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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Nonostante il genere sia una delle priorità trasversali del PNRR, manca una visione d’insieme e una coerenza interna tra misure e strumenti volti a una maggiore inclusione lavorativa delle donne

Gli italiani, si sa, amano investire nel mattone, se ne parla come “bene rifugio” e in generale è considerato un investimento sicuro. E infatti siamo uno dei paesi Europei con la percentuale più alta di proprietari di casa – non è ovunque così, si pensi che nella benestante Germania, per esempio, solo una persona su due vive in una casa di proprietà. A partire da questo dato non stupisce che anche il PNRR italiano [1] investa tanto sull’edilizia pubblica e privata e, parlando del capitolo cultura (Missione 1), dei 6,675 miliardi di spesa, la gran parte è dedicata all’edilizia visto che riguarda principalmente l’infrastruttura fisica dei siti archeologici, museali e di culto.

Il piano prevede, infatti, ingenti investimenti sul miglioramento dell’efficienza energetica, la messa in sicurezza dei siti, l’adeguamento in termini di accessibilità e rimozione delle barriere architettoniche, il restauro e la riqualificazione dell’edilizia rurale e un programma di rigenerazione e restauro di parchi e giardini. Tutti interventi che interessano settori lavorativi ad alta presenza maschile. Quindi, volendo cercare di capire l’impatto degli investimenti nel settore culturale e turistico sull’occupazione femminile, dobbiamo guardare altrove.

Oltre gli interventi di restauro, accessibilità e messa in sicurezza, ci sono altri due capitoli di spesa importanti derubricati come investimenti sulla cultura: la digitalizzazione del patrimonio dei siti archeologici, dei musei, e le competenze digitali degli operatori del settore. Se parliamo di digitalizzazione da una prospettiva occupazionale le donne sono poche. Abbiamo ormai tantissimi dati che raccontano la mancanza di donne nel settore informatico, il gap nelle aperture di start up ad alto contenuto tecnologico, e le Ceo nelle imprese high-tech italiane sono mosche bianche. Se invece parliamo di formazione per l’acquisizione di competenze digitali, potrebbe esserci un risvolto positivo per le donne visto che, come abbiamo appena detto, sono quelle che hanno maggiore bisogno di formazione in quest’ambito. Ma bisogna fare attenzione, gli interventi per essere efficaci e potenziare davvero le competenze delle lavoratrici, devono tenere in conto il digital divide, ossia il divario digitale che separa donne e uomini. Una proposta “taglia unica” che non tenga conto di come gli stereotipi e le disuguaglianze di genere creano una polarizzazione importante tra donne e uomini nell’approccio alle cosiddette STEM (scienza, tecnologia e matematica), rischia di acuire questo divario. E viceversa, bisogna lavorare sugli stereotipi presenti nelle imprese se, come racconta un recente studio Istat, laurearsi in materie STEM non è un vantaggio occupazionale per le donne laddove, in proporzione, a parità di laurea tecnico-scientifica, queste vengono assunte molto meno dei loro compagni di studio.

Dei tre grandi capitoli di spesa per la cultura nel PNRR: infrastruttura fisica, digitalizzazione e competenze digitali, sappiamo per certo che i primi due beneficeranno l’occupazione maschile, e che il terzo richiede strumenti di mainstreaming di genere (attualmente non previsti) per non acuire ancora di più il divario nelle competenze digitali. La cultura viene così a rappresentare un caso emblematico: un settore a fortissima presenza femminile dove gli ingenti fondi per la ripresa rischiano di favorire, almeno nell’immediato, l’occupazione maschile.

Per quanto riguarda le politiche di genere nel PNRR nel suo complesso, manca una visione d’insieme, e, nell’obiettivo dichiarato, una coerenza interna tra misure e strumenti volti ad una maggiore inclusione lavorativa delle donne. Se il genere, insieme ai giovani e al sud rappresentano una priorità trasversale, lo sforzo che andava fatto era quello di capire in ogni settore quali misure specifiche avrebbero potuto dare impulso all’inclusione lavorativa delle donne o a una maggiore qualità del lavoro per le donne.

Alcuni esempi di come questo in alcuni -pochi- casi sia stato fatto li troviamo nella Missione 4, quella per educazione e ricerca, dove c’è un Piano asili nido e il potenziamento dei servizi 0-6 [2] ma anche una misura disegnata per ridurre i divari di genere nell’istruzione STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), dalla scuola dell’infanzia al dottorato [3]. Così come nella Missione 5 (Coesione e inclusione) che investe 9 miliardi nella cura per le persone non autosufficienti [4] e nella parte dedicata alle politiche del lavoro istituisce il fondo per l’imprenditoria femminile.

Per ragionare su come, anche nella Missione 1, si potrebbe avere un’attenzione specifica all’impatto della misura su uomini e donne prendiamo ad esempio il caso del Piano Borghi per l’attrattività delle aree interne previsto dal Piano. Se includessimo nel quadro degli interventi misure afferenti ad altre missioni ma che hanno la funzione di potenziamento delle aree interne come il sostegno all’infrastruttura rurale, la fibra per la copertura di rete, la costruzione di nuovi asili, potremmo potenziare lo sviluppo “giusto” delle aree interne. Specialmente guardando al post-Covid in cui, per le persone, diviene centrale il tema della qualità della vita e la possibilità di lavorare da remoto, le aree interne potrebbero diventare attrattive per persone che lavorano nella cultura attualmente residenti principalmente nelle grandi città, con un importante effetto di rivitalizzazione e richiamo per nuovi residenti e per turisti. Essendo quello culturale un settore a forte presenza femminile e con salari bassi, le aree interne potrebbero diventare attrattive in particolare per le donne. E, se la politica riuscisse a cogliere questa possibilità, le misure potrebbero giocare un ruolo importante sia dal punto di vista delle imprese che della progettualità territoriale. D’altronde tra le imprese di montagna e quelle agricole le donne sono già molto presenti. A questo fine però è fondamentale migliorare non solo le possibilità occupazionali, la connessione di rete e trasporti efficienti verso i principali centri, ma anche l’offerta di servizi.

Affianco alle poche misure specifiche e alle criticità ci sono, tuttavia, alcuni importanti elementi di novità nell’impianto del piano che vanno registrati e che potrebbero, qualora funzionassero, dare una spinta importante all’occupazione femminile.

Il genere, come abbiamo detto, è una delle “priorità trasversali” del PNRR e, per garantire la trasversalità sono stati adottati strumenti di mainstreaming che servono cioè a garantire che misure non rivolte esplicitamente alle donne, abbiano un impatto positivo anche sulle donne. In particolare, sono state previste dal piano le clausole di condizionalità e premialità [5], pensate per promuovere la partecipazione delle donne anche (e soprattutto) in settori in cui sono meno presenti.

Progettata dalla Commissione “Occupazione femminile” istituita presso il Ministero del Lavoro questa misura di “quota occupazionale” implica quote del 30 per cento di donne e giovani under 36 obbligatorie per le imprese che parteciperanno ai bandi di gara nelle nuove assunzioni legate alla messa in opera dei progetti approvati nell’ambito del PNRR. L’attuazione della condizionalità segue le linee guida fornite dal Governo alle stazioni appaltanti [6] e si applica a tutte le procedure di gara afferenti agli investimenti pubblici finanziati (in tutto o in parte) con le risorse previste nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La condizionalità rappresenta una policy di carattere temporaneo, volta ad attribuire un vantaggio comparativo a un gruppo svantaggiato, giustificato dalla gravità, persistenza e quindi eccezionalità della situazione di squilibrio che deve andare a correggere (sotto-rappresentanza strutturale delle donne nei tassi di occupazione e deficit di partecipazione della classe giovanile). È uno strumento che trova i suoi limiti nell’intervenire sull’occupazione aggiuntiva, nel fatto che la quota riguarda non solo le donne ma anche giovani e disabili, nel sistema di deroghe che rende eludibile la condizionalità e nella mancanza di indicazioni chiare sulla vigilanza nella sua applicazione.

La premialità inserisce invece elementi qualitativi, come per esempio la presenza delle donne nei consigli d’amministrazione, nella gestione di impresa e a tutti i livelli di carriera, l’adozione da parte delle imprese di misure a sostegno delle carriere delle donne, l’adozione di misure contro le discriminazioni di genere o il pay gap salariale. Le clausole di genere per la partecipazione a gare e appalti costituiscono il cosiddetto “gender procurement”: ossia un’acquisizione di beni e servizi che considera l’impatto sulla parità di genere e l’empowerment delle donne. La tipologia di clausole e criteri può essere molto varia come, per esempio, che a parità di punteggio vince la gara l’impresa guidata da una donna, o il rispettare dei parametri di genere per poter partecipare a gare sopra una certa soglia.

Un effetto secondario – ma non minore – delle clausole di premialità e condizionalità, potrebbe essere quello di promuovere la raccolta di dati, soprattutto per le misure che intervengono sulle piccole e medie imprese culturali.

Abbiamo infatti pochi dati a disposizione sul settore culturale, che ci raccontano che è un settore dove lavorano più donne, che è un settore con bassi salari e molta precarietà. Ma sono dati appunto scarsi, discontinui (ossia non vengono rilevati con una frequenza periodica), frammentati (quindi non abbiamo una copertura coerente, per esempio, tra cinema e teatro, tra editoria e danza, ecc.) o provengono da fonti diverse per cui alcuni dati sono stati costruiti da associazioni di categoria, altri da gruppi di attiviste, altri da istituti statistici o da ricerche accademiche. Il risultato è che non abbiamo quindi un quadro chiaro e che rispecchi l’attualità sulla presenza delle donne nel settore culturale nel suo complesso e nemmeno comparto per comparto. Nella carenza di dati una delle cose che rimangono difficili da capire è soprattutto la qualità del lavoro. Non si riesce a comporre né un quadro puntuale sulla presenza e nemmeno una panoramica esatta della posizione delle donne nel sistema culturale. Non avendo un punto di partenza chiaro – dove sono le donne? cosa fanno, che ruoli hanno? – diventa molto difficile stabilire degli obiettivi di miglioramento e ancora più difficile comprendere se politiche e misure funzionano. Abbiamo un problema serio con il monitoraggio. È infatti molto difficile parlare di impatto quando manca una fotografia del presente.

Avere i dati è importante ma non basta, c’è bisogno di un luogo in cui vengono raccolti e analizzati. In questa prospettiva è importante la proposta di Letture Lente che mette al primo punto del decalogo di genere per le industrie culturali e creative l’urgente e indispensabile bisogno di dati sulla parità, sia sul mercato del lavoro, sia sul contenuto delle narrazioni. In questa direzione era stato proposto un Osservatorio di genere per i settori culturali e creativi che ricalcasse il modello francese. Un modello che prevede la raccolta, l’organizzazione e la divulgazione dei dati, ma, cosa fondamentale, che ha mandato anche per l’attuazione di misure per la promozione della parità in televisione come nei festival di cinema, nella musica come nell’editoria. È il combinato di dati e capacità attuativa che rende l’Osservatorio un luogo con un’alta capacità di impatto perché le misure vengono orientate dai dati e i dati raccontano la capacità trasformativa delle misure. A novembre è nato all’interno del Ministero della cultura l’Osservatorio per la Parità di Genere che, in occasione dell’8 Marzo, farà la sua prima “uscita pubblica” all’Auditorium di Roma. Molte le responsabilità e le aspettative che ricadono sulle sue spalle. Un Osservatorio italiano potrebbe mettere a sistema strumenti di mainstreaming e misure del PNRR, centralizzare dati, rilevarli dove non ce ne sono, e orientare le azioni per la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne nel settore culturale. Siamo solo all’inizio di quella che, ci auguriamo, sia una trasformazione radicale della società.

NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Qui il sito del Governo con il testo definitivo del PNRR, gli aggiornamenti, il monitoraggio e il racconto delle varie missioni e misure https://italiadomani.gov.it/it/home.html

[2] Il Piano su asili nido e altri servizi all’infanzia è inserito all’interno della Missione 4 (Istruzione e Ricerca). Nel solco del D.Lgs. n. 65 del 2017, che istituisce il sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni, il PNRR riconosce appieno il valore di investimento in istruzione (capitale umano) che la cura all’infanzia riveste. Tra tutti gli investimenti destinati dal PNRR all’istruzione, 4,6 miliardi vengono allocati alla creazione di 15.200+76.000 nuovi posti, rispettivamente, per i bimbi tra zero e tre e tra i tre e i sei anni. I nuovi posti nido sono sufficienti a garantire la copertura del 33% dei servizi all’infanzia fissata in sede europea dalla Strategia di Lisbona.

[3] Il Piano include una misura pensata per la riduzione dei divari di genere nell’istruzione STEM di ogni ordine e grado – dagli asili al dottorato. Con una dotazione di 1,1 miliardi destinati a programmi sperimentali per 61 mila classi di studenti, alla formazione di circa 100 mila insegnanti, all’acquisto di materiale didattico specializzato.

[4] 9 miliardi a sostegno della cura a domicilio dei non autosufficienti, ripartiti tra : la costruzione o l’allestimento di 1.288 Case di Comunità – un punto unico di accesso e di prime cure; il potenziamento dell’assistenza domiciliare integrata fino a raddoppiare la copertura degli ultrasessantacinquenni portandola al 10%; almeno 380 ospedali comunitari; 602 Centri territoriali di coordinamento fra servizi sociosanitari, e l’investimento in telemedicina per l’assistenza domiciliare di 200 mila anziani.

[5] https://www.ingenere.it/articoli/ripresa-includere-donne-e-una-condizione

[6] http://www.pariopportunita.gov.it/news/pubblicazione-linee-guida-volte-a-favorire-la-pari-opportunita-di-genere-e-generazionali-nonche-linclusione-lavorativa-delle-persone-con-disabilita-nei-contratti-pubblici-finanziati-con-le-r/

ABSTRACT

The Italian National Recovery and Resilience Plan invests mainly in male-dominated sectors but women, young people and Southern Italy are three cross-cutting priorities and mainstreaming tools and measures are foreseen. The article investigates the gender dimension of the PNRR investments in female dominated fields such as culture and tourism.

 

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Barbara Leda Kenny

Barbara Leda Kenny

Lavora per la Fondazione Giacomo Brodolini dove si occupa di politiche di genere, i suoi temi di intervento sono il mainstreaming di genere, la violenza contro le donne, le donne nella scienza e la comunicazione di genere. Caporedattrice di inGenere, docente al Master di Roma Tre "Studi e politiche di genere" e al Master della Fondazione Brodolini "Gender Equality e Diversity Management". Fa parte della Cabina di regia per il contrasto alla violenza contro le donne della Regione Lazio, dell'Osservatorio GETA del CNR ed è stata rappresentante italiana al Women20.

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