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Il romanzo storico di Verio Santoro “Il Santo e il guerriero” dà nuova luce a un popolo relegato dalla storiografia in un cono d’ombra, ma che fu fondamentale per la costruzione dell’Italia
Longobardi In Italia, La Spedizione Che Portò Le Spoglie Di S.Agostino A Pavia
Longobardi in Italia, la spedizione che portò le spoglie di S.Agostino a Pavia

Tra il 717 e il 725 d.C. il re longobardo Liutprando organizzò una spedizione per portare a Pavia le spoglie di Sant’Agostino, fino a quel momento conservate in Sardegna, a Cagliari, a quel tempo terra esposta alle incursioni saracene. E’ da questa breve notizia riportata dal Venerabile Beda, un monaco del monastero benedettino di Jarrow, in Northumbria (Inghilterra), che prende le mosse il romanzo “Il Santo e il guerriero” di Verio Santoro pubblicato poche settimane fa dalle Edizioni San Paolo. Ma il dato di cronaca è solo lo spunto, peraltro particolarmente scarno, per immaginare e ricostruire le vicende del recupero delle reliquie del vescovo di Ippona e della loro traslazione a Pavia. Il volume vede la luce proprio nell’anno del decennale dell’iscrizione nella lista del Patrimonio Mondiale Unesco del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)” che si festeggia il 25 giugno. 

Accanto a veri personaggi storici (Liutprando, re dei Longobardi, Pemmone, duca di Cividale) agiscono gli autentici protagonisti, inventati, della traslazione: tre soldati longobardi provenienti dal Friuli (Herfemar, Droctulf, Alakis) e un monaco benedettino dell’abbazia di Bobbio (Anastasio). Insieme i quattro affrontano un viaggio avventuroso (attraverso monasteri, città abbandonate, taverne, tempeste di mare) e ricco di personaggi (briganti, ufficiali bizantini, marinai, pellegrini, mercanti). Le vicende del romanzo hanno inizio a Cividale del Friuli e proseguono attraverso la Padania e il Po, Pavia, Bobbio, Genova, la Corsica, la Sardegna.

Come nella migliore tradizione del romanzo storico, Verio Santoro – ordinario di Filologia germanica all’Università degli Studi di Salerno e da diversi anni esperto di medioevo germanico – ricostruisce minuziosamente l’epoca di Liutprando, rievocata in ogni suo aspetto tanto pratico quanto ideologico, ricostruita con una dovizia di dettagli, che testimonia di un’attività di ricerca proficua e condotta con eccellente competenza. Frutto di invenzione, le vicende narrate sono compatibili con la realtà storica di quel periodo, sia dal punto di vista materiale, sia, soprattutto, dal punto di vista culturale. E’ questo un evidente merito de “Il Santo e il guerriero”: aver coniugato il rigore storico, linguistico e della tradizione religiosa e letteraria del tempo con una narrazione piacevole, avvincente e mai scontata. 

Un elemento questo cui lo stesso Santoro assegna una particolare rilevanza nella realizzazione del romanzo. “E’ stato necessario uno studio impegnativo per scrivere una narrazione coerente, ad esempio, con l’ideologia dell’epoca sulle traslazioni – spiega l’autore ad AgCult -, ma che piacesse anche al lettore moderno. La sfida più grande è stata proprio quella di rimanere fedele a un’ideologia molto rigida sulle traslazioni: esse accadono solo se il ‘santo è d’accordo’, solo ‘per volontà del santo’. Altrimenti le reliquie non si spostano proprio. La volontà del santo è sempre preminente”. Nella tradizione letteraria delle traslazioni è infatti pressoché sempre presente il ricorso a codici sensoriali e gestuali con cui il santo ‘approva’ la traslazione: una prodigiosa leggerezza della cassa delle reliquie, una meravigliosa fragranza delle stesse una volta 'scoperte', uno spontaneo direzionarsi verso la sede predestinata o, di contro, l'opposizione a farsi trasportare verso un luogo non gradito al santo. 

L’occasione del decennale del sito Unesco dei Longobardi nel nostro Paese è anche lo spunto per riflettere sull’impatto dei Longobardi nella costruzione dell’Italia, un popolo antico e spesso poco considerato che nella tradizione culturale del nostro Paese ha sempre faticato a trovare il giusto spazio e la giusta rilevanza. “Il loro ruolo fu fondamentale – assicura Santoro -. La migrazione longobarda inizia intorno a metà del VI secolo e dura più di 200 anni mutando completamente il volto dell’Italia. Per la prima volta la Penisola non è più un’entità politica unitaria. Il precedente dei Goti che erano arrivati in Italia si differenzia per il fatto che essi avevano preso possesso dell’intera penisola. Invece i Longobardi sono i primi nella storia a spezzare questa unità che si ricomporrà solo 1100 anni dopo col Risorgimento italiano”. Dall’arte all’architettura, dalla storia alla cultura, “con la presenza per due secoli, i Longobardi hanno influito anche sulla lingua ben oltre quello che pensiamo. Ad esempio, usiamo decine di parole longobarde come ‘schiena’, ‘guancia’, ‘faida’ e tante altre”. 

“Il Santo e il guerriero” ha poi il merito, nel solco dei grandi romanzi storici (viene in mente l’illustre precedente de “Il nome della rosa”), di dare risalto a un fatto realmente accaduto e da lì riuscire a costruire una storia di fantasia coerente con il contesto in cui si muove. E magari togliendo anche un po’ dall’oblio un fatto storico di cui comunque c’è una testimonianza certa e di cui pochi conoscono l’origine. Non secondario infine è l’aspetto linguistico. In tutto il romanzo c’è un’attenzione estrema a un uso corretto del latino e del longobardo, a non confondere l’uso di una lingua con l’altra, a non far parlare tra loro longobardi e romanici se non tramite chi poteva conoscere entrambi gli idiomi. Emblematico è in questo senso un episodio in cui si descrive l’incontro tra la spedizione longobarda con un anziano latino a cavallo di un asino che rivolge parole più che ostili agli avventori che, appunto, non lo capiscono. “E’ un’allegoria della classe dominante di un tempo che è stata spodestata – spiega Santoro -: l’anziano romano è in groppa a un asinello mentre gli altri sono a cavallo, indossa un abito che fu pregiato un tempo e che ora è invece estremamente trasandato e si risente che a casa sua si parli una lingua straniera”. Un episodio, commenta l’autore, che inevitabilmente richiama alla mente esempi di vita quotidiana assai frequenti e ben noti anche ai tempi nostri.

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