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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Le città intermedie si configurano oggi come attori centrali nell’affrontare le sfide economiche e sociali contemporanee. Dalle pratiche di sviluppo sostenibile ai modelli di governance innovativi, emerge il profilo di territori dinamici, capaci di garantire servizi essenziali e di generare ricadute positive sulle aree circostanti

Le città, a differenza dei villaggi e dei paesi, sono plastiche per natura. Le modelliamo a nostra immagine: loro, a loro volta, ci plasmano con la resistenza che oppongono quando cerchiamo di imporre la nostra forma personale […]. Viviamo male nelle città; le abbiamo costruite con colpevole innocenza e ora ci affliggiamo impotenti in un deserto sintetico di nostra costruzione. Abbiamo bisogno – più urgentemente delle utopie architettoniche, degli ingegnosi sistemi di smaltimento del traffico o dei programmi ecologici – di comprendere la natura della cittadinanza, di fare una seria valutazione immaginativa di quella speciale relazione tra il sé e la città; la sua plasticità unica, la privacy e la libertà. (Raban, 2017, pp. 2, 292).

La citazione è tratta da un libro di Jonathan Raban del 1974. A distanza di cinquant’anni è più attuale che mai. Il tema è più che rilevante: come immaginiamo e costruiamo le nostre città. Raban si sofferma su Londra ma, come egli stesso scrive, può essere una qualunque altra città: “è dove tu vivi, è la tua città e il suo linguaggio, è il linguaggio che hai sempre conosciuto”. È la soft city, è la città plastica che assume qualsiasi forma si escogiti per stabilire un’identità praticabile. È un luogo di esperienze spesso sconvolgenti, di incontri violenti, “un teatro di solitudine recitato in comodi appartamenti che sono diventati celle”.

La città come la immaginiamo, scrive Raban, la soft city dell’illusione, del mito, dell’aspirazione, dell’incubo è reale, forse più reale dell’hard city, cioè della città fisica, della città che localizziamo sulle mappe, con le statistiche, con le monografie di sociologia urbana, di demografia e di architettura. Una chiave di lettura questa che trova una consonanza con gli aspetti messi in campo nel lavoro di ricerca sulle città intermedie nel Secondo Rapporto L’Italia Policentrica. Il fermento delle città intermedie (Associazione Mecenate 90, 2025), realizzato da Mecenate 90 in collaborazione con il Centro Studi G. Tagliacarne, presentato il 14 aprile a Bruxelles al Parlamento Europeo. Richiamare Raban, dunque, è stato per noi motivo di ulteriore riflessione critica su un tema – le città – la cui complessità è fortemente caratterizzata non tanto dalla loro dimensione fisica quanto invece dalla loro “dimensione immateriale”, più sfuggente ma non meno reale e che detta la forza, la capacità e le possibilità di cambiamento.

Diversamente dalle rappresentazioni che si hanno delle città e che si basano sulle loro caratteristiche tangibili – la peculiarità degli edifici, delle strade, dell’organizzazione degli spazi –, le città prese in considerazione nel Rapporto sono descritte avendo a riferimento quella dimensione dell’urbano che mette in luce la scena dell’agire sociale, dove si dispiegano le relazioni tra persone e dove prende forma l’intreccio tra organizzazione economica e processi istituzionali, dinamiche politiche, sociali e culturali. E, in continuità con il primo Rapporto, l’attenzione è delimitata alle “città intermedie”, un universo di comuni confinati nelle cosiddette aree non metropolitane a seguito della riforma che ha previsto la soppressione delle Province e introdotto cambiamenti sul piano del governo territoriale. Sullo sfondo, un quadro piuttosto articolato di profonde trasformazioni che ha visto il ridimensionamento ordinamentale e funzionale delle Province, l’attribuzione di nuove funzioni alle Regioni, un cambiamento sostanziale degli attori istituzionali. Per non tralasciare i processi di globalizzazione che hanno creato disallineamenti e indebolito nei fatti la coesione sociale che è stata un tratto sostanziale di molte città di medie dimensioni. Tra Stato e Mercato, c’è il territorio, direbbe Giuseppe De Rita.

LA DINAMICA DELLA DEMOGRAFIA E DELLE IMPRESE

Con riferimento alla geografia territoriale del nostro Paese, si riscontra un quadro piuttosto composito per dimensione demografica, per articolazione territoriale e per caratteristiche funzionali. E, dalla mappa dei comuni ricostruita sulla base di tali criteri distintivi, è stata selezionata un’articolata rete di città definite “intermedie” perché non raggiungono le dimensioni delle città metropolitane e, tuttavia, a differenza dei piccoli comuni, presentano quelle peculiarità che qualificano un agglomerato urbano funzionale secondo i criteri adottati dalla Commissione Europea. Più nel merito, le 157 città accolgono 10.690.518 residenti, il 18,1% della popolazione italiana (dati al 2024); 95 comuni capoluogo non metropolitani; 33 comuni non metropolitani con presenza o accessibilità ai servizi essenziali e un indice di offerta turistica maggiore o uguale a 4,6 posti letto ogni 100 abitanti; 29 comuni non metropolitani, con presenza o accessibilità ai servizi essenziali, Centri di un Sistema Locale del Lavoro con specializzazione produttiva prevalentemente manifatturiera. Oltre la metà (83 comuni) ha una dimensione demografica che va dai 50mila residenti e oltre.

Nel lungo periodo in Italia si osserva una dinamica demografica negativa: al 31 dicembre 2023 la popolazione residente conta 1.374.687 unità in meno rispetto allo stesso periodo del 2013, registrando una diminuzione del 2,3%. La distinzione per aree territoriali evidenzia un minore calo nei comuni metropolitani (-1,6%) rispetto ai non metropolitani (-2,7%). Tra questi ultimi, le 157 città intermedie rilevano una diminuzione dell’1,5%, registrando un valore inferiore a quello osservato a livello nazionale.

I tassi di crescita delle imprese hanno sempre visto primeggiare le aree metropolitane, così come le città intermedie. Prendendo in considerazione le 12 regioni che presentano all’interno dei propri confini almeno un’area metropolitana si nota come in ben 8 (Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Calabria, Sicilia e Sardegna) le città intermedie fanno registrare un tasso di crescita superiore alle aree metropolitane.

Oltre i dati, si rileva un universo di città ricche di risorse e di un prezioso patrimonio sociale e culturale. Luoghi che in molti casi sono diventati poli in grado di connettere centri urbani minori con le reti globali o diventare vere e proprie piattaforme territoriali di area vasta. Città che si sono rivelate ecosistemi dinamici, alternativi alla congestione delle aree metropolitane.

GLI ESITI DELL’INDAGINE QUALITATIVA

Gli aspetti messi in campo nel lavoro di ricerca sono stati affrontati utilizzando una metodologia quanti-qualitativa, nell’esigenza di affiancare alla produzione di statistiche un’analisi più approfondita su dieci città (Novara, Lecco, Padova, Livorno, Macerata, Chieti, Salerno, Taranto, Catanzaro, Caltagirone) con riferimento a quattro dimensioni che contraddistinguono la vita sociale, economica, politica e culturale delle singole realtà territoriali: governance territoriale, welfare locale, sistema culturale e tessuto produttivo. Il metodo utilizzato rientra tra le procedure di analisi qualitativa, individuabile più propriamente come analisi tematica. Abbiamo raccolto testimonianze, idee, progetti, opinioni suggestive e ne è emerso un quadro che testimonia vitalità e dinamismo. Rispetto al Primo Rapporto, fra i tanti dati emersi, ne sottolineo due: l’impatto che ha avuto sulle città la crisi pandemica; una decisa accelerazione delle trasformazioni urbane favorite in particolare dal programma Next Generation EU. Il quadro che emerge è di città che hanno un volto (con dei graffi) ed un’anima che emerge nei quartieri che le compongono. Lo sviluppo a cui lavorano le città ha sempre più spesso un carattere autopropulsivo piuttosto che costruito su modelli replicati e replicabili. Con esiti diversi: ci sono quelle che mangiano futuro e quelle che ancora stentano. È una chiara manifestazione del carattere policentrico del Paese. La partecipazione dei cittadini sta diventando un dispositivo permanente con luci e ombre. In questo contesto la cultura va assumendo sempre di più il carattere di una infrastruttura civica prima ancora che una leva su cui agire per migliorare le performance in ambito turistico. L’innovazione corre più rapidamente delle politiche che le dovrebbero governare ma alla scala delle città intermedie le faglie sono meno evidenti. Nel dibattito pubblico c’è un racconto prevalente che mette in evidenza, in modo particolare, le diseguaglianze fra le persone, fra i cittadini all’interno degli stessi contesti urbani. Ma queste diseguaglianze non ci dicono tutto. In realtà sono le diseguaglianze tra luoghi che pesano sulla vita delle persone e sul destino di città e territori. In alcune delle 10 città indagate (penso a città che hanno conosciuto un declino economico nell’ultimo decennio o a città che sono rimaste ai margini dei processi di sviluppo) abbiamo potuto verificare una forte volontà a valorizzare il potenziale inespresso a lungo trascurato. La volontà di uscire dalla categoria dei “luoghi che non contano”, di non essere lasciati indietro. Così come le città che hanno attraversato profondi cambiamenti del sistema produttivo, si sono reinventate e si sono mantenute connesse con i poli più attrattivi e, in qualche caso, sono andate oltre. Nella maggior parte dei casi hanno fatto leva sulle risorse endogene uscendo dal rischio di restare nel mezzo. Se non in pochissimi casi, non abbiamo incontrato la rassegnazione.

Un ultimo aspetto emerge con chiarezza: risulta decisiva la capacità delle Amministrazioni locali di mettere in campo progetti ispirati da una visione delle città del prossimo futuro, condivisa con i principali attori dell’economia, della cultura, del sociale. Per incidere, per lasciare un segno, sono quindi necessarie due condizioni: una visione di futuro e la partecipazione plurale, con i cittadini al centro. Le città intermedie sembrano aver preso in mano il presente e hanno provato a riempirlo di senso. Dove si sono accompagnate con una visione, il presente si va ponendo al servizio del futuro. 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Associazione Mecenate 90. (2025). L’Italia policentrica. Il fermento delle città intermedie. FrancoAngeli Editore.

Raban, J. (2017). Soft city. Pan Macmillan. (Opera originale pubblicata nel 1974).

ABSTRACT

This contribution offers a reflection on the future of medium-sized cities, defined here as intermediate cities, starting from the results of research conducted by Mecenate 90 in collaboration with the Study Centre of the Chambers of Commerce G. Tagliacarne Institute. The reflection focuses on the actions implemented by cities to address major economic and social challenges, as well as on the strategies adopted to promote economically sustainable development while safeguarding citizens’ quality of life. In the same way, emerging development pathways and governance models that can support and foster innovative and participatory processes are taken into consideration. What emerges is the profile of highly proactive cities that play a crucial role in delivering services in education, healthcare, mobility, business support, and retail. These services generate positive spillovers in surrounding territories, including rural areas, while improving access to opportunities and contributing to inter-urban development.

 

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Ledo Prato

Ledo Prato

Ledo Prato si occupa di programmazione territoriale, di sistemi culturali, di gestione di musei e istituzioni culturali. Coordina numerosi studi e ricerche per conto di Istituzioni pubbliche e private. È Segretario Generale dell’Associazione Mecenate 90, dell’Associazione delle Città d’Arte e Cultura (CIDAC) e Presidente della Rete delle Culture. Ha insegnato Governo e gestione delle istituzioni dell’arte e dei beni culturali al Master Management Risorse Artistiche e Culturali, Università IULM Roma. Autore di Cultura è cittadinanza. Esperienze Pratiche e Futuri possibili in conversazione con Paolo Di Paolo, Donzelli Editore.

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