“Il sistema della cultura è diventato negli anni un sistema sempre più complesso e quindi sono aumentati il numero di soggetti che si occupano di cultura e sono aumentate le discipline che si occupano di cultura, una volta c’era uno stile dell’arte, archeologia e architettura, oggi c’è l’economia, l’economia aziendale, la sociologia e il diritto. Sono pure aumentate le attese che la politica ha verso la cultura. Una rete quindi aumentata a dismisura. Il problema è che quando c’è una rete così grande i flussi tra questi nodi vanno cementificati e purtroppo il sistema italiano della cultura è cresciuto invece per settori disciplinari verticali. C’è quindi la necessità di connettere i nodi di questa rete con competenze innovative che permettano di avere professionisti che sappiano navigare tra i nodi di questa rete”. Lo ha spiegato ad AgenziaCULT Marcello Minuti, coordinatore generale della Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali, a margine della prima giornata di LuBeC – Lucca Beni Culturali, la due giorni di incontri tra pubblico e privato che si svolge annualmente a Lucca e promuove lo sviluppo a base culturale, per la competitività, l’innovazione e la crescita del Paese e dei suoi territori.
Tuttavia, ha proseguito Minuti, a un certo punto entra in scena l’intelligenza artificiale, “che appunto connette nodi. Per cui, quello che pensavamo di dover fare noi esseri umani, da qui a breve lo farà l’intelligenza artificiale: connetterà i nodi della rete, metterà insieme le discipline e tirerà fuori output di conoscenza che vanno governati. La vera grande sfida che oggi abbiamo quando pensiamo alle competenze del professionista del patrimonio culturale è quella non solo di connettere i nodi della rete e di avere una visione trasversale, ma anche quella di governare l’intelligenza artificiale perché altrimenti perdiamo il controllo”. Il problema sta nel fatto che l’Italia è molto indietro negli indicatori di sviluppo delle competenze digitali. “Siamo i quart’ultimi in Europa per competenze di base digitali. I lavoratori specialisti di tecnologie sono pochissimi. Secondo un nostro sondaggio c’è tuttavia un’apertura verso l’intelligenza artificiale. Pertanto bisogna lavorare accompagnando questa trasformazione con prodotti formativi, con una modalità di formazione che non sia verticale ma sia abilitante verso questa visione trasversale”.
