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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
In occasione della Giornata Internazionale della Donna, l'Osservatorio per la Parità di Genere del MiC ha promosso l'evento "La cultura che verrà". Letture Lente ospita la riflessione di Cristiana Collu, Direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, tra i relatori dell'iniziativa

Era il 2014, ricorreva il Centenario dalla Prima Guerra Mondiale.

Il museo era il Mart, la città Rovereto. È stata la mostra che nessuno vorrebbe fare, ma anche quella che, se si deve fare, non poteva che ribaltare l’idea di uno sguardo retrospettivo, ma evocare piuttosto la memoria di qualcosa che non passa, la memoria del presente, perché allora come ora la guerra c’era. La guerra, ora come allora non è un incendio visto da lontano, anche se questa in Ucraina, a dire il vero sembra paradossalmente che ci riguardi più della guerra in Siria per esempio. Eppure tutte le guerre sono uguali ma ognuna è diversa e le parole sempre attuali di Brecht rendono fin troppo bene l’idea:

 

La guerra che verrà

non è la prima. Prima

ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima

c’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente

faceva la fame. Fra i vincitori

faceva la fame la povera gente egualmente.

Nel frattempo sembra che non abbiamo costruito una solida cultura della pace e neppure un necessario tabù della guerra, come qualcosa di osceno, improponibile, impensabile.

Joanna Bourke nel suo libro Le seduzioni della guerra osserva: “l’atto tipico che gli uomini compiono in guerra non è morire ma uccidere” e conclude che “quasi tutti coloro che sono stati in guerra dovranno ammettere che da qualche parte dentro di loro ne hanno goduto”. È facile pensare a Apocalypse Now, al generale Patton che guardando lo scempio esclama: “Come amo tutto questo”.

È tutto fuori legge in guerra, prima c’è il diritto, poi viene annullato poi ritorna, ma poi ci vuole tempo a riabituarsi alla pace. E senza il confine, il limite del diritto, non si mantiene nessun equilibrio né sociale né personale. Tutto precipita. E anche oggi è ripugnante pensare alla propaganda sulle guerre lampo, chirurgiche, tecnologiche, perché poi arriva sempre il corpo a corpo, arriva sempre il momento dello scontro, in cui si entra fisicamente nel territorio del nemico e scatta il desiderio di penetrare e di violare anche la sua vita. La violenza sessuale è un comportamento tollerato, non di rado consentito in tempo di guerra: dobbiamo arrenderci all’evidenza. Fino a meno di vent’anni fa non era nemmeno un reato; è stato promosso a crimine di guerra su decisione del Tribunale internazionale dell’Aia nel 1996. E quindi anche il peso morale dello stupro cambia nel tempo sospeso di una guerra, non fa notizia nello stato di eccezione, di eccezionale normalità della guerra. “Se fai la guerra, sparare e uccidere è necessario per vincere, non è necessario violentare una donna è solo un modo di piantare le insegne sul territorio nemico” sono le parole di Marina Valcarenghi che per quella mostra scrisse un saggio proprio su questo tema. La violenza sessuale non ha nulla a che vedere con il desiderio, non si desiderano le donne si desidera la, si cede alla violenza. Bisogna spegnere l’eccesso prima che l’incendio, perché qui come altrove, quello che accade è che la questione delle donne viene sempre derubricata e mai affrontata radicalmente.

Il tema è la necessità di una profonda trasformazione che passa anche da un luogo come il museo, che finalmente ha intrapreso un cammino di inclusione e si è assunto la responsabilità sociale e civile che gli compete, mettendo in campo, attraverso il linguaggio dell’arte le vicende che ci riguardano, che riguardano la nostra vita in comune.

L’arte pone le domande, noi dobbiamo dare risposte. La prima: è evidente che il fatto che io sia una donna ha determinato gli esiti del mio lavoro alla Galleria Nazionale, con un significativo macroscopico incremento delle presenze delle artiste nelle mostre e nella collezione, solo per fare un esempio. Nello stesso modo, al contrario, è stato possibile che nel 2016 il Parlamento russo abbia approvato una legge che depenalizza la violenza domestica, con 380 voti a favore e 3 contrari. Cosa può fare del resto un Parlamento a larghissima maggioranza maschile? Per esempio può godere a volte persino della complicità delle donne. Non è solo una questione di genere ma di potere.

Le mostre sono state un modo per prendere e dare la parola, per parlare in prima persona, portare la visione e lo sguardo sul mondo delle artiste.

Quelli della Galleria Nazionale sono dati oggettivi, evidenze incontrovertibili, numeri espliciti che parlano da soli e la curva dell’inversione di tendenza parla chiaro e segna una nuova rotta.

Tuttavia esiste sempre il problema di colmare la distanza tra le parole e le azioni, tra imprese impossibili e obiettivi raggiungibili, tra quello che possiamo fare come individui e quello che possiamo fare insieme. Esiste uno strumento, si chiama femminismo e ognuna di noi attraverso questo strumento, può fare molto, per esempio rendersi indisponibile (persino a ridere di una battuta sessista), diventare una guastafeste, semplicemente vivere una vita femminista.

Il femminismo è la mia festa ed è quella a cui voglio partecipare, per modificare la storia, anche quella passata, perché sì, le cose potevano andare diversamente. La terra non aveva bisogno e non ha bisogno del sangue di Abele. Le donne possono scriverne un’altra ed è tempo di farlo.

Si vis pacem, para pacem

Se vuoi la pace, prepara la pace

 

Cristiana Collu, Direttrice Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma

ABSTRACT

On the occasion of the International Woman Day, the Gender Equality Observatory of the Italian Ministry of Cultural promoted the event “La cultura che verrà”. Letture Lente presents a reflection by Cristiana Collu, Director of the National Gallery of Modern and Contemporary Art of Rome, among the speakers of the initiative.

 

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Cristiana Collu

Direttrice Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma

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