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LETTURE LENTE - rubrica mensile di approfondimento
Per una strana ironia della storia (quella che doveva essere finita) la società del pensiero unico che avrebbe dovuto ritrovarsi più unita e pacificata, in quanto non percorsa più dagli scontri di classe della fase precedente, è ora sull’orlo della guerra civile. Dopo 30 anni di politica basata sulle culture wars, ora si contrappongono due società antropologicamente incompatibili, con due idee di civiltà inconciliabili. Ognuna delle quali non tanto organizzata quanto evocata da una parte o dall’altra di quei piani simbolici. E per evocare cosa c’è di meglio della parola? Così gran parte di questa culture war è finita per essere combattuta sul terreno del linguaggio. Non tanto con le parole quanto contro certe parole
© Foto di Andreas Fickl su Unsplash

LA SVOLTA LINGUISTICA

Ma dì soltanto una parola e io sarò salvato.

Et verbum caro factum est.

Il verbo si fa carne, la parola salva.

E se può salvare può anche dannare, rovinare.

I momenti più alti della liturgia cristiana ed ebraica, non so dire della islamica ma credo anche, hanno il potere della parola al centro.

E prima e dopo le religioni rivelate, le pratiche magiche si sono fondate e si fondano sulla parola magica. Cantata, mormorata, sussurrata, gridata. Parole segrete da rivelarsi da bocca a orecchio nei passaggi esoterici o parola da ripetere in coro come mantra.

E quando pensiamo come pensiamo? Con le parole? O c’è un senso pre-verbale alla base dei nostri pensieri-emozioni?

La parola distingue l’animale homo da tutte le altre specie animali, e sulla parola l’homo riflette da sempre. Lungi da essere solo un mezzo di comunicazione o un semplice vocabolario correlato a delle cose, il linguaggio ci appartiene o forse gli apparteniamo. Lo parliamo o forse siamo parlati da lui, ci parla, parla noi oltre che a noi.

La riflessione umana sul linguaggio probabilmente è nata col linguaggio stesso, ma dal secolo scorso ha guadagnato una posizione primaria sia nella speculazione filosofica che nelle pratiche politiche.

Se nel XIX secolo von Humboldt aveva già trasferito sul linguaggio gli assunti che Kant aveva dato alla ragione trascendentale, è nel XX secolo che la riflessione filosofica sposta la riflessione dalla soggettività della mente/coscienza (tipica del moderno da Cartesio in poi) al piano (più oggettivo? intersoggettivo?) del linguaggio.

Questo passaggio viene definito svolta linguistica dal titolo di un fortunato libro di Rorty e si usa situarlo dalla nascita della filosofia analitica intorno ai lavori del primo e secondo Wittgenstein, di Russell e di Frege. In questo filone di studi c’è la teoria degli atti linguistici focalizzata da Austin e da Searle, secondo la quale un enunciato linguistico possa non solo descrivere una azione ma proprio compierla. L’atto performativo del linguaggio permette al parlante di compiere un’azione tramite parole. Negli esempi classici è il caso di “vi dichiaro marito e moglie” o “ti nomino erede”: a seguito di queste parole si produce un fatto reale.

Chi nel passato aveva proposto che dopo abracadabra comparisse o succedesse qualcosa, aveva già scoperto un potere reale della parola, era entrato, col pensiero magico, nella dimensione performativa del linguaggio descritta dal pensiero logico.

LA SVOLTA POLITICA

Questo enorme potere dato alla parola e al linguaggio dalla filosofia del 900 si riversa sulla politica del secolo successivo. La fine del secolo breve è stata vista anche come la fine della storia e delle ideologie. Le ideologie sembravano cose dure, consistenti, monolitiche, astratte ma anche basate sulla storia e sul sociale. Perché in fondo il funerale delle ideologie celebrato dopo l’89 era in realtà il funerale di una sola ideologia, il marxismo, fondata sulla materialità delle condizioni e delle azioni umane nella storia. Ideologia ideologica ma pure materiale insomma, nelle infinite varietà dei marxismi dai materialismi più rozzi agli hegelo-marxismi fino ai marxismi post-strutturali. Si celebra il funerale del marxismo come metonimia delle ideologie pesanti, o almeno così si dice. In realtà si vietano pensieri alternativi a quello che sembra essere l’unico sistema possibile. Il mondo, ormai libero e benestante, non ha più bisogno di ideologie pesanti e si affida ai pensieri deboli e alla leggerezza.

La storia così finiva nella forma del capitalismo globalizzato gestito tramite democrazie liberali. Nella narrazione dei vincitori della Guerra Fredda il mondo aveva finalmente trovato il suo assetto perfetto. Dopo tante critiche al carattere teleologico del marxismo, la democrazia liberale era il telos della storia umana.

Questa condizione trionfante del capitalismo gestito da democrazie liberali portò a una particolare condizione nel mondo occidentale visibile prima negli Stati Uniti e poi in Europa: i due poli destra e sinistra diventavano sempre più convergenti sull’unica ricetta economica possibile, distinta al massimo in due varianti diverse solo per gradazione ma non per qualità: bisognava comunque tagliare il welfare per abbassare le tasse, la destra proponeva tagli un po’ più drastici rispetto alla sinistra, o in settori elettoralmente più vicini alla sinistra. Bisognava precarizzare il lavoro, privatizzare le aziende statali e deregolamentare i movimenti di capitale, destra e sinistra si sono scontrate su chi lo facesse meglio.

Non essendoci ricette alternative ma solo differenze di misura, destra e sinistra diventarono in Occidente centrodestra e centrosinistra. La vittoria elettorale era data dalla conquista dei voti di centro verso cui convergevano destra e sinistra (teoria dell’elettore mediano).

Ma come mobilitare l’elettorato su queste piccole differenze di scala? In tutto l’Occidente si assiste infatti a un calo della partecipazione elettorale. I due poli, già tradizionalmente portatori di valori diversi e contrapposti tra conservatorismo e progressismo, cominciarono a distinguersi sempre più nelle cosiddette culture wars.

Con questo termine si intende la battaglia politica incentrata su questioni dal forte valore simbolico, in cui l’evocazione del tema è più importante della risoluzione del problema posto, perché produce identificazione e contrappone in base a tali identità costruite. Negli Stati Uniti, e a cascata in tutto l’Occidente, i due poli convergenti al centro sulle ricette economiche cominciano a polarizzarsi sulle estreme su questioni come: aborto, armi, libertà religiose, separazione tra Chiesa e Stato, minoranze, identità sessuali e di genere, droghe ricreative.

Lungo questi assi si delineano prima degli schieramenti opposti che sembrano ridare senso alla distinzione destra/sinistra su altre basi (quelle del simbolico rispetto a quelle del socio-economico della fase politica precedente), poi due antropologie differenti e contrapposte, due tipi umani e due comunità inconciliabili.

Per una strana ironia della storia (quella che doveva essere finita) la società del pensiero unico che avrebbe dovuto ritrovarsi più unita e pacificata, in quanto non percorsa più dagli scontri di classe della fase precedente, è ora sull’orlo della guerra civile. Dopo 30 anni di politica basata sulle culture wars, ora si contrappongono due società antropologicamente incompatibili, con due idee di civiltà inconciliabili. Ognuna delle quali non tanto organizzata quanto evocata da una parte o dall’altra di quei piani simbolici. E per evocare cosa c’è di meglio della parola?

Così gran parte di questa culture war è finita per essere combattuta sul terreno del linguaggio. Non tanto con le parole quanto contro certe parole.

POLITICA LINGUISTICA E LINGUISTICA POLITICA

In questi ultimi anni gran parte della retorica delle destre occidentali si è scagliata contro il politically correct delle sinistre woke in nome del free speech. Cosa si intende con queste parole in corsivo e in inglese, sempre in inglese? È bene specificarlo perché anche attorno a queste parole c’è una battaglia linguistica.

Il politicamente corretto non è in fondo che la legittima richiesta di riconoscimento sociale e culturale avanzata da nuovi soggetti sociali che si esprime anche nella lingua. È fisiologico che tale richiesta porti con sé anche una certa carica di rabbia e oltranzismo, come storicamente sempre accaduto in casi analoghi. Quando emerge qualcosa da sempre tenuto sepolto, quando i non riconosciuti cominciano ad ottenere riconoscimenti, questo porta con sé forza ed entusiasmo insieme a esagerazioni da “contrattare” socialmente e culturalmente con le forze che prima di allora avevano negato tale riconoscimento. I moti della plebe romana, le sollevazioni comunali o contadine nel medioevo, il Terzo Stato nella Rivoluzione Francese e altri innumerevoli casi sono esempio di quanto detto. Insomma, gli spazi di questo mutuo riconoscimento vanno oggi rinegoziati alla luce delle tante nuove identità che reclamano il loro posto in prima fila nello spazio pubblico. Identità che sembrano moltiplicarsi sempre più nel sommarsi delle lettere nelle sigle per poi aggiungere un + come infinita estensione possibile, effetto anche questo di una energia liberata, di un tappo saltato. Probabilmente, come nel caso di Pandora, bisognerà anche ritrovare un nuovo ordine dopo questa liberazione di energia, dare un senso sociale condiviso a questa entropia. Ma intanto queste domande di riconoscimento stanno lì, e qualcuno a tale riconoscimento si oppone.

Queste nuove istanze di riconoscimento hanno chiesto di non usare più vecchie parole e di sostituirle con altre. Non più la N-word, come dicono loro, ma afrodiscendente, e così per molti altri casi, alcuni più altri forse meno necessari e razionali. Ma non è questo importante ora. Questo cambiamento di abitudini linguistiche come, insieme, causa ed effetto di un nuovo riconoscimento di nuovi soggetti, è appunto una richiesta e come tale va accolta e inserita in una contrattazione storico-sociale.

Le destre non vogliono accogliere queste nuove istanze. Conoscono bene il potere del linguaggio. I loro leader sono leader carismatici e sul carisma della parola basano molto del loro potere. Alle richieste woke (termine, sempre in inglese, che invita semplicemente i subalterni a stare svegli contro chi li domina) rispondono rivendicando il free speech, la libertà di espressione. Principio sacrosanto se non fosse che è sempre stato violato e negato dalle destre e solo ora usato contro altre libertà di espressione. Sbraitando che “non si può più dire niente” rivendicano il diritto a usare le parole del sopruso, della sottomissione e dell’umiliazione di quelle minoranze che ora chiedono un nuovo riconoscimento paritario, e negano le loro parole nuove. Dicendo di combattere il linguaggio in realtà si oppongono a quella parità. Dicendo che le parole devono essere libere stanno in realtà dicendo che solo loro devono essere liberi di usarle. Quando la parola stigmatizza loro, la cambiano appena possono. Dopo l’89 infatti si dice imprenditori, non più padroni.

Dopo aver fatto anni di campagna elettorale dicendo che con il wokismo non si può più dire niente, il massimo rappresentante mondiale di queste nuove destre va al potere e tra i primi atti suggerisce di non usare più certe parole.

Nelle ultime settimane l’amministrazione Trump ha inviato a uffici statali e istituzioni pubbliche atti e raccomandazioni che invitano alla rimozione di una serie di vocaboli ed espressioni dai loro siti, da pubblicazioni rivolte al pubblico e programmi di formazione. Alcuni documenti bandiscono queste parole, altri sconsigliano caldamente di utilizzarle, ma l’intento è chiaro: eliminare tutte quelle parole che riguardano l’orientamento sessuale, l’identità di genere, l’inclusione (soprattutto di donne e minoranze nell’ambito lavorativo) e in generale quanto relativo all’attivismo politico e sociale. Tutto ciò che potrebbe finire sotto l’etichetta del “woke” o di lotta per i diritti umani di stampo progressista va proibito o quanto meno evitato.

Sempre secondo l’inchiesta del NYT, sarebbe stata richiesta la cancellazione anche di informazioni legate all’immigrazione e all’ambiente, altri temi su cui Trump ha impostato la sua narrazione revanchista.

Questo “ban linguistico” sta procurando diversi guai in ambito medico, scientifico, di ricerca. Si bloccano cure, sperimentazioni, studi in settori molto importanti, dalla medicina ai servizi sociali. Molti si adattano per paura di perdere i finanziamenti, ma le prime ripercussioni già si sentono.

La lista delle parole è lunga, queste sono solo alcune:

  • advocacy (sostegno)
  • anti-racism (antirazzista)
  • biases (pregiudizi)
  • BIPOC (Black Indigenous People of Color, “persone nere, indigene e di colore”)
  • cultural heritage (patrimonio culturale)
  • disparity (disparità)
  • diversity (diversità)
  • environmental quality (qualità dell’ambiente)
  • ethnicity (etnicità)
  • excluded (escluso)
  • hate speech (discorso d’odio)
  • immigrants (immigrati)
  • inclusivity (inclusività)
  • LGBT
  • Native American (nativi americani)
  • non-binary (non-binario)
  • pollution (inquinamento)
  • pregnant person (persona in gravidanza)
  • racial identity (identità razziale)
  • transgender
  • vulnerable populations (popolazioni vulnerabili)
  • women (donne)
  • women and underrepresented (donne e persone sottorappresentate)

Curioso che il presidente che afferma “i sessi tornano a essere solo due” poi vieti le parole “donna” e “femmina”. Sembrano proprio le contraddizioni insanabili dovute al fatto di voler fare in forma giuridica una battaglia culturale.

Ma già nella sua precedente presidenza Trump aveva provato a bannare alcune parole o espressioni come “fetale”, “cambiamento climatico”, “scienza”, “diritti transgender” e altre.

Equiparare il ban delle parole di Trump e le battaglie linguistiche woke sarebbe come dire che le bombe di Hitler e i fucili dei partigiani siano comunque violenza o che i forconi dei comunardi siano come i cannoni di Bava Beccaris. Tra le disposizioni di Trump e le proposte linguistiche, anche le più oltranziste, dei woke ci passa innanzitutto l’enorme disparità di potere tra le due posizioni, ed è proprio quella disparità di potere che è in gioco: da una parte si chiede parità, dall’altra si ribadisce il dominio, la disparità.

Chi scrive ha però il dubbio che si dovrebbe spostare il piano da quello linguistico-giuridico a quello politico-egemonico. Il linguaggio è un terreno di scontro, questo è evidente anche se non si ha una visione tutta linguistica o costruttivistica del mondo. È un piano fondamentale dei conflitti e delle negoziazioni che avvengono nella società, e sul piano del conflitto/negoziazione culturale dovrebbe restare. Quando il potere vieta delle parole si sta dando un colpo fondamentale ai principi democratici. Ma anche quando le piattaforme social (ad esempio) recepiscono in forma repressiva e censoria le istanze dei movimenti per i diritti umani e civili stiamo su un terreno molto scivoloso e, come si vede, facilmente ribaltabile.

Dare un nome alle cose è un grande potere, e forse levare un nome alle cose può essere ancora più difficile. Ma farlo per legge è probabilmente la via più sbagliata e inefficace.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Richard Rorty, La svolta linguistica [1967], Garzanti, Milano, 1994.

John Searle, Speech Acts. An Essay in the Philosophy of Language, Cambridge, Cambridge University Press, 1969. ISBN 0-521-09626-X, tr. it. Atti linguistici. Saggio di filosofia del linguaggio, Torino, Boringhieri, 1976.

ABSTRACT

Human reflection on language likely began with language itself, but since the last century, it has gained a central position both in philosophical speculation and in political practices. This immense power attributed to words and language by 20th-century philosophy spills over into the politics of the following century. Throughout the West, there is a noticeable decline in electoral participation. The two political poles, traditionally representing different and opposing values between conservatism and progressivism, increasingly began to distinguish themselves through the so-called culture wars. After 30 years of politics rooted in culture wars, we are now faced with two anthropologically incompatible societies, with two irreconcilable ideas of civilization. Each of them is not so much organized as it is invoked by one side or the other of those symbolic planes. And what better tool for evocation than words? As a result, much of this culture war has ultimately been fought on the terrain of language. Not so much with words, but against certain words.

 

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Andrea Masala

Andrea Masala è un attivista sociale e ricercatore indipendente. Dottorato in Filosofia Politica, vive insegnando/imparando e progettando interventi sociali e culturali.

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