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Alcune riflessioni stimolate dal libro a cura di Roberta Franceschinelli su i nuovi centri culturali italiani, tra innovazione sociale e fragilità ricorrent

Un paio di sere fa ero in un pub con amiche e amici ventenni, conosciuti durante un’intensa e memorabile alternanza scuola lavoro realizzata tra il 2015 e il 2018 in un liceo catanese. Durante la serata li ascoltavo, ora presi dall’incedere delle loro vite tra lavoro, studio, crisi, conflitti e amori: vite che si sono inevitabilmente intrecciate alle mie e alle nostre ben oltre gli obblighi imposti dalle direttive ministeriali in materia di alternanza, in un’elastica e perdurante relazione intergenerazionale fatta di affetto, stima, amicizia e collaborazione. Con loro, durante quel triennio, presentammo una proposta al bando culturability 2017 proponendo il riuso culturale e sociale di un vecchio rifugio antiaereo collocato proprio dentro la loro scuola. Culturability è il programma gestito dal 2009 dalla Fondazione Unipolis – fondazione d’impresa del Gruppo Unipol e del Gruppo UnipolSai – per promuovere e sostenere iniziative culturali tese a generare innovazione sostenibile, innescando processi di attivazione comunitaria e coesione sui territori.

Arrivato tra i finalisti – e ammesso quindi ad una fase intermedia di accompagnamento e formazione che ci condusse in giro per l’Italia nella caldissima estate 2017 – il progetto #RifugioBoggioLera non fu poi finanziato. Questo portò noi “senior” a dover gestire una profonda delusione (a tratti vera e propria rabbia) di una quarantina di adolescenti, che per la prima volta in quella occasione fecero i conti con un vero e proprio fallimento “professionale”: fatto che ci aiutò moltissimo ad allenarli al lato meno poetico e più sfacciato della vita vera, che in tema di delusioni e fallimenti sa essere sempre generosa. E d’altro canto, durante le creative e stimolanti fasi di scrittura collettiva (che assist per il progetto di alternanza!), ci eravamo già chiesti cosa sarebbe successo se il progetto fosse stato davvero approvato, probabilmente condizionando per certi versi molte delle scelte post scolastiche di quei ragazzi e di quelle ragazze, forse anche nella direzione di una possibile intrapresa di carriere nel mondo culturale. Insomma, ci interrogavamo sugli impatti di quel progetto, ovvero sulla sua capacità di intercettare e turbare le traiettorie di vita di persone giovani e ancora con tutta la vita davanti.

Il libro “Spazi del possibile. I nuovi luoghi della cultura e le opportunità della rigenerazione” traccia con precisione le traiettorie delle vite professionali e corali di quei professionisti e di quei nuovi centri culturali che da culturability sono passati, aiutandoci ad intravedere quegli scenari possibili – quegli spazi del possibile, appunto – che avevamo ipotizzato nel 2017, e che per centinaia (forse migliaia) di persone sono diventate realmente strade, luoghi, percorsi, processi, esperienze, successi e probabilmente anche altri fallimenti. Quando si parla di nuovi centri culturali si fa riferimento a luoghi della cultura multidisciplinari e ibridi spesso frutto di una riattivazione di immobili abbandonati, dismessi o sottoutilizzati, e permeati dalla cultura dell’impatto sociale e civico; luoghi che coinvolgono centinaia di persone da un punto di vista professionale, e decine e decine di migliaia di partecipanti, in forme di partecipazione spesso non convenzionali che prevedono un ruolo attivo e consapevole delle persone coinvolte. Esperienze che, ci ricorda l’autrice e curatrice Roberta Franceschinelli nella sua introduzione, dando corpo al principio di sussidiarietà orizzontale non si limitano ad evidenziare problemi e bisogni ma formulano e mettono in pratica soluzioni. Esperienze che non si limitano alla riqualificazione degli edifici (l’hardware) ma alla rigenerazione mediante riuso e nuove pratiche (il software).

 

Per dare una dimensione a ciò di cui si sta parlando va detto che culturability annovera ad oggi cinque edizioni della call realizzate e concluse, ed è tutt’ora in corso di esecuzione l’edizione biennale 2020-2022. Tranne quest’ultima, le altre edizioni sono state rivolte sia a gruppi informali (senza una veste giuridica al momento della proposta) che ad organizzazioni composte prevalentemente da under 35, scelta finalizzata al sostegno dell’intrapresa giovanile. Negli anni sono state sottoposte 3.593 proposte, e tra queste 84 iniziative hanno potuto godere di un percorso di formazione e mentoring, mentre 43 sono state sostenute anche con un contributo economico, per un totale di quasi 2 milioni e mezzo di euro messi a disposizione da Unipolis, a cui va sommato il costo del personale interno impiegato. Ad integrazione è utile segnalare per la comprensione del fenomeno dei nuovi centri che Lo Stato dei Luoghi, la prima rete nazionale per la rigenerazione culturale a cui è dedicato uno dei saggi, conta 66 centri culturali associati, provenienti da tutto il territorio italiano. Inoltre il recentissimo report dell’indagine “laCall to Action”, mappatura dal basso dei nuovi centri culturali italiani promossa dall’associazione cheFare, riporta 845 segnalazioni e auto segnalazioni di nuovi centri culturali, distribuiti nel 90% delle regioni italiane e di cui il 56,5% con dipendenti tra 1 e 5 unità. Queste informazioni integrano un paesaggio (sicuramente incompleto) di organizzazioni, pratiche, esperienze che costellano il Paese, dalle aree interne alle grandi città, e che trovano nel volume una significativa rappresentazione multidimensionale.

 

Il volume è suddiviso in tre parti. La prima, al fine di comprendere l’interesse dei contributi ospitati, ricostruisce l’esperienza del bando culturability e il modo in cui è cambiato negli anni. Si tratta di una sezione ricca di dati presentati per la prima volta nella loro interezza, che si chiude con un ragionamento sull’ultimo bando biennale. La seconda parte entra nel vivo dell’analisi, affidata da Unipolis ad Avanzi e Fondazione Fitzcarraldo e poi al Master U-Rise in Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale dell’Università Iuav di Venezia: sistema d’offerta, governance, sostenibilità economica e caratteristiche degli immobili rigenerati sono oggetto di analisi quali-quantitative e di riflessioni dedicate, ma anche stimolo per i saggi a seguire. Si tratta di focus riguardanti la sostenibilità economica, il ruolo dei soggetti pubblici, il mutualismo, l’arte e gli artisti di oggi che prendono spunto da culturability ma in cui ci si potrà riconoscere anche se con il bando non si ha mai avuto a che fare. La terza parte si concentra su alcuni aspetti che sono centrali per la comprensione del perimetro oggetto del volume, ovvero sui profili dei cosiddetti innovatori sociali e culturali, sulle reti di collaborazione attivate dai nuovi centri culturali, sulle relazioni ingaggiate con gli enti pubblici, il tutto corredato da schede di casi e di pratiche. La terza sezione è conclusa da sette saggi riguardanti i centri come nuove istituenti culturali, nonché pratiche di rigenerazione capaci di attivare processi di apprendimento sociale e di posizionamento pubblico, il tutto in relazione con le comunità (concetto complesso e contraddittorio lì approfondito e sviscerato) e con network e alleanze, come accade nel caso de Lo Stato dei Luoghi, a cui si è già fatto cenno. Sono infine affrontate questioni cruciali come il binomio legalità/legittimità, ricorrente nel dibattito e nelle esperienze dei centri, e una lettura di culturability come potenziale politica pubblica.

 

“Spazi del possibile” è un libro difficile da recensire. Non che sia il più difficile, ci mancherebbe; ma è difficile. E lo è perché le voci che Roberta Franceschinelli ha messo insieme sono assai diverse tra loro per provenienza, per approccio e per linguaggi: una restituzione poliedrica ed eterogenea, perché dalla varietà di quei contributi emerge tutta la ricchezza e la complessità del pezzo di mondo culturale osservato e analizzato. Lo è anche perché le questioni che quei contributi affrontano sono altrettanto diverse e assai dense, tanto da rendere molto impegnativa la lettura, anche se sempre piacevole e arricchente. Ma, allo stesso tempo, si tratta di un libro che va assolutamente letto se ci si vuole fare un’idea di cosa stia succedendo in quel mondo culturale, artistico e creativo italiano che si pone tendenzialmente fuori dal perimetro strettamente istituzionale e di tendenza (anche se con questo spesso intreccia relazioni), e non solo perché i contributi analizzano esperienze spesso svolte fisicamente fuori dai luoghi e delle attività culturali canoniche (musei, teatri, biblioteche, etc.) ma anche perché quelle esperienze sfuggono dalle statistiche ufficiali e allo stesso tempo non sono (per ora) centrali nelle retoriche mainstream. Insomma, se per le statistiche ufficiali “partecipazione” significa (anche) varcare la soglia di un museo o di un teatro, “Spazi del possibile” ci racconta di forme di partecipazione molto diverse.

Mi limiterò dunque a riportare di seguito alcune delle cose a cui la sua lettura mi ha fatto pensare; cose di cui sento l’urgenza facendo parte in qualche misura del mondo descritto, e che hanno trovato uno stimolo potente in molti dei contributi ospitati; contributi che invitano ad andare oltre una eventuale facile celebrazione dei nuovi centri culturali, evidenziandone invece alcune significative fragilità, perché queste possano diventare seriamente oggetto di dibattito pubblico.

 

La prima delle questioni riguarda il valore generato, tra (in)sostenibilità e precarizzazione. Leggendo il libro è inevitabile ad esempio non sentirsi stimolati, a tratti provocati e scossi, dalla questione più volte affrontata della sostenibilità delle iniziative analizzate. E qui non si parla solo di pareggi di bilancio, di avanzi di gestione o di utili, bensì di una sostenibilità a tutto tondo che coinvolge anche e soprattutto la vita delle persone impegnate direttamente in quelle iniziative, il loro benessere o più spesso la loro sopravvivenza. Già nella seconda parte del volume è chiarito che la maggior parte dei centri – caratterizzati da forte turnover sia dell’offerta che del personale – non è ancora in grado di assicurare dignità economica, stabilità e sviluppo professionale a chi ci lavora, ovvero lavoratrici e lavoratori il cui reddito si deve soprattutto a una geometria complessa di integrazioni con altri impieghi al di fuori dei centri. Guardando ai progetti, Gariboldi e Martini osservano che godono di miglior salute quelli realizzati in contesti urbani o comunque in aree più infrastrutturate di reti e servizi, contando su una domanda culturale quantitativamente e qualitativamente elevata per il proprio sistema di offerta. Soffrono invece quei progetti e quelle iniziative che operano in contesti a bassa densità o con comunità con scarsa capacità di spesa della popolazione, assistendo così ad un paradosso di una selezione avversa: i centri raggiungono livelli di maggiore sostenibilità dove meno sarebbero necessari, mentre sono insostenibili proprio nei territori dove i loro impatti sociali e culturali servirebbero di più.

Ci dice Bartolomeo che spesso questa bassa sostenibilità è svelata da una compressione straordinaria dei costi del lavoro; non un errore solo tecnico, questo, ma anche e soprattutto “culturale”. Si tratta di una cultura di intrapresa che si fonda sulla realizzazione di un progetto a cui si tiene particolarmente, in un mix di passioni, competenze, senso civico e lavoro, ma anche sulla convinzione di avere qualche chance solo se si allineano reddito e stabilità del lavoro alle professioni culturali più fragili; un pesante sacrificio sull’altare della auspicata sostenibilità, sebbene immersi in una granitica fiducia nel futuro e nell’aspirazione di una autorealizzazione più immateriale che materiale. Processi questi, che non sfuggono ai policy maker, gli stessi decisori pubblici che già vent’anni fa dalle loro posizioni saldamente garantite sbandieravano il nuovo mantra della fine del posto fisso, e che oggi lo rimpolpano con il mito dell’autosostenibilità di pratiche culturali così potenti: “in qualche modo questi ragazzi ce la faranno” è il virgolettato immaginario – ma non improbabile – che Bartolomeo attribuisce ad un ipotetico amministratore locale in una ipotetica intervista rilasciata alla stampa, mentre magari si sta sciogliendo un irrisolvibile problema gestionale di un bene pubblico in disuso grazie all’intervento di generosi innovatori sociali.

E c’è da chiedersi quanto le intraprese culturali e artistiche private e così largamente ispirate a missioni di ordine generale e collettivo non stiano contribuendo alla progressiva deresponsabilizzazione di molti enti pubblici, che nel welfare di comunità individuano asset preziosi per far fronte ad una (presunta e tutta da dimostrare) minore o nulla disponibilità di risorse pubbliche, delegando (si legga: scaricando) agli innovatori sociali e ai nuovi centri culturali buona parte di quelle funzioni (necessarie, anzi essenziali per legge) per cui anche il mercato delle concessioni di servizi al pubblico aveva ormai dimostrato la sua debolezza e fallacia.
Sono pratiche, esperienze e professioni che nascono dall’onda lunga della riappropriazione degli spazi e delle pratiche politiche e sociali già dagli anni Ottanta del Novecento, e dall’onda corta della crisi del 2007, seguita da una proliferazione di iniziative tese a rendere autonome le pratiche culturali, nell’auspicio mitologico della sostenibilità. Niessen ci ricorda che l’affermazione del sogno californiano della start up o di quello italiano della piccola impresa ha generato modelli di sussistenza spesso basati sull’autosfruttamento, sul districarsi tra concessioni temporanee e pastoie burocratiche, sull’assunzione di rischi individuali – economici, psicologici, biografici – a favore di un agognato interesse collettivo di cui farsi carico. Ci ricorda anche che però alcuni di quei modelli ce l’hanno fatta, grazie a tutto quel rischio assunto e a funding mix articolati “che vanno dalla progettazione europea allo spillare birra”, mettendo insieme competenze assai diverse.

Si diceva della precarietà degli innovatori e delle innovatrici: senza voler svelare nulla di più del volume, che va letto per cogliere quella complessità di cui si è detto, ma come non riconoscersi nell’identikit tracciato? Ostanel e Micelli raccontano nella terza parte di figure protagoniste di una intrapresa mossa da forti orizzonti ideali ma con uno spirito decisamente pratico, artigianale; figure professionali maturate in piena crisi economica, abituate alla incertezza, al multitasking, alla precarietà consapevole, al lavoro organizzato nella logica 24/7 (si può potenzialmente lavorare sempre), all’assenza di garanzie, all’oblio dei diritti. Progettisti, o piuttosto planner, che non si fermano al mero esercizio del “disegnare” ma che scendono nel campo sociale, agiscono, accompagnano comunità di pratiche, contribuiscono alla capacitazione e mediano relazioni istituzionali. Tanta potenzialità creativa e sociale insomma, accompagnata da altrettanta precarizzazione della vita.

 

Un’altra riflessione riguarda proprio i pubblici, i beneficiari, i partecipanti e le comunità di pratiche a cui spesso si sono rivolti i nuovi centri culturali. Il volume è molto concentrato sull’organizzazione e sulle forme dell’offerta e dei professionisti, degli innovatori e delle innovatrici che la gestiscono; come già detto, di questo ce n’era bisogno perché c’era bisogno di comprendere lo stato attuale di questa nuova offerta culturale, la composizione, la traiettoria. Rimane però ancora molto da conoscere sulla domanda sociale e culturale che si affaccia ai nuovi centri culturali, a quali bisogni essi hanno risposto in questi anni, in che misura, in che forma e producendo quali impatti. Questa domanda non vuole scendere nello scivoloso campo della misurazione degli impatti sociali, così ampiamente dibattuto e a volte usato per poter giudicare e sostenere – o scaricare – progetti e iniziative dai risultati di lungo periodo difficilmente ponderabili. Ma è importante forse aprire un ragionamento sulla rilevanza delle pratiche dei nuovi centri culturali rispetto ai bisogni pressanti del mondo lì fuori; bisogni sociali – tanti – ma non solo; bisogni culturali ed educativi; bisogni creativi. In che modo e in che misura i nuovi centri culturali stanno rispondendo? Forse, ponendosi queste domande e mettendosi direttamente in gioco con le proprie esperienze, si potrebbe rivendicare che le stesse domande andrebbero poste per l’offerta culturale più istituzionale e pubblica, quella che ancora oggi si misura esclusivamente in ingressi e incassi ma che, drenando il grosso delle risorse pubbliche disponibili, avrebbe il dovere di dimostrare di essere utile, rilevante appunto, molto al di là del self branding autocelebrativo che ormai la caratterizza ossessivamente. Non è tanto utile sapere ad esempio quante scuole vanno in un museo ma quanto questo ha inciso sull’apprendimento integrato di ragazze e ragazzi, sul rafforzamento del loro spirito critico e civico, sul potenziamento della loro autonomia personale e sulla loro capacità di collaborare con gli altri e di rispettarne le diversità. Riusciremo a parlare di bisogni e partecipazione in questi termini?

 

Per concludere, sembra chiaro che per quella impressionante schiera di edifici con valore culturale sottoutilizzati o abbandonati e diffusi su tutto il territorio nazionale, circa 66.000 secondo Fondazione Fitzcarraldo, il futuro sarà un inevitabile deterioramento oppure, in alternativa, una diversa gestione. Viviamo sul confine mobile della ormai vetusta convinzione che affidando tutto ai privati, anche per usi non culturali, si sarebbe trovata una soluzione efficace a quel rischio di sottoutilizzo, o peggio al deterioramento. Quella convinzione sta via via tramontando, a fronte di una polarizzazione tra pochi successi e molti fallimenti; nel frattempo il patrimonio continua a degradarsi. Le esperienze analizzate dal libro curato da Roberta Franceschinelli sembrano gettare una bella luce sui risultati del movimento dei nuovi centri culturali, ma allo stesso tempo ne evidenziano le fragilità profonde, che non potranno non condizionarne l’evoluzione, il benessere generabile, gli impatti prodotti. È chiaro che da soli “quei ragazzi” non ce la possono fare, se non in pochi casi, concentrati in alcuni fortunati territori. Ed è altrettanto chiaro che disperdere il potenziale innovativo di rilevanza sociale e culturale di queste esperienze sarebbe un macroscopico errore epocale. Concentrare le risorse pubbliche solo sull’hardware culturale, gli edifici insomma, per quanto necessario per arrestare il degrado ha dimostrato che però non è sufficiente. I luoghi vanno attivati, utilizzati, resi utili alla domanda di soluzione per i bisogni più diffusi. Quell’attivazione può stare in capo ad un diffuso e competente software sociale che è già presente nelle pratiche e nei saperi di innovatori e innovatrici ormai attrezzati, ma a continuo rischio di rottura dei delicati equilibri frutto di precarizzazione e autosfruttamento. Il soggetto pubblico deve fare una scelta coraggiosa, guardando alla triplice dimensione dei beni materiali a rischio, delle fragilità e dei bisogni molteplici della popolazione, e delle professionalità innovative maturate nei nuovi centri culturali: immaginare che il sostegno regolare a questo straordinario software umano possa contribuire ad invertire la tendenza di un deterioramento materiale dei beni e sociale delle persone non è un’idea avulsa dalla realtà, soprattutto se si osservano, con la lente degli analisti e delle analiste ospitati in un libro come questo, le centinaia di pratiche già presenti sul territorio italiano. Sentiamo tutti di essere su una soglia: lo avvertivamo prima del 2020, ancor più lo sentiamo oggi. Sulle soglie si possono fare scelte di segno opposto, si possono intraprendere strade divergenti. Investire sulla facilitazione di processi di coesione sociale e sul rafforzamento di capacitazione collettiva, già nelle corde dei nuovi centri culturali, può essere una di quelle strade.

Come ci ricorda Niessen le diseguaglianze sono in ascesa vertiginosa e l’accesso culturale è sempre più determinato da condizioni sociali e geografiche. Considerare la sostenibilità – e il sostegno strutturale – dei nuovi centri culturali come una questione di sistema è necessario e può essere dirimente, non solo per chi li anima con dedizione e professionalità, ma per quella crescente parte di popolazione che vive in condizioni di fragilità e diseguaglianza. I rischi della sostenibilità di quelle esperienze culturali devono essere assunti come una responsabilità collettiva da parte di chi governa i territori ospiti, perché le ricadute di quelle esperienze sono ormai chiaramente un patrimonio di rilevanza collettiva.

 

Spazi del possibile. I nuovi luoghi della cultura e le opportunità della rigenerazione. Di Roberta Franceschinelli, FrancoAngeli ed., Milano 2021

ABSTRACT

The book edited by Roberta Franceschinelli contains many essays by analysts who commented on the data concerning the new Italian cultural centres collected thanks to the “culturability” calls. These are places regenerated by cultural activists and professionals who want to generate well-being and change, adopting principles of social, environmental and economic sustainability.

 

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