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Nella ricorrenza del centenario dalla nascita, la mostra si propone di ricordare come il contributo fondamentale di Basaglia e dei suoi collaboratori non solo abbia fatto chiudere i manicomi, ma sia stato anche un esempio di come prendersi cura dei malati e del loro disagio psichico attraverso laboratori artistici, viaggi, case protette. Un bisogno di cura che ancora oggi fatica a trovare risposte adeguate

Cento fotografie per i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia (Venezia, 11 marzo 1924). Con cento opere (fotografie e immagini visibili su video) l’esposizione – inaugurata nella sala dell’Emeroteca al ministero della Cultura – intende infatti celebrare il centenario della nascita di questo grande protagonista della lotta contro ogni forma di istituzionalizzazione delle persone con sofferenza mentale. Grazie al suo impegno, con la legge 180 del 1978, venne infatti abolito il ricovero coatto in manicomio. Nella ricorrenza del centenario questa mostra si propone dunque di ricordare come il contributo fondamentale di Basaglia e dei suoi collaboratori non solo abbia fatto chiudere i manicomi, ma sia stato anche un esempio di come prendersi cura dei malati e del loro disagio psichico attraverso laboratori artistici, viaggi, case protette. Un bisogno di cura che ancora oggi fatica a trovare risposte adeguate: occorre una volta di più rilanciare la “sfida basagliana” in direzioni che sappiano tenere conto delle esperienze del passato e delle attuali conoscenze in ambito psichiatrico e farmaceutico, ma anche delle problematiche psichiche e sociali innescate dalla contemporaneità. Durante la cerimonia di inaugurazione è stato svelato anche un mosaico dedicato a Franco Basaglia, realizzato dagli utenti del Centro Diurno “La fabbrica dei sogni” del DSM ASL Roma 2.

Spiega ad AgenziaCULT Emanuele Caroppo, Dirigente Psichiatra DSM ASL Roma 2, a margine dell’inaugurazione: “Il senso di questa iniziativa è trasmettere la prevenzione attraverso la cultura. Il dolore umano, la sofferenza della mente non poteva essere rinchiusa all’interno delle mura di un manicomio. Non era giusto per le persone, non era giusto per la scienza. Per cui è il tentativo proprio di riavvicinare il tema della salute non soltanto all’ambito medico ma a quello della cultura. La salute inizia dalla cultura, la salute mentale inizia dalla cultura. Noi siamo grati al ministero della Cultura perché è stata una istituzione prossima, vicina. Ci ha ascoltato, ci ha accolto e le istituzioni sono un po’ come la medicina e come ci insegna anche Basaglia: ‘Se un medico non ti accoglie è un medico che non serve'”.

Salvatore Falco, intervenuto all’inaugurazione in rappresentanza della Segreteria tecnica del ministero della Cultura, sottolinea: “La legge Basaglia, che per tutti è la legge che chiuse i manicomi, gettò anche le basi per un cambiamento culturale profondo. Negli articoli della legge ci sono infatti esempi di grande modernità: introduce l’amministrazione per i terzi dei beni delle persone che erano state internate, influisce nel codice penale, elimina le definizioni di malato di mente. Mostre come quella che inauguriamo oggi restituiscono dignità alle persone attraverso una forma d’arte quale è la fotografia. Come diceva Basaglia ‘una mostra, un dibattito, un festival sono atti terapeutici’. È quindi molto importante tenere vivo questo ricordo. La fotografia è un percorso di conservazione prezioso, tanto più oggi con gli strumenti che la modernità ci mette a disposizione”.

LA MOSTRA

Per ricordare quale fosse la condizione disumana dei manicomi, questa mostra presenta una serie di immagini di Carla Cerati, apparse nel celebre libro Morire di classe, pubblicato nel 1969 da Einaudi. Tale libro è stato ed è infatti una sorta di pietra miliare nella denuncia dei manicomi quali mostruosi lager, dove le persone, anziché essere curate, venivano disumanizzate, legate ai letti, chiuse in camicie di forza, sottoposte a elettroshock o lobotomie. Il tutto in situazioni di sporcizia, degrado, violenza e prevaricazione. Le immagini di Carla Cerati, oltre a essere un denuncia della condizione manicomiale, rivelano come l’autrice abbia saputo esprimere una vicinanza, una partecipazione umana ed empatica che metteva in primo piano la solitudine profonda, interiore e quotidiana, vissuta dagli internati. Lei non distoglie lo sguardo dalle sofferenze degli e delle degenti: lo avvicina, lo rende uno strumento sensibile, capace di cogliere espressioni, ma anche i luoghi in cui sono costretti a vivere in situazioni di coercizione dove dominano le sbarre.

Grazie alle immagini di Gian Butturini, in prevalenza scattate a Trieste tra il 1975 e il 1977, si può invece comprendere come in quegli anni, sulla spinta di Franco Basaglia e di sua moglie Franca Ongaro, proprio a Trieste si stesse sviluppando un’innovativa, straordinaria pratica di liberazione, integrazione e restituzione della dignità di quegli ex degenti, che per lunghi anni, e fino a pochissimo tempo prima, erano rimasti rinchiusi in strutture di segregazione. Con le sue fotografie Gian Butturini dimostra come la “sfida basagliana” tenti con speranza, tenacia, e anche fantasia, una reale presa in carico della sofferenza psichica delle persone. Così l’autore propone immagini dove emergono momenti di socialità e si moltiplicano gesti di cura che sono anche un segno di vicinanza umana, di solidarietà e d’ascolto: ci sono volontari che pettinano anziani, persone che ballano sorridenti tra i tavoli di una mensa, un gruppo di donne a cui vengono insegnati esercizi di ginnastica; e poi ancora incontri di dialogo, ritrovi collettivi, interventi di artisti che stimolano l’espressività. Il tutto con un approccio fotografico partecipato, fresco, immediato e diretto, dove a prevalere sono gli sguardi, le atmosfere umane, gli eventi quotidiani, la capacità di stare accanto a chi soffre come un amico.

Le immagini di Patrizia Riviera, grazie alla sua ventennale collaborazione con la Fondazione Emilia Bosis di Bergamo, offrono invece un esempio partecipato di come il disagio mentale possa oggi essere gestito e curato seguendo l’insegnamento di Basaglia, per il quale quello che contava era soprattutto il benessere del malato, della persona, e non tanto la malattia. Oltre a condurre un laboratorio fotografico, l’autrice ha infatti raccontato e seguito, sempre con grande partecipazione e sensibilità verso “i malati”, le attività promosse dalla Fondazione: dalle escursioni con carrozze e cavalli agli spettacoli del Teatro Stalla dove attori professionisti, malati e animali “recitano” assieme; dai laboratori di moda a quello di fumetti, da un lungo viaggio in Patagonia alla quotidianità dei percorsi di cura. Oltre a documentare le iniziative della Fondazione Emilia Bosis, ogni immagine di Patrizia Riviera rivela con intensità tutta la sua tensione verso una relazione partecipe. Una relazione basata non solo sull’accettazione dei malati e dei loro bisogni, ma sulla vicinanza umana, sull’affettività nei loro confronti. Queste immagini ci mostrano che il suo sguardo non è proteso soltanto a restituire una soggettività ai malati mentali e a raccontare le loro esperienze: è infatti lo sguardo di chi sta vivendo assieme a loro un percorso di relazione, di crescita personale, resa possibile da una profonda reciprocità.

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