“Le mostre che raccontano temi di grande impatto civile, affidati ad artisti che sono anche dissidenti e attivisti di diritti umani, sono un filone davvero interessante che da anni, con grande soddisfazione, portiamo avanti in modo continuativo e sistematico nella nostra città, raccogliendo un fortissimo interesse. Ci dimostrano quanto l’arte sia un veicolo di racconto delle idee particolarmente efficace”. Francesca Bazoli, Presidente della Fondazione Brescia Musei, commenta così la mostra ‘Khalid Albaih. La stagione della migrazione a Nord’, l’esposizione personale dell’artista, curatore e attivista sudanese Khalid Albaih (Bucarest, Romania, 1980). La mostra, a cura di Elettra Stamboulis, aperta al pubblico da sabato 9 novembre fino a domenica 23 febbraio 2025 negli spazi del Museo di Santa Giulia a Brescia e, nell’ambito del Festival della Pace di Brescia, segna la quinta tappa del percorso di ricerca intrapreso da Fondazione Brescia Musei, che ha visto susseguirsi le mostre personali con la curatela di Elettra Stamboulis di Zehra Doğan (Avremo anche giorni migliori. Opere dalle carceri turche, 2019), Badiucao (La Cina non è vicina. Opere di un artista dissidente, 2021) e Victoria Lomasko (Victoria Lomasko. The Last soviet artist, 2022), e la mostra Finché non saremo libere (2023), che ha presentato le opere delle artiste iraniane Sonia Balassanian, Farideh Lashai, Shirin Neshat, Soudeh Davoud e Zoya Shokoohi.
DAI SOCIAL AL MONDO
La mostra, che sta riscuotendo un grande successo, ha attirato “anche tantissimi giovani. Credo che il linguaggio di questo artista sia particolarmente adatto a essere compreso dai più giovani”. Khalid, prosegue Bazoli, usa infatti “un linguaggio atistico che si è formato sui social, perché i social sono stati per lungo tempo l’unico strumento che aveva a disposizione per far passare il suo messaggio. E’ figlio di una famiglia borghese del Sudan, suo padre è dovuto scappare a seguito delle rivoluzioni. Kahlid è nato dunque fuori dal Sudan ma ha mantenuto un fortissimo legame con la sua terra. Attualmente vive ad Oslo e da lì si fa portatore del messaggio del dramma del suo popolo”.
IL DRAMMA DEI MIGRANTI
Quello del Sudan, sottolinea Bazoli, “è un dramma attualissimo, c’è una guerra terribile di cui nessuno parla. La più grande deportazione di persone al mondo in atto in questo momento si è verificata in Sudan. Ovviamente siamo tutti presi dalle guerre più vicine a noi, ma questa tragedia universale è una delle guerre più feroci in questo momento al mondo”. Nello stesso tempo, Khalid racconta il dramma del suo popolo, il dramma dei migranti. “Lo fa con l’obiettivo di consentirci di assumere il punto di vista di chi lascia una casa, lascia la sua terra. Di chi è costretto ad abbandonare il suo mondo. ‘E’ costretto’ – sottolinea la presidente di Brescia Musei -, non perché è in cerca di un futuro migliore avendo a disposizione delle possibilità di scelta. L’artista racconta la scelta di migranti che non hanno nessun’altra opzione. E’ uno sguardo empatico che si avvale di un linguaggio estremamente iconico, facile da interpretare, da capire”.
LA MOSTRA
Il titolo della mostra riprende quello dell’omonimo romanzo dello scrittore sudanese Tayeb Salih, la cui voce narrante fa da filo conduttore del progetto espositivo. Per la letteratura sudanese, ma africana in generale, questo romanzo dal titolo evocativo, costituisce un romanzo cardine per la cultura post coloniale. ‘La stagione della migrazione a Nord’ ripercorre la carriera artistica di Albaih, presentando per la prima volta una personale critica del suo lavoro pluridecennale da artista dissidente ed esule. L’allestimento, pur riprendendo alcuni lavori già realizzati in particolare per le mostre di New York e Copenaghen, dialoga con la città di Brescia e con le sue peculiarità, consacrando da un punto di vista museale l’artista, direttamente coinvolto anche da un punto di vista curatoriale per alcune delle sue installazioni site specific. Filo rosso della riflessione di Khalid Albaih, artista ospite ICORN a Copenaghen (International Cities of Refuge Network) e fellow negli USA per l’associazione Artists at risk (branca di PEN international, l’istituzione internazionale che protegge la libertà di espressione), è l’indagine delle diverse sfaccettature che accompagnano la “stagione della migrazione a Nord”: dall’identificazione di un luogo come casa al confronto con lo straniero, dalla visione che il cosiddetto Occidente (categoria non più geografica, ma ideologica) ha dell’Africa, ai segni che ogni viaggio imprime nella memoria.
