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di Giuseppe Caglia (Società italiana per l’ingegneria culturale)

“La recentissima sentenza del Tribunale di Firenze del 26 agosto scorso che ha condannato due società chiamate in causa dal Ministero della Cultura per aver utilizzato una riproduzione in scala naturale del David di Michelangelo, per fini commerciali ed in assenza delle prescritte autorizzazioni, conferma che la strada ormai intrapresa dai Tribunali italiani è quella della tutela delle immagini delle opere e dei monumenti rientranti nella nozione di Bene Culturale (art. 107 e 108 del Codice dei beni Culturali e del paesaggio). Nello stesso senso si erano pronunciati lo stesso Tribunale di Firenze con sentenza non definitiva n. 1207 del 21/04/2023 e il Tribunale di Venezia del 17/11/2022 che hanno riguardato rispettivamente il David di Michelangelo e l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci. Questa tutela, prevista dal vigente Codice dei Beni Culturali, è necessaria per evitare che il patrimonio culturale venga sfruttato in modo abusivo, con un danno per lo Stato e per i musei. Il patrimonio culturale può generare entrate notevoli per i bilanci pubblici, ma è necessario conoscerne il valore effettivo per poterlo sfruttare in modo sostenibile. Anche se il patrimonio culturale è in larga parte inalienabile, misurare la redditività del patrimonio culturale è importante per comprenderne il potenziale contributo alla riduzione del debito pubblico e all’equilibrio dei bilanci pubblici. Si stima che il valore del patrimonio culturale italiano sia di circa 2.435 miliardi di euro (fonte: Tarasco 2020). Tuttavia, i proventi derivanti da tale patrimonio sono molto bassi (nell’ordine di uno 0,). Per valorizzare il patrimonio culturale italiano e aumentarne la redditività economica è necessario adottare un approccio manageriale, basato sulla conoscenza dei costi e dei ricavi. Questo approccio non implica necessariamente limitazioni alla fruizione pubblica, ma mira semplicemente a individuare il punto ottimale di efficienza gestionale e accessibilità pubblica nel rispetto dei principi del “buon andamento” e della “garanzia dell’equilibrio dei bilanci pubblici” (art. 97 comma 1 Cost.)”.

“Lo scorso 3 dicembre Parigi e Abu Dhabi hanno prolungato di 10 anni la partnership del Louvre con Abu Dhabi: la licenza per utilizzare il marchio ‘Louvre’ è così estesa fino al 2047, e non fino al 2037 come previsto inizialmente. Il Louvre Abu Dhabi ‘è veicolo della reputazione della Francia all’estero e promuove i suoi valori di universalismo’, ha comunicato l’Eliseo. Per Parigi il nuovo accordo frutta 165 milioni di euro, che saranno versati tra il 2022 e il 2023. In cambio il Louvre si accinge a prestare ad Abu Dhabi alcuni dei suoi capolavori. Francia ed Emirati Arabi siglarono il primo accordo da circa un miliardo di euro nel 2007. Parigi autorizzava Abu Dhabi a usare il nome del Louvre e, in cambio, s’impegnava tramite la nuova Agence France-Muséums a prestare le opere di 13 musei nazionali e a organizzare quattro mostre l’anno per i primi 15 anni. Avrebbe poi fornito la sua consulenza per creare una collezione permanente del nuovo museo. Accordi volti alla valorizzazione del patrimonio ricordiamo l’accordo commerciale stipulato tra il Louvre e UNIQLO per la produzione di T-shirt con l’immagine della Gioconda e di altri quadri. Più recentemente, la nuova campagna pubblicitaria di Ferragamo chiamata “New Renaissance” che associa la sua collezione di abbigliamento alle immagini di dipinti della tradizione italiana concesse dagli Uffizi; poi l’accordo tra il Gruppo Swatch e gli Uffizi stessi i quali hanno concesso al gruppo svizzero di lanciare sul mercato due nuovi orologi della “Art journey collection” con particolari dell’Allegoria della Primavera e della Nascita di Venere di Botticelli (quest’ultima opera , al centro della recente controversia con la maison Jean Paul Gaultier, che l’ha stampata su capi d’abbigliamento senza chiedere la necessaria autorizzazione)”.

Queste operazioni “portano ad un aumento dei ricavi dei Musei, senza svilire o decontestualizzare le opere e contribuiscono a diffondere l’immagine del museo e dell’arte in generale. Non si comprende perché in Italia (ad eccezione di pochi Musei come gli Uffizi) non possano trovare spazio e si debba continuare a tollerare un mercato abusivo che rischia di riflettere un’immagine degradata del nostro Paese. Non può essere dimenticato che chiedere un giusto canone a chi utilizza immagini di opere d’arte per scopo commerciale costituisce anche un dovere per finanziare i Musei e non incorrere in un rischio di danno erariale oltre che per salvaguardare una corretta diffusione delle immagini delle opere ed evitare quello scempio che è sotto gli occhi di tutti sulle bancarelle di mezza Italia”.

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