose, di fornire strumenti alle comunità per capire e individuare le opzioni e le direttrici possibili dei cambiamenti.

I mestieri intellettuali sono di scoperta e di interpretazione anche delle tensioni di fondo, delle paure, dei demoni che stanno dentro le comunità. Il libro prezioso di Sabino Cassese Intellettuali lo esprime con chiarezza. Elio Vittorini afferma che per un intellettuale non si tratta di “suonare il piffero per la rivoluzione”, ma di preparare e fornire gli strumenti di comprensione e di cambiamento del mondo.

Nell’editoriale del primo numero della Rivista Pirelli, Alberto Pirelli, nell’editoriale di apertura, scriveva: “Veniamo con voi a conversare”. Quella è la chiave. La conversazione che è molto di più del semplice dialogo. Esiste una civiltà della conversazione, come ci ha spiegato Benedetta Craveri, che sta in quella stagione straordinaria dell’intelligenza che è l’illuminismo e continua a insegnarci ad avere gli occhi ben attenti alla nostra modernità.

Non è più tempo di retorica.

Sono tempi di grandi trasformazioni e dobbiamo scegliere contenuti e linguaggi in sintonia con le nuove generazioni. Con il progetto dell’artista Simone Bramante che con le sue fotografie ha costruito storie sui musei d’impresa chiusi per la pandemia, veicolate sul suo seguitissimo profilo Instagram “What Italy is”, Museimpresa ha appena ricevuto il premio Educational al BEA-Best Event Awards 2021. Il progetto “Nel tempo di una storia” va nella direzione del far avvicinare i giovani alla cultura d’impresa, far conoscere loro luoghi vivi di comunità, in cui la cultura creativa e quella politecnica si fondono.

Dalla pandemia abbiamo imparato molto. Con grande umiltà abbiamo preso atto del nostro essere fragili. La consapevolezza della fragilità è una forza straordinaria.

ABSTRACT

In this inspiring conversation with Antonio Calabrò, journalist, Director of the Pirelli Foundation and President of Museimpresa – just to name a few of his many institutional positions – we explore the relationship between culture and the entrepreneurial world.

 

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