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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Uno studio dei nuovi centri culturali del Paese quali “tessitori” di coesione sociale che invitano a un ripensamento delle politiche pubbliche

Con un evento “misto”, da una parte in presenza in Triennale a Milano e dall’altra in streaming dalla pagina facebook, l’agenzia per la trasformazione culturale cheFare ha presentato il 4 febbraio la sua ricerca laGuida nel Contemporaneo, seconda tappa dell’ambizioso programma nazionale nato nel 2020 per i nuovi centri culturali. Un progetto che attraversa tutta l’Italia con eventi, laboratori, ricerche e reportage per promuovere il mondo dei nuovi centri culturali.

La ricerca realizza una serie di interviste e tavoli di lavoro con i protagonisti del Contemporaneo in Lombardia (come ad esempio direttori di musei, pubblica amministrazione, policy maker, curatori e operatori di nuovi centri culturali) ed è sostenuta da Fondazione Cariplo, impegnata a sua volta nel sostegno e nella promozione di progetti di utilità sociale legati al settore dell’arte e della cultura, dell’ambiente, dei servizi alla persona e della ricerca scientifica.

OBIETTIVI DELLA RICERCA

La ricerca si è posta una domanda chiara: come sta cambiando il mondo delle organizzazioni culturali indipendenti che operano nel contemporaneo a Milano e in Lombardia.

Il capoluogo lombardo, del resto, è divenuto negli ultimi anni un modello nazionale per quello che riguarda la crescita culturale, facendo leva sulla sua storica tradizione di produzione culturale negli ambiti del teatro, dell’editoria, dei media, della musica classica e delle belle arti.

Buona parte della produzione di contenuti è affidata oggi a nuovi centri culturali e spazi off, che mancano di riconoscimento e valorizzazione. Inoltre, emergono altre iniziative virtuose nelle province lombarde, che sconfessano l’idea del capoluogo lombardo come unico magnete attrattore di tutte le migliori sperimentazioni.

Altri temi approfonditi sono la definizione stessa di contemporaneo, fra determinazione storica o piuttosto insieme di pratiche specifiche, che finisce per porre l’accento sulla tassonomia opportuna di tanta varietà di forme organizzative fra tradizionali e indipendenti. Poi si discute anche sulle forme di collaborazione possibili fra centri istituzionali e nuovi centri.

È convinzione dei ricercatori che ci sia bisogno di ripensare i modi in cui la cultura viene prodotta e distribuita, per renderli più equi, sostenibili e capaci di attivare trasformazioni sociali positive.  Soprattutto l’indagine si è fatta urgente di fronte alla crisi economica, sociale e culturale portata dalla pandemia, che ha visto il settore culturale particolarmente penalizzato dalle restrizioni anti-covid, senza particolari ammortizzatori a protezioni.

DI COSA PARLIAMO: DEFINIZIONE E DECLINAZIONI

La ricerca propone una definizione ombrello dei nuovi centri culturali nel capitolo “Un ritratto”, sufficientemente ampia da raccogliere diverse esperienze eterogenee, ma che hanno alcune caratteristiche ricorrenti.

Ricorrono infatti fra tutte le organizzazioni le dimensioni medio-piccole; la presenza di ambienti multi-funzionali (sale concerti, proiezioni, laboratori artigianali, bar, ristoranti); pratiche culturali disparate che indagano il Contemporaneo, fra performance, residenze d’artista, feste, dj set, concerti; commistione di pubblici diversi; modelli di sostenibilità economica innovativi basati sulle opportunità del territorio di appartenenza; sono attrattori per chi sperimenta linguaggi nuovi; sono internazionali; hanno la capacità di attivare processi di coesione sociale e inclusione; attraggono giovani imprenditori delle industrie creative.

IL METODO

Sono state effettuate 14 interviste molto approfondite su aspetti qualitativi (860 minuti). Poi sono state formulate alcune ipotesi, verificate attraverso 5 focus group online con 23 profili (operatori del contemporaneo fra indipendenti e istituzionali, policy maker, accademici) selezionati sulla base della conoscenza maturata da cheFare in questi anni di progettazione sul territorio, per un totale di 450 minuti.

A seguire, è stata effettuata un’osservazione partecipante nella stagione delle riaperture (2021), con un lavoro etnografico che ha analizzato le trasformazioni di pratiche e progettualità per reagire alle restrizioni della pandemia. Sono seguiti 5 colloqui online con esperti del settore e una sistematica consultazione di studi, ricerche e base dati per approdare a una codifica dei dati qualitativi attraverso l’approccio sociologico della Grounded Theory.

I PRINCIPALI RISULTATI

Nell’evento di presentazione, il presidente e direttore scientifico di cheFare, Bertram Niessen, ha tratteggiato i principali risultati della ricerca, ribadendo la sfida che l’agenzia ha assunto nel volersi concentrare sull’analisi di un sottoinsieme dei nuovi centri culturali, ovvero quello della produzione del contemporaneo.

Si tratta di spazi indipendenti nel senso del lavoro di produzione inedita di contenuti e linguaggi innovativi del contemporaneo, ma che non per forza esprimono una posizione politica, oppure rinunciano a supporti finanziari dal pubblico o privato. L’indipendenza proviene dalla loro proposta alternativa ai sistemi culturali dominanti. La loro peculiarità è data quindi dai linguaggi che veicolano.

In questo senso scardinano anche la prospettiva che li vedeva come luoghi entro cui il capitale relazionale agiva unicamente a favore dei territori, aprendosi a contaminazioni davvero variegate. Niessen sottolinea che dentro questi spazi avvengono cose molto diverse fra loro, ma capaci di tenersi insieme: arte contemporanea unita a performance, musica sperimentale ed editoria indipendente, pratiche teatrali insieme e ricerca, spesso in campo estetico, militanza politica con rassegne cinematografiche o fab-lab.

Aspetti negativi, meglio approfonditi nel capitolo “Milano e il contemporaneo, un rapporto ambivalente”, trattano in seguenti temi:

  • La pandemia ha fortemente cambiato i connotati a molte realtà di Milano, ridisegnando le modalità della fruizione, dello stare insieme, del partecipare agli eventi, come le inaugurazioni, in particolare durante il periodo delle riaperture del 2021.
  • Milano ha accelerato problemi di cui soffriva prima del covid: ha accentuato le disuguaglianze e disparità; ha complicato le forme di distribuzione delle risorse.
  • Il divario fra coloro che sono sopravvissuti alle prolungate chiusure, attingendo alle proprie rendite e proprietà, e coloro che invece hanno visto aggravarsi le condizioni di precarietà è aumentato.
  • La città è diventata più cara, impedendo a molte organizzazioni di poter stare in un luogo identificante, aumentando il nomadismo di ripiego e la fuga di talenti.
  • Questo ultimo fenomeno particolarmente accentuato e positivo per altre città riceventi, ad esempio Roma Est, ma molto complesso da monitorare. Milano sta subendo un’emorragia di persone, storie, talenti, valore.

Aspetti positivi e sorprendenti:

  • Nonostante tutto gli operatori intervistati sono affezionati a Milano, perché rimane una città ad alta intensità di capitale culturale, con vocazione internazionale, di dimensioni contenute, che ha uno spirito imprenditoriale e una cultura del “fare e mettersi in gioco” piuttosto spiccata
  • Non ci sono barriere particolari in accesso e uscita dalla città: le comunità di artisti, collezionisti, operatori si muovono facilmente e volentieri anche dalle province, ricucendo eventuali fratture fra città metropolitana e altri territori. Gli strappi si mantengono invece nell’hinterland.
  • Alcune relazioni fra il contemporaneo e altri settori sono saltate, come ad esempio quello con il design di manifattura, oppure con la moda dei grandi brand. Solo lo streetwear mantiene vivo il dialogo per attingere dalle sperimentazioni e rinnovarsi.
  • Anche le istituzioni educative sono percepite distanti dagli operatori del contemporaneo, come le Accademie o scuole civiche. Più presenti le università come la Bocconi, la Cattolica, il Politecnico, che stanno sul territorio e mantengono dialogo vivo.
  • Si riscontra una fortissima crisi dei movimenti artistici, che hanno connotato la città negli Anni Novanta, attraendo moltissimi talenti e producendo tanta sperimentazione. Allora i luoghi deputati erano i centri sociali occupati. Oggi, nonostante esperienze come Macao, si vive uno stallo.

La ricerca inquadra anche il contesto di riferimento, attraverso la bibliografia e le basi dati disponibili, e dettaglia i cambiamenti dovuti alla pandemia.

PROPOSTE DI STRATEGIE E MISURE DA ADOTTARE

La ricerca non si limita alla registrazione dello status quo, ma identifica 19 proposte di misure e strategie per migliorare il contesto del Contemporaneo indipendente in Lombardia e a Milano, alcune già presenti, altre da implementare da nuovo.

Si concentrano su tre cluster prevalenti quali:

  1. il rapporto con la Pubblica Amministrazione, attraverso misure dedicate per i centri culturali, sportelli di facilitazione, una generale revisione dei criteri dei bandi, il riconoscimento di finanziamenti alle organizzazioni, invece che ai singoli progetti per garantire continuità, un equo trattamento dei lavoratori, che spesso non vengono retribuiti.
  2. la facilitazione delle reti, attraverso programmi di scambio internazionale, networking fra organizzazioni omologhe, sia in città che entro la Regione, programmi dedicati per mettere in contatto il mondo dell’innovazione sociale con il contemporaneo.
  3. la ricerca e sviluppo di competenze, attraverso l’istituzione di un osservatorio permanente sugli indipendenti, la messa a disposizione di percorsi di capacity building anche su temi di sostenibilità finanziaria, la definizione di nuovi strumenti di comunicazione delle opportunità finanziarie messe in campo.

LE 5 SFIDE DELLA CULTURA A MILANO

Non manca un monito finale per avvertire Milano su quali temi non debba perdere di vista per evitare i rischi del depauperamento della sua vivacità e attrattività nel panorama italiano, grazie al vantaggio culturale che ha costruito negli ultimi anni.

Come sottolinea il professore Pierluigi Sacco fra i discussants dell’evento di presentazione: “È necessario che le politiche urbane avviino un ragionamento più profondo sull’impatto sociale della cultura. I centri culturali costruiscono qualità sociale nelle città, non solo perché riqualificano spazi, ma perché offrono contenuti immersivi emozionali capaci di tessere coesione e restituire significati condivisi nelle comunità. Queste esperienze devono stare a buon titolo nel progetto futuro di trasformazione urbana di Milano”.

Le sfide riguardano quindi gli spazi in primis: Milano ha la possibilità di rivitalizzare molti quartieri sia centrali che periferici affidando spazi consoni e sicuri alle organizzazioni culturali con una prospettiva a medio-lungo termine, che metta da parte la speculazione immobiliare. Inoltre la città ha la possibilità di ripensare all’impiego di spazi all’aperto, che in tempi di pandemia hanno offerto importanti alternative per garantire la socialità e la fruizione culturale e la sopravvivenza dei format delle “week”.

La sfida dei contenuti: la cultura a Milano ha bisogno di imparare a pensare in un’ottica più strategica la ricerca e la produzione dei contenuti culturali, guardando più al software delle persone, delle relazioni e delle capacità e meno all’hardware degli edifici. Nonostante i tempi incerti, la cultura continua a produrre, quindi è necessario riconoscere e sostenere l’emersione delle idee, della ricerca, della sperimentazione.

La sfida delle reti: Milano ha bisogno di ragionare e rivedere le sue relazioni dimensionali e geografiche per stabilire dialoghi e scambi virtuosi, sia con il suo hinterland, con le altre province lombarde, con il centro sud del Paese, con le aree meno urbanizzate, con l’internazionale.

La sfida delle persone: per poter sviluppare buone politiche culturali, bisogna ripartire dalle persone. È necessario garantire condizioni dignitose di lavoro ai precari della cultura, limitando l’emorragia dei talenti verso luoghi più economici ed accessibili. Milano sta rischiando di perdere un enorme capitale relazionale.

La sfida della democrazia culturale: c’è il rischio concreto dell’esclusione di fasce crescenti della popolazione dai servizi e dai consumi culturali, in un processo di marginalizzazione nel quale la povertà culturale si innesta su altre forme di povertà, moltiplicandole. Milano rischia di aumentare il divario sociale fra benestanti e poveri, accentuando le tensioni. Una programmazione ampia e inclusiva deve tenere conto di pratiche di ascolto dei pubblici e forme partecipate capaci di coinvolgere e agire sui consumi culturali fuori dal paternalismo di certe operazioni di arte pubblica portata in luoghi svantaggiati senza suscitare un vero dialogo evolutivo.

 IL BACKGROUND

Dal 2012 l’associazione cheFare non ha mai perso la sua particolare dedizione alle organizzazioni culturali “dal basso”, promuovendo tre bandi nazionali fino al 2014, che oltre a dare sostegno e finanziamento alle idee più innovative, hanno avuto il merito di accendere un dibattito nazionale intorno alla loro ragion d’essere e peso specifico nella società di queste organizzazioni e di contribuire all’emersione di tante realtà disseminate nel nostro Paese.

Chiusa la stagione dei bandi, cheFare si è distinta nel tempo rispetto anche ad altre iniziative, mantenendo un focus saldo sull’argomento, rilanciando nuovi format.

Nel 2019 ha promosso la due giorni Molto Presto, primo avvio di un percorso di riflessione su pratiche, attori e processi.

A seguire ha lanciato laGuida, l’articolato percorso di ricerca sulle organizzazioni culturali indipendenti, composto da svariati format.

Rientra in questa cornice, ad esempio, laCall to Action del febbraio del 2020: un questionario pubblico rivolto a tutti i nuovi centri culturali, agli operatori culturali ed ai frequentatori di spazi culturali d’Italia pensato per costruire una mappatura nazionale di queste realtà.

Il questionario è stato attivo da febbraio 2020 a dicembre 2021 e ha raccolto 845 segnalazioni spontanee da parte di proprietari, organizzatori e frequentatori dei nuovi centri culturali.

La prima tappa fisica, nonostante la pandemia, si è svolta in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta con il supporto della Fondazione Compagnia di San Paolo e si è impegnata ad approfondire il tema della partecipazione in una serie di incontri online e dal vivo che si sono svolti dal 22 giugno al 28 ottobre 2020.

La seconda tappa arriva dopo questo lungo percorso di ascolto e osservazione delle organizzazioni culturali dal basso.

ABSTRACT

Published the research laGuida nel Contemporaneo, the second stage of the ambitious national program of the cultural transformation agency cheFare, born in 2020 for the new cultural centers. A project that crosses all of Italy with events, workshops, researches and reports to promote the world of new cultural centers. Focused on Milan and Lombardy, the research portrays the status quo of contemporary production centers in the wake of the pandemic, but also proposes solutions for public policies to support this sector. There is a final warning to Milan not to lose its attractiveness, with 5 challenges to consider.

 

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Neve Mazzoleni

Neve Mazzoleni

Background di storica dell’arte e filosofa, perfezionata in management dell’arte e della cultura e anche in innovazione sociale, business sociale e project innovation. Per anni è stata curatrice ed exhibition manager della collezione corporate internazionale di UniCredit all’interno del progetto UniCredit&Art; attualmente ricopre il ruolo di communication & stakeholder manager del programma UniCredit Social Impact Banking. Ha scritto per diverse testate di settore sulle fondazioni e imprese private impegnate nello sviluppo di progetti culturali, di centri di produzione culturale dal basso, di arte contemporanea. I suoi maggiori interessi sono l’innovazione sociale a base culturale, le forme di ibridazione fra i settori pubblico e privato a favore della cultura, i dibattiti sulla sostenibilità sociale e ambientale che fanno leva sulla cultura.

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