Il libro di Annalisa Cicerchia (2026), Arte e cultura per stare bene. Idee per la progettazione, edito da Editrice Bibliografica, costituisce un riferimento prezioso nel dibattito che, nel corso degli anni, ha approfondito e argomentato la relazione tra cultura, arte e salute.
Muovendo da una concezione della salute fondata su un approccio biopsicosociale, il volume ne propone al contempo una lettura socioculturale. Come ribadisce Annalisa Cicerchia, nel solco tracciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (2013), lo stare bene e/o il benessere è il risultato di una pluralità di determinanti sociali della salute. In altri termini, la salute deve essere interpretata anche come l’esito di processi sociali, economici e politici che modellano concretamente le condizioni di vita delle persone.
Le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, del potere e delle risorse costituiscono, in questa prospettiva, veri e propri determinanti della salute, poiché influenzano tanto l’esposizione ai fattori di rischio e alla malattia quanto le opportunità di benessere. Le differenze negli esiti di salute non sono dunque necessariamente inevitabili: quando derivano da condizioni sociali modificabili, esse rappresentano disuguaglianze evitabili e, proprio per questo, chiamano direttamente in causa una questione di giustizia sociale.
Se la salute dipende anche dalle condizioni sociali nelle quali le persone nascono, crescono, vivono e invecchiano, non può essere considerata unicamente una responsabilità individuale. La salute assume piuttosto i caratteri di un bene comune, che richiede politiche capaci di contrastare le disuguaglianze economiche e sociali, ampliare le opportunità e promuovere equità.
È all’interno di questa cornice che acquista particolare rilevanza la dimensione socioculturale scelta dall’Autrice. Essa consente, innanzitutto, di riconoscere la salute come un costrutto culturale: ogni società costruisce una propria geografia della salute e della malattia, attribuendo loro significati, rappresentazioni e pratiche che mutano nel tempo. Ma questa prospettiva permette soprattutto di riconoscere alla cultura e alle arti, al pari di altri determinanti sociali, un ruolo significativo nel lavoro necessario a costruire e potenziare le risorse di salute e, quindi, la capacità delle persone e delle comunità di stare bene più a lungo. Risorse e capacità sulle quali le politiche pubbliche possono e devono intervenire.
Annoverando la cultura e le arti tra i determinanti sociali della salute, Annalisa Cicerchia compie, in questo senso, un’importante operazione di chiarezza concettuale. Affermare genericamente che “la cultura cura” rischia infatti di trasformarsi in uno slogan e, soprattutto, di produrre una sorta di “effetto brioche” — il riferimento è qui a Rousseau — riconducibile all’atteggiamento, pur autenticamente orientato all’aiuto, di chi, da una posizione privilegiata, propone soluzioni inefficaci o fuori luogo rispetto ai bisogni reali delle persone.
La questione non è dunque sostenere in maniera indistinta che la cultura “faccia bene”, né tantomeno attribuirle proprietà terapeutiche che non le appartengono. Si tratta, piuttosto, di comprendere attraverso quali meccanismi, in quali contesti e a quali condizioni la partecipazione culturale e artistica possa concorrere alla produzione del benessere.
Un passaggio fondamentale in questa direzione è rappresentato dal riconoscimento sancito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel report del 2019, dal titolo evocativo What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review (Fancourt & Finn, 2019), dedicato alle evidenze relative al ruolo delle attività artistiche nel miglioramento della salute e del benessere delle persone e delle comunità.
Richiamando questo quadro di evidenze, l’Autrice sostiene che arte e cultura possono intervenire nella costruzione e nel mantenimento di quello che nel testo viene definito “capitale di salute”. In questa prospettiva, cultura e arti agiscono tanto “a monte” quanto “a valle”: a monte, contribuendo alla promozione della salute e alla prevenzione; a valle, affiancando, in forme e contesti appropriati, i processi di gestione e trattamento della malattia.
Nelle pagine del libro vengono così esplorate, lungo un continuum che procede dalla dimensione individuale a quella collettiva, le differenti implicazioni delle progettualità culturali orientate al benessere. L’attenzione si sposta progressivamente dall’impatto sulle singole persone alle relazioni, alle comunità e agli ambienti nei quali il benessere viene socialmente prodotto.
Particolarmente interessante, in questa prospettiva, è il social turn sul quale la sociologia della cultura si è ampiamente soffermata e che l’Autrice riconosce negli spazi della cultura. Fare esperienza della cultura in un museo, per esempio, può incidere contemporaneamente su molteplici dimensioni: sul benessere psicologico ed emotivo, sull’apprendimento e sulla stimolazione cognitiva, ma anche sulla costruzione delle relazioni, sulla coesione sociale e sui processi di inclusione.
Il museo cessa così di essere pensato esclusivamente come luogo deputato alla conservazione, all’esposizione e alla trasmissione del patrimonio, per configurarsi anche come infrastruttura sociale e culturale capace di generare risorse di benessere. Gli spazi museali possono diventare ambienti facilitanti per l’educazione alla salute e, al tempo stesso, luoghi di inclusione e partecipazione, potenzialmente in grado di coinvolgere anche gruppi e persone in condizioni di maggiore vulnerabilità.
È proprio questo spostamento di prospettiva a rendere particolarmente feconda la proposta del volume: cultura e arti non vengono considerate come un’aggiunta ornamentale alle politiche di salute e benessere, ma come risorse che, se inserite in progettazioni consapevoli, accessibili e attente alle disuguaglianze, possono concorrere alla costruzione delle condizioni sociali dello stare bene.
Nel testo si affronta altresì un tema fondamentale per il dibattito contemporaneo. Mi riferisco al ruolo attribuito alle organizzazioni e agli operatori culturali coinvolti nelle progettualità orientate alla salute e al benessere. È qui che il sottotitolo del volume, Idee per la progettazione, rivela pienamente la propria centralità. Non è sufficiente, infatti, riconoscere in termini generali le potenzialità della cultura: occorre interrogarsi sulle condizioni che consentono a tali potenzialità di tradursi in interventi capaci di produrre effetti concreti.
Anche sotto questo profilo il contributo di Annalisa Cicerchia appare particolarmente significativo. La metodologia operativa proposta muove dall’individuazione dei destinatari, dalla conoscenza dei contesti nei quali essi vivono e dalla definizione dei problemi specifici sui quali si intende intervenire. La progettazione non prende dunque avvio dall’offerta culturale in quanto tale, per cercare solo successivamente un pubblico al quale destinarla, ma dai bisogni, dalle risorse e dalle condizioni concrete delle persone e delle comunità coinvolte.
All’interno di questo processo, le istituzioni e gli operatori culturali sono chiamati a entrare in relazione con altri attori, competenze e saperi senza per questo snaturare la propria funzione. Al contrario, è proprio la specificità del loro patrimonio professionale, delle loro pratiche e delle loro capacità a costituire il contributo che essi possono apportare alla progettazione. La prospettiva interdisciplinare non implica quindi una confusione dei ruoli, ma la costruzione di uno spazio di collaborazione nel quale ciascun soggetto mette a disposizione competenze specifiche rispetto a obiettivi condivisi.
È forse questo uno degli aspetti più rilevanti del volume: il passaggio dall’affermazione di principio secondo cui “la cultura fa bene” alla domanda, assai più impegnativa, su come progettare affinché la cultura possa contribuire effettivamente a stare bene. Una domanda che chiama in causa non soltanto le evidenze disponibili, ma la capacità di leggere i contesti, riconoscere le disuguaglianze, individuare i destinatari, costruire alleanze e definire con chiarezza gli effetti di salute e di benessere che si intendono perseguire. In questa prospettiva, Arte e cultura per stare bene non propone una visione terapeutica della cultura, ma qualcosa di più concreto e, proprio per questo, più convincente: arti e cultura capaci di assumere consapevolmente la propria responsabilità sociale, entrando nelle politiche e nelle pratiche di promozione del benessere senza rinunciare alla propria specificità. È in questo spazio, tra riconoscimento delle evidenze e capacità progettuale, tra autonomia della cultura e costruzione di alleanze, che il volume di Annalisa Cicerchia offre strumenti particolarmente utili per pensare il rapporto tra cultura, salute e benessere come un terreno concreto di azione pubblica e di innovazione sociale.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Cicerchia, A. (2026). Arte e cultura per stare bene. Idee per la progettazione. Editrice Bibliografica.
Fancourt, D., & Finn, S. (2019). What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review. WHO Regional Office for Europe.
ABSTRACT
Annalisa Cicerchia’s “Arte e cultura per stare bene. Idee per la progettazione” explores the relationship between culture, health and well-being through a biopsychosocial and sociocultural perspective. The book considers the arts and cultural participation as resources that can contribute to building and strengthening health capital, while acting on the social conditions that shape individual and collective well-being. At the heart of the volume is the shift from evidence to project design: the key question is how, for whom and under what conditions culture can contribute to well-being. This perspective brings inequalities, specific needs and social contexts to the forefront, together with the need to build interdisciplinary alliances. Cultural institutions and professionals are thus called upon to embrace a social responsibility while preserving their distinctive roles and expertise. The book ultimately positions culture as a concrete resource within policies and practices aimed at promoting health, equity and collective well-being.
