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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
© Photo by Cristina Gottardi on Unsplash

LE PAROLE DI UN ANNO COMPLICATO

Non mancano, come è comprensibile, ‘green pass’, ‘azzurri’ e ‘metaverso’. Tra le parole più scritte (e, confidiamo, lette) nel 2021 compaiono ‘perseveranza’, ‘abilismo’, e ‘transizione’. Fa irruzione un monito per molti versi liberatorio e spesso associato alla superficialità: ‘yolo’, ‘you only live once’, anticipato dieci anni fa dal rapper Drake e ripreso con tutti i crismi della consacrazione intellettuale da Kevin Roose sul New York Times lo scorso 22 aprile 2021 con l’articolo “Welcome to the YOLO Economy”, che racconta dei giovani professionisti che abbandonano lavori dei quali sono stufi. La pandemia ha generato tante angosce e al tempo stesso nuove consapevolezze, scardinando certezze posticce che rimanevano in piedi per pigrizia e per convenzione. Il sistema culturale, convinto di essere protetto da un format aere perennius, potrebbe trarne non pochi significativi stimoli.

Così, la perseveranza potrebbe diventare una traccia strategica cocciuta, utile per superare finalmente lo scoraggiamento sistematico che cerca colpe in una società barbara e in un governo insensibile; qualcuno ha intrapreso vie nuove, ma si tratta tuttora di esperienze isolate e comunque non sistematicamente diffuse. L’abilismo è una questione delicata e cruciale in tutti i campi; in quello culturale è aggravata dalla prevalente atrofia del dialogo cognitivo, e dalla preferenza per protocolli narrativi nozionistici e pertanto molto poco abilitanti. La transizione tocca da vicino la struttura delle città, i ritmi della vita urbana, la sostenibilità degli spazi, cosa che riguarda il palinsesto territoriale nel quale la cultura attiva la propria catena del valore. La temperie forse sgangherata ma certamente incisiva che stiamo attraversando emerge dalla caduta degli alibi che hanno comodamente eluso i mutamenti radicali già in atto da molto tempo: il sistema culturale va reinterpretato attraverso lo spirito del nostro tempo, che non vuole più tollerare l’accumulazione imitativa e tassonomica tipica del paradigma industriale.

PICCOLO È BELLO, MA SOPRATTUTTO ELOQUENTE

La discussione sull’offerta culturale italiana adotta spesso come esempi le Gallerie degli Uffizi e il Teatro alla Scala. A ben guardare, si tratta di eccezioni. Le loro dimensioni, l’unicità della loro storia, il richiamo antonomastico di visitatori e spettatori, di sponsor e di attenzione generale non dovrebbe permettere di considerarli casi rappresentativi: il sistema culturale italiano può essere esemplificato da quella miriade di musei e teatri di piccole e medie dimensioni, localizzati in capoluoghi e ancor di più in cittadine interne. Da questa prospettiva si può osservare che un piccolo museo racconta la storia e l’identità del proprio territorio in modo più incisivo ed eclettico di quanto non possa fare, di norma, un museo maggiore, che per propria natura è stato uno snodo di attrazione e di raccolta esteso al di là del proprio ambito territoriale.

La prossimità rappresenta un fattore molto incisivo di eloquenza. A monte può attivare con relativa semplicità relazioni di scambio e sinergia con altre istituzioni culturali contigue, prime fra tutte biblioteche e archivi, in modo da arricchire la propria offerta con testimonianze che ne rafforzino il valore; a valle può facilitare rapporti tra il museo, la comunità residente e i visitatori esterni, costruendo percorsi che rendano il museo stesso accessibile, ospitale e inclusivo. È una questione che non riguarda soltanto i piccoli centri o le innumerevoli città di provincia che pure ospitano un’offerta culturale di valore; riguarda anche le grandi aree metropolitane in cui l’offerta culturale è spesso confinata in luoghi magnifici ma isolati dalle dinamiche sociali, risultando del tutto assente nelle aree periferiche, accentuando per questo modo un cultural divide che è territoriale e per questo sociale e culturale.

MAPPE STROPICCIATE

Stiamo attraversando un rito di passaggio. La pandemia ha interrotto un limbo indefinito nel quale la vulgata è stata dominata da lamentele e compiacimenti. Certo, non sono mancate le eccezioni di grande valore che però non hanno potuto diventare quella massa critica che risulta indispensabile per ogni cambiamento di rotta. Adesso le reazioni si muovono – come nel resto della discussione pubblica, basterebbe pensare all’atrofia della politica e ai dilemmi dell’insegnamento – fra gli estremi del ritorno al passato da una parte e dell’accelerazione sommaria dall’altra. Così, s’ode a destra una spinta alla concentrazione, seguendo la filosofia dei grandi contenitori che pure hanno fatto così tanti danni nell’ultimo secolo; a sinistra risponde il solito adagio del museo diffuso, confidando che i flussi turistici possano essere reindirizzati. Entrambi i versanti indulgono nella lettura dimensionale del patrimonio culturale. Che il patrimonio culturale sia raccolto in un santuario blockbuster o moltiplicato tra borghi e villaggi, lo scopo del gioco rimane la conta dei visitatori, con poca attenzione ai costi di congestione e agli squilibri distributivi.

Finora la mappa dei musei italiani mostra due addensamenti che andrebbero superati senza troppa esitazione: in orizzontale, l’ostinazione centripeta che rende del tutto diseguale la presenza del patrimonio culturale per fasce molto numerose della comunità territoriale, e risucchia flussi intensi di visitatori verso torri d’avorio sempre meno eloquenti; in verticale, la sepoltura perenne di opere d’arte, manufatti, documenti e oggetti che potrebbero attivare una formidabile catena del valore tanto per i residenti quanto per i visitatori, e che invece sono ‘custoditi e protetti’ (concetti che rivelano la deriva apocalittica del milieu culturale) non si capisce da quale nemico. Si dice che il deposito di un museo sia oggetto di studio e che pertanto non vada intaccato; vero, ma non si può sostenere che gli studiosi siano attivi contemporaneamente su tutte le opere depositate. Si può pensare che nei depositi languiscano opere di minore importanza; vero, finché il valore è determinato da tassonomie convenzionali e non dalla capacità dialogica del patrimonio stesso con il proprio territorio. Si sostiene che una buona parte della società ignora i musei per mancanza di strumenti interpretativi; vero, ma è interesse (rectius: dovere) dei musei stessi offrirli, magari preoccupandosi delle aree estese di ogni città in cui nessuno sa neanche che i musei esistano.

GENERARE IMPATTI SISTEMATICI? SI PUÒ (SE SI VUOLE)

La questione del palinsesto museale italiano è densa e delicata; trasformarla in un dilemma, cosa che finisce per creare fazioni e inevitabilmente giudizi, non è la via più ragionevole per affrontarla. Scorrendo il calendario a partire dagli anni Novanta, sono successe poche cose, e tutte parziali: l’introduzione della legge Ronchey, che ha esteso lo spettro della fruizione quando ancora i musei erano delle cupole di piombo, ma adesso mostra tutti i segni dell’età, delle incrostazioni bizantine che ne irrigidiscono il funzionamento, delle ambiguità di valutazione che ogni tanto danno la stura a controversie legali capziose; l’ingresso della normativa volta a incentivare le sponsorizzazioni, basata su un sillogismo fragile e incapace di incentivare aziende in cerca di progetto e non di mera visibilità a buon mercato; qualcosa in più ha fatto il salvagente dell’art bonus; la confezione del codice dei beni culturali, più che altro un testo unico che offre una lettura unitaria ma non certo una visione strategica proiettata in avanti; da ultimo, la creazione di musei (parzialmente) autonomi, limitata alle istituzioni di prima grandezza per dimensioni tecniche, finanziarie e di domanda, accompagnata dalle polemiche sulla scelta dei direttori, comunque ferma al suo esordio. Somme aritmetiche, anche claudicanti. Nessuna strategia.

Rilocalizzare una parte dell’offerta in musei minori genera valore? Certamente sì. Non soltanto estende e rende più significativo il patrimonio in relazione ai territori, ed estrae dai depositi opere che altrimenti vi resterebbero sepolte per saecula saeculorum, ma soprattutto ne sposta il fulcro del valore, dalla somma di opere d’arte per visitatori in vena di presenzialismo verso un costrutto narrativo coerente e capace di incoraggiare esplorazioni e scoperte critiche da parte di una domanda complessa e sofisticata. Ma richiede, perché l’impatto risulti sistematico e sostenibile, una strategia di fondo che riconsideri la struttura territoriale, tecnologica, finanziaria e gestionale dei musei (soprattutto di quelli medi e piccoli). Il che passa attraverso una rilettura del tessuto urbano: nelle aree metropolitane la polarizzazione della cultura va superata con un ridisegno reticolare, per poter riequilibrare le opzioni culturali dei residenti e allargare la mappa dei flussi di visita (con effetti benefici anche sulle ricadute economiche delle diverse aree); nei centri minori la più incisiva eloquenza dell’offerta culturale può rafforzare il capitale sociale, la qualità della vita urbana, l’inclusione sociale, e per questa via arricchire la capacità di attrazione verso visitatori lenti e curiosi in cerca di esperienze e scambi.

LE MUSE GUARDANO AVANTI

Prescrittive e costrittive, le Muse dell’Ottocento hanno costruito i musei come depositi rituali di un passato capace di certificare il potere della borghesia industriale. Il mandato di Mnemòsyne, dea della memoria, è semplice: imporre il ricordo del passato. Quella società è finita, se il potere dei prossimi anni cerca una giustificazione può trovarla soltanto nella conoscenza; da brava dea, Mnemòsyne sposta l’accento della propria azione e ridisegna la funzione stessa dei musei: costruire un discorso critico che valga la pena della memoria futura e ci aiuti a ragionare sui nostri orizzonti strategici. In questo modo la catena del valore culturale risulta ben più coerente con l’intuizione degli artisti che sanno anticipare lo spirito del tempo con diottrie creative che nessun altro sa usare. Non potremo (non vorremo, si spera) tornare alla vita di prima, segnata da ossessioni dimensionali, da tassonomie gerarchiche e da competizioni dissennate.

Perseveranza, abilismo e transizione possono offrire una traccia per il sistema culturale e per l’insieme versatile dei musei italiani, a patto di incentivarne le capacità imprenditoriali, l’autonomia di decisione e di azione, le alleanze strategiche, i canali di permeabilità con le comunità urbane. Il valore della cultura italiana non dovrebbe essere ragione di vanto sciovinistico (cosa che rivela una temperie tuttora tardo-agricola), ma fonte di responsabilità attiva. Un ecosistema funziona quando tutte le specie viventi che ne fruiscono sanno (e possono) interagire flessibilmente e senza pregiudizi. Purché le risorse non si esauriscano. Il sistema dei musei deve ripensarsi in chiave strategica; per farlo occorrono fondi, invertendo la tendenza all’inaridimento e ricollocando la cultura nell’agenda politica da dove per ora è quasi del tutto assente, usata come mezzuccio per il consenso di breve periodo e mai intesa come investimento, pur essendo l’unica possibile fonte per la crescita del pensiero critico e del capitale sociale, ingredienti ineludibili di ogni responsabilità civica (ma forse è proprio quello che la politica arruffona degli ultimi anni vuole evitare). Poi ci sarebbe da considerare la filosofia di fondo e i criteri di assegnazione dei finanziamenti pubblici, tuttora meccanici e privi di reali incentivi; solo in questo modo si potrà costruire una strategia credibile e coerente.

 

Michele Trimarchi, PhD, insegna Economia Pubblica (Magna Graecia Catanzaro), Economia della Cultura (IUAV Venezia), Arts Management (IED Firenze) e Lateral Thinking (IED Roma). Fa parte dell’editorial board, Creative Industries Journal; dell’international council, Creative Industries Federation; è co-editor, European Journal of Creative Processes in Cities and Landscapes. Ha pubblicato estesamente su temi di economia e politica della cultura, è stato esperto in progetti di cooperazione culturale internazionale (Indonesia, India, Brasile, Guatemala) e in progetti UE. Nel 2010 ha fondato Tools for Culture, non-profit attiva nel campo della progettazione strategica per l’arte e la cultura.

ABSTRACT

Among the words of the ending year, ‘perseverance’, ‘ableism’ and ‘metaverse’ point at a clear horizon: the explosion and diffusion of the pandemic eliminates many excuses that were adopted in order for the existing order to go on indefinitely. Also ‘YOLO’ (you only live once) appears, recording a non-prejudicial approach to jobs, engagements, commitments: they can be fostered only until we are convinced. Such orientations can be powerful for the cultural system, still affected by dogmatic views and ritual rigidities. The Italian museums hold the majority of their endowment buried in deposits. Symmetrically, urban fabric records the polarization of museums only in central areas. Extracting and re-locating artworks can redesign the urban map of culture, proving consistent, useful, eloquent and convenient: the cultural divide between different layers of society could be reduced and offset, cultural heritage would be given higher and more extended value, more lively markets for culture would be activated. Good actions are beneficial. In such a way the focus of cultural exchange (for both residents and visitors) would be shifted from conventional collectioners to curious explorers. This move requires entrepreneurial responsibility, strategic vision, and possibly higher and more effectively managed public funds.

 

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Michele Trimarchi

Michele Trimarchi, PhD, insegna Economia Pubblica (Magna Graecia Catanzaro), Economia della Cultura (IUAV Venezia), Arts Management (IED Firenze) e Lateral Thinking (IED Roma). Fa parte dell’editorial board, Creative Industries Journal; dell’international council, Creative Industries Federation; è co-editor, European Journal of Creative Processes in Cities and Landscapes. Ha pubblicato estesamente su temi di economia e politica della cultura, è stato esperto in progetti di cooperazione culturale internazionale (Indonesia, India, Brasile, Guatemala) e in progetti UE. Nel 2010 ha fondato Tools for Culture, non-profit attiva nel campo della progettazione strategica per l’arte e la cultura.

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